Su “Amoris Laetitia”: recensione di una recensione. G. Meiattini replica a M. Gallo


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Alcuni giorni fa Marco Gallo, docente di teologia sacramentaria a Fossano, su questo blog, aveva presentato una accurata recensione del libro di G. Meiattini “Amoris Laetitia? I sacramenti ridotti a morale” (che si può leggere qui), nella quale offriva diversi spunti critici sulla impostazione del libro e sulle sue conclusioni. Ora Giulio Meiattini, anch’egli docente di teologia sacramentaria a S. Anselmo, risponde altrettanto puntualmente alle singole critiche, in una lunga replica, che pubblico qui di seguito. Mi sembra molto utile leggere attentamente questo scambio di prospettive e di critiche intorno al testo della Esortazione Apostolica. Per un serio lavoro accademico e pastorale la esposizione completa delle ragioni è sempre qualificante, anche quando non concorde. Non ci si deve stupire del fatto che non si sia d’accordo. La profonda e accurata conoscenza delle “rationes” dell’avversario, se proposta con onestà e rispetto, fa sempre bene al dibattito e alla coscienza ecclesiale. Senza mai escludere che la pienezza della verità non stia semplicemente nella ripetizione del già noto e che la riformulazione della tradizione non si presenti, a prima vista, come confusione. D’altra parte, in questo scambio di critiche reciproche, vediamo bene la difficile arte della “collaborazione accademica”, che implica anche sempre dissenso e confutazione. Per questo suonava molto giusta quella battuta di un teologo milanese, che, presentando un altro teologo, anch’esso milanese, ebbe a dire: “Presento il tale…che è mio collega e, CIONONOSTANTE, amico”.  Nel delicato cerchio di questa “concordia discors” si inscrive anche questo scambio di testi.

Recensione di una recensione

  di Giulio Meiattini

Ringrazio don Marco Gallo per la lunga recensione critica dedicata al mio libro in un post di alcuni giorni fa apparso su questo medesimo sito. Visto che l’autore afferma di gradire un mio riscontro e il prof. Grillo si è detto ben disposto ad ospitarmi sul suo blog auspicando anche lui una mia risposta, vengo volentieri incontro a questo desiderio. Se rispondo relativamente in ritardo (almeno secondo i ritmi incalzanti impostici dall’informatica) è perché ho preferito lasciar passare nella tranquillità i giorni della Settimana Santa e della S. Pasqua, ovvero riconoscere il primato della liturgia e dell’Atto divino che in essa si consuma rispetto alla “pratica” inedita della vita (come la chiamerebbe don Gallo). Una scelta “pratica” che ritengo già una sorta di risposta alla questione dei rapporti fra antropologia e teologia richiamata in alcune pagine del mio libro e ripresa da d. Marco.

In quanto segue ho cercato non tanto e non solo di “rispondere”, quanto di precisare e, per così dire, di ripulire i contorni di quanto Gallo scrive. Questa nitidezza dei termini del problema, prima ancora delle risposte, è essenziale in ogni confronto. Diciamo, perciò, che questo mio intervento si presenta come una specie di “recensione della recensione”, visto che recensire (da re-censeo) significa passare in rassegna esaminando.

 A) Difetti di analisi

Noto che le riflessioni di Gallo (che ha la bontà di ricordare di essere stato, anni fa, un mio studente) sembrano scritte per chi ha già letto il libro, e soprattutto per chi lo ha letto con attenzione. Infatti, non sempre la presentazione dei contenuti viene compiuta in modo preciso. Porto alcuni esempi, che mi sembra rivelino una lettura un po’ “rapida” del mio testo.

- Gallo ritiene che per me “AL corrisponde ad un progetto di magistero inefficace del pontefice”. In realtà, il libro è stato scritto proprio perché questo progetto si sta rivelando “efficace”, anche se a mio avviso in un senso non proprio positivo, come si sarà capito. Il papa che vuole avviare processi, come ho scritto nel volume, c’è riuscito. Se fosse stato inefficace mi sarei astenuto dal pubblicare questo libro. Capisco che forse Gallo voleva dire qualcos’altro, comunque precisare non guasta.

 - Non corrisponde a realtà scrivere che secondo il sottoscritto il decalogo argentino, che Francesco ha fatto proprio, “mostrerebbe persino una forma gnostica della fede, in cui Dio può chiedere anche di perseverare nel male”. Questa osservazione la faccio non a proposito del decalogo argentino (al quale muovo altre critiche circostanziate che Gallo non enumera), ma commentando il n. 303 di AL, dove si dice che “una situazione obiettivamente non rispondente alla proposta generale (mandatum: nel testo latino) del vangelo (…) può essere la donazione che Dio stesso sta chiedendo”.

 - Gallo scrive che per me la questione delle attenuanti non sarebbe “solo una piccola concessione”, ma ci porrebbero davanti (citazione di Seifert) “al debole inizio di una valanga o al primo crollo provocato da una bomba atomica teologica, che minaccia di squarciale l’intero edificio morale dei dieci comandamenti e dell’insegnamento morale cattolico”. Queste parole di Seifert che io riporto e che condivido, riguardano non il problema delle attenuanti, come scrive Gallo, ma precisamente la citazione di AL 303 appena riportata al punto precedente. Quel passo infatti, se preso come suona, mina alle fondamenta la morale cristiana. Andrebbe o riscritto o cancellato. Le critiche di J. Seifert a questo passaggio attendono, queste sì, delle risposte.

- Non è esatto affermare che nel mio libro “ogni relazione che si strutturi fuori dalla forma canonica sacramentale sia definita sempre un rapporto oggettivamente adulterino, intrinsece malum” (le citazioni di rimando alle pp. del mio libro ivi riportate non corrispondono, fra l’altro, a questa ricostruzione non vera del mio pensiero). Infatti, non ho mai detto né pensato che i non battezzati o non credenti che si sposano civilmente (fuori dalla forma canonica) siano in una condizione adulterina o di concubinato: un po’ di teologia del matrimonio come istituto naturale dotato dal creatore di intrinseca dignità è sufficiente a non cadere in questa ingenuità. Il mio giudizio sul carattere adulterino di certe relazioni e situazioni, si limita e si restringe, nel contesto del libro, a chi, sposato sacramentalmente secondo la fede, viola il segno e l’impegno della fedeltà sacramentale. Questo è il chiaro insegnamento del Nuovo Testamento e della tradizione.

- Gallo mi rivolge la seguente domanda: “Dom Giulio, quando lei ascolta ciò che si è creato negli anni, magari dopo una colpevole o complessa rottura di fedeltà, con quale linguaggio dichiara alla coppia in nuova unione che si tratta di un legame per sempre privo di grazia santificante e lo liquida come adulterio, male, effetto di un incidente?”. Se il recensore avesse letto con attenzione il mio libro, non mi avrebbe fatto la domanda in questi termini. In una recente intervista concessa a La Nuova Bussola Quotidiana, ho dichiarato: “La questione non è solamente: queste persone vivono in peccato mortale e perciò, comunicandosi, commettono sacrilegio. Oppure il suo opposto: queste persone non sono in peccato mortale, a motivo delle attenuanti (come ipotizza AL), e allora possono accedere alla comunione. In ambedue i casi si eccede per zelo di accertamento della condizione morale del soggetto, in un ambito (quello della giustificazione personale) in cui non può aversi la completa certezza. Ciò che dunque impedisce, in primo luogo, ai separati o divorziati viventi in una nuova unione irregolare di partecipare pienamente all’Eucaristia, è la dimensione simbolica della loro vita, che contraddice la dimensione simbolica del sacramento”. Come si può vedere non sostengo che chiunque vive in situazioni irregolari sia necessariamente privo della grazia santificante. Anche se sicuramente essi contraddicono la sapienza creatrice e l’insegnamento esplicito di Gesù, e perciò non si trovano certo in una situazione rassicurante.

 - Il mio interlocutore avanza la domanda, mi sembra con un pizzico di ingenuità: “giocare la pastorale e la sacramentaria-liturgia in antitesi è davvero possibile?”, come se io dessi adito a questa ipotesi. E’ chiaro che non è possibile! L’intero libro è un tentativo di riagganciare una pastorale a impronta puramente morale al liturgico-sacramentario. Perché la domanda Gallo non la rivolge ad AL, che imposta la pastorale e la disciplina per le unioni irregolari ignorando la logica profonda e concreta che scaturisce dal sacramento?

 - Mi viene attribuita l’affermazione che “il sacramento (è) garantito solo dal processo canonico”. Il rimando è a p. 77, dove io però non dico nulla di simile, e accenno al processo canonico solo in obliquo e fugacemente, dilungandomi invece sul fatto che l’auspicato discernimento in foro interno (sulle attenuanti, sulle circostanze singole, ecc.) non può essere fatto seriamente avendo a che fare solo con uno dei due partners che si sono divisi e che si trovano in una nuova unione. Il metodo del processo può essere di aiuto, però, a capire che anche un semplice discernimento e accompagnamento personale, nei casi di cui si va’ parlando, non può che essere fatto sentendo anche l’altra o le altre parti, cioè rispettando un elementare principio di prudenza e obiettività (e rilevo che di questo aspetto AL e i suoi commentatori più entusiasti non dicono assolutamente nulla!).

 - A proposito della possibilità di inserire anche un rito penitenziale pubblico, che completi il discernimento e l’assoluzione in foro interno, Gallo dice: “Il fatto che nessuna chiesa si sia ancora espressa in merito, tuttavia, rende la riflessione di Meiattini di grande stimolo per l’approfondimento pastorale di questa dimensione, comunque non negata dall’argomento di AL, come invece sostiene l’autore”. Secondo il mio recensore io sosterrei che AL “nega” la via penitenziale pubblica. Mi saprebbe dire dove io ho affermato questo? Io ho solo detto che AL non ne parla, e che propone solo la via del foro interno. Punto! Inoltre, il decalogo argentino, dichiarato categoricamente l’unica interpretazione autentica, conferma la via del foro interno e non ne prevede altre. Ma poiché “l’unica interpretazione possibile” è talmente poco unica in realtà (come nel libro faccio osservare) che lascia entrare spifferi da tutte le parti, sono stato io, prima di Gallo, a scrivere (a p. 44) che non si può escludere del tutto che qualche vescovo o conferenza episcopale possa anche inserire qualche modifica, compresa quella di una via penitenziale pubblica. Dunque io non sostengo che AL “neghi” questa possibilità. E se una possibilità in tal senso si aprirà sarà “nonostante” AL e “grazie” alla confusione ermeneutica moltiplicatasi nella disarmonia fra AL e decalogo argentino. Se questo è magistero…

 Queste precisazione erano doverose – e se ne potrebbero aggiungere altre sulle quali sorvolo – per chiarire al lettore che “se vuoi comprendere Caietano (Gallo) devi leggere prima Tommaso (Meiattini)” – e S. Tommaso mi perdonerà l’indebito e irrispettoso accostamento della mia persona alla sua. Mentre Gallo mi scuserà se lo rapporto a Caietano, che forse non gli sta simpatico!

 B) Alcune puntualizzazioni critiche

Un altro aspetto che ritengo poco produttivo nella recensione di Gallo è la tendenza, che affiora qua e là, a inserire talvolta affermazioni a modo di tesi, ma senza che esse siano poi sviluppate e dimostrate effettivamente. Oppure si fanno osservazioni che fanno un certo effetto, ma che se guardate più da vicino perdono il loro smalto. Ne do, anche in questo caso, alcune esemplificazioni.

 - Leggo: “Nella intelligente rilettura critica (di Meiattini) di AL, emerge però una teologia sacramentaria tendenzialmente astorica, persino astratta, che pretende di decidere con la sua forma le storie, che cerca tutela dal diritto, non nella pratica”. Certo, può essere che io cada in questo astoricismo senza accorgermene (e allora la mia rilettura non sarebbe così intelligente!), ma andrebbe dimostrato, non solo asserito. Gallo dovrebbe spiegare perché partire, come cerco di fare, dalla celebrazione, con tutte le sue implicazioni (anche di diritto, perché no, del diritto con tutta la sua memoria “pratica” e storica di secoli di esperienza) sarebbe “astratto e astorico”. L’asserzione è gratuita. Non a caso Gallo mai cita il capitolo V del mio libro, che è interamente dedicato a ribadire la fondazione del vincolo non in una norma astratta o nella legge naturale, bensì nella fattualità concreta della celebrazione. Inoltre, non ho cercato in nessun modo la tutela del diritto (non sono un canonista, fra l’altro), quanto del sacramento, che comporta evidentemente anche dei risvolti giuridici e canonici in seconda istanza (nel matrimonio è evidente), e questo non “purtroppo”, ma perché l’umano assunto dal Verbo è fatto anche di jus. Vorrei, insomma, che fosse tutelato il sacramento, affinché esso tuteli noi. Perché è il sacramento che ci tutela, non “la pratica” cui accenna Gallo in fine di frase. La pratica (o prassi) da sola è quanto di meno tutelante ci possa essere. Se il sacramento (o l’agire sacramentale) è culmine e fonte, la “pratica” della vita è inclusa nel sacramento e nella sua concreta (non astratta) pratica liturgica e da essa garantita e orientata, non viceversa. Sono i sacramenti che salvano e trasformano la “pratica”, cioè la vita, non la pratica che salva i sacramenti. E come dico ampiamente nel cap. V (criticando proprio l’impostazione giusnaturalistica di AL sovraimposta al “diritto” e alla teologia del sacramento), il sacramento è sempre un fatto concreto, che si verifica in modo celebrativo.

 - Leggo ancora: “La scelta del foro interno (da parte di AL) come ambito del discernimento è piuttosto da leggere come esclusione del foro esterno, cioè dell’ambito giudiziale, come via unica per la pastorale di queste situazioni”. Ahimé! E come si può confondere e identificare il foro esterno con la “via giudiziale”? L’espressione foro esterno è certo di sapore giuridico, ma la sua semantica abituale e la sua portata concreta travalicano l’aspetto meramente “giudiziale” (se con giudiziale intendiamo processuale e canonistico) e indicano in senso ampio la dimensione pubblica e riconoscibile di atti e situazioni. In proposito, nel libro cito Kasper e Petrà (pp. 80-83) e la loro perorazione a favore dell’unità dei due fori, nella questione delle unioni irregolari, per motivi teologico-sacramentali ed ecclesiologici, non “giudiziali”. Sottostanno anch’essi alla critica di Gallo? E poi chi mai ha inteso affermare che la via giudiziale “sia unica via per la pastorale di queste situazioni”? Io no di certo.

 - Gallo mi obietta che io seguirei “l’astratta dialettica tra interiore ed esteriore”. Ancora una volta il panico dell’astratto, che è una sindrome epidemica tipica del nostro tempo. Se si fosse appreso una volta nella vita cosa intende Tommaso per processo di astrazione nella conoscenza, si starebbe ben attenti a disprezzare il termine “astratto”. Ma a prescindere da questo quando mai il rapporto interiore-esteriore può essere considerato astratto, se è il modo stesso dell’esistenza dell’essere umano come animal symbolicum?

 - Gallo obietta a proposito della mia ricostruzione del conflitto interpretativo su AL: “Meiattini sceglie di esporre le differenti reazioni a AL non in ordine cronologico (anzi) o per aree geografiche, ma quasi polarizzandole. Il panorama delle prese di posizione dei commentatori dell’esortazione apostolica è sorprendentemente offerto senza che si ricostruiscano i contesti delle prese di parola”. Avrei dunque privilegiato la polarizzazione fra posizioni diverse, invece che tener conto dei contesti culturali (e cronologici!) che spiegherebbero meglio li diverse interpretazioni. Bene, prendiamo pure in esame i contesti geografici e culturali. Certo che se si mette a confronto Polonia-Argentina si può dire davvero che il contesto culturale è molto diverso. Ma c’è anche Polonia-Germania (confinanti), per non parlare poi della situazione italiana, tutt’altro che univoca, e di quella canadese, pure. Non mi sembra che considerata per zone geografiche la diagnosi cambi molto. La spaccatura attraversa come una faglia pressoché tutte le latitudini. Anche all’interno di una stessa diocesi o città. Vallini e Baldisseri, italiani e residenti a Roma, hanno dato in contemporanea due letture ben diverse; Mueller e Meisner, da una parte, e Kasper e Marx, dall’altra, tutti e quattro tedeschi, sul tema non vanno per nulla d’accordo. Allora di cosa parliamo? E un’analisi di carattere “cronologico” cosa aggiungerebbe? Le differenze erano già tutte simultaneamente presenti, in germe, nel concistoro in cui Kasper ha parlato sul tema prima del primo sinodo.

 C) Qualche risposta

Dati questi presupposti, dai contorni un po’ sfocati e che mi hanno obbligato a questi chiarimenti, si capisce perché le domande postemi da d. Gallo risultino alla fine, anch’esse, un po’ sfocate e non riescano a penetrare, a mio giudizio, nei veri punti nodali su cui poggia la mia critica multilaterale e convergente ad AL. Non è il caso di riassumerli di nuovo in questa sede. Stanno comunque nel libro, a disposizione di chiunque e il lettore volenteroso potrà riprenderli e metterli a confronto con le considerazioni critiche del recensore, facendosi una idea personale. Non intendo rispondere a tutte e singole le domande dirette (alcune delle quali abbastanza periferiche rispetto al cuore della mia critica ad AL), anche perché già mi sono dilungato troppo. Mi limito a qualche esempio.

  • Riportando una mia frase – “Mai nel post-concilio, dopo un sinodo dei vescovi, si era assistito a una così evidente polarizzazione” (p. 30) – Gallo commenta: “All’attento professore si potrebbe chiedere: che cosa c’è di così nuovo nella ricezione faticosa di un importante atto magisteriale? Humanae Vitae o Veritatis Splendor hanno conosciuto dibattiti e spaccature, visibili o sommersi, ben più dolorosi”. Se il recensore fosse stato “attento” come il professore, avrebbe colto proprio nella mia frase da lui citata la risposta alla domanda che lui mi fa. Ho scritto infatti: “Mai nel post-concilio, dopo un sinodo dei vescovi, si era assistito a una così evidente polarizzazione”. HV e VS sono encicliche non esortazioni post-sinodali. La novità delle discussioni accesesi su AL, su cui Gallo mi interroga, è che si tratta appunto di un documento post-sinodale. Io ho rilevato semplicemente che si tratta del primo caso di una polarizzazione così profonda dopo (e durante) dei lavori sinodali e a seguito di un documento post-sinodale, nella storia recente. Questa è la novità, dal punto di vista storico, e io lo ritengo un fenomeno degno di nota, qualunque valutazione se ne dia. AL forse non ha intercettato il sentire profondo dell’episcopato, stante l’attuale situazione di disorientamento, oppure non ha saputo farlo nel modo giusto. Va pur detto infatti che nel 2007 (cioè appena sette anni prima degli ultimi sinodi sulla famiglia) Benedetto XVI aveva scritto in Sacramentum Caritatis 29 che il precedente sinodo aveva confermato la disciplina consueta sui divorziati risposati, già riconfermata a sua volta da Familiaris consortio, e nessuna polarizzazione o polemica del genere si era innescata. Ecco la “novità” del fenomeno.

Un’altra faccia della novità è il fatto curioso che mentre per HV e VS la versione mediatica dominante era quella di due papi che decidevano in modo “centralista”, la versione mediatica attuale prevalente è quella del papa democratico che scrive AL dopo varie consultazioni e in modo sinodale. Diciamo che per chi “studia” l’iter complessivo (dal primo sinodo fino alla promulgazione della Littera Apostolica interpretativa di AL) questa seconda vulgata appare in gran parte una costruzione giornalistica. Non ho comunque difficoltà, come invece sembra pensare Gallo nella domanda immediatamente successiva, a riconoscere che l’esperienza della sinodalità può essere attraversata da questo tipo di crisi. Infatti a p. 147 dico che “forse è anche un bene che questi disaccordi siano venuti alla luce”, aggiungendo subito “anche se la febbre non è ancora la guarigione”. Anche i grandi concili hanno attraversato questo tipo di tensioni.

 b) Un’altra domanda, che merita attenzione, è quella in cui Gallo osserva:

 “Ci trova concordi l’autore quando afferma che lo ‘strappo’ da Veritatis splendor è consumato (pp. 108-109). Si potrebbe però chiedere: non era forse consumato uno strappo tra la teoria della coscienza di Dignitatis Humanae e VS? Non si risitua forse il discorso proprio a partire dalle categorie di libertà di coscienza situata, storica e biografica, l’unica forma in cui può esistere la fede che fa propria la verità? Le pagine del cap. 7 sulla “svolta pastorale” non partono giustamente da qui, dalla logica dell’incarnazione che glorifica l’umano, che è sempre da salvaguardare?”.

 Come si può capire si tratta di varie domande concatenate. In primo luogo il termine di “strappo” è tutto un programma: personalmente non ritengo il magistero equiparabile a una mostra di Burri! Ma tralascio questo dettaglio. Lo strappo, reale o presunto, dovrebbe essere un problema da esaminare, non da acquisire come fatto scontato e pacifico. Che un teologo come Gallo si accontenti di dire che lo strappo è consumato e non si sforzi di verificarne la tenuta teorica mi stupisce: dove sta il lavoro della teologia? Perché il problema, diciamolo francamente, è questo: a fronte dell’impostazione teorica rigorosa ed elevata dottrinalmente di VS, come può AL procedere per “strappi” senza una rifondazione di altrettanto rigore che mostri le ragioni dello “strappo”, passando direttamente alla “prassi”? Dove sono esibiti i motivi plausibili di questo “strappo”? E’ vero che gli strappi oggi vanno di moda, almeno nei calzoni, ma a quanto mi risulta non altrettanto nella tradizione dottrinale della Chiesa. Il pragmatismo di AL, puntellato alla meno peggio da qualche citazione male usata di Tommaso, su cosa si regge in fondo? Produce uno strappo rispetto a un documento dottrinale senza esibire una elaborazione teorica a suo sostegno solo in nome della pastorale? Se così è, mi sembra che qualcosa non funzioni. Per quanto riguarda il rapporto fra Dignitatis Humanae e VS non entro nel merito (non condivido la lettura di Gallo). Cercare poi di reimpostare il discorso “proprio a partire dalle categorie di libertà di coscienza situata, storica e biografica”, come dice Gallo, non mi sembra francamente sufficiente, anzi mi sembra ingenuo: la coscienza, pur situata, è sempre correlata a un’oggettività irriducibile, la fede a una rivelazione data, la comunità a un Soggetto-Mistero celebrante-celebrato. Come appunto dico nel cap. 7 sulla svolta pastorale in chiave sacramentale. E fra i due poli c’è, come nel libro illustro (riprendendo una mia categoria preferita) una reciprocità asimmetrica.

 c) In una ulteriore domanda Gallo cita Evangelii Gaudium 32, dove si prevede di riconoscere agli episcopati locali “qualche autentica autorità dottrinale”. E’ una frase che se compresa alla luce del Motu proprio Apostolos suos di GP II (1998), a cui rinvia in nota papa Francesco, non fa difficoltà. Dunque non mi sembra che Francesco dica qualcosa di nuovo. A meno che Gallo non voglia dire che Francesco con quell’aggettivo “autentica” intenda conferire un’autorità dottrinale maggiore rispetto a prima agli episcopati locali rispetto alla sede di Roma. E questo varrebbe anche in materia di indissolubilità matrimoniale o di altri punti dottrinali sensibili? Allora il papa non avrebbe dovuto citare il documento di Giovanni Paolo II e comunque si tratterebbe di una visione improponibile pensare che ogni episcopato più pronunciarsi su questioni dottrinali senza la comunione con la Chiesa universale. E perché parlare di autorità dottrinale degli episcopati a proposito delle “innovazioni” di AL che si presentano solo come misure pastorali di discernimento e non vogliono toccare il principio dottrinale dell’indissolubilità?

 d) Chiede ancora il recensore: “La dimensione misterico-sacramentale che fonda la vita etica credente non è forse l’unica che può guidare il processo accompagnare-discernere-integrare?” Se Gallo ha letto il mio libro capirà di star sfondando una porta aperta. Poi Gallo continua: “Non siamo forse qui al passo successivo rispetto a quello compiuto da Benedetto XVI, quando dichiarò le nuove unioni non escluse dal mistero della Chiesa?”. Sono d’accordo con Benedetto (anche il peccatore infatti resta sempre un membro, anche se ferito, della Chiesa e di cui la Chiesa deve prendersi cura). Ma domando a Gallo: se siamo d’accordo che queste coppie non sono escluse dal mistero della Chiesa, perché si continua a dire che se non fanno la comunione non sono integrate? Non si tratta per caso di una forma criptica di neo-sacramentalismo di ultima generazione? Magari ispirato al clima “antidiscriminazione” oggi giunto al parossismo e talora quasi al ridicolo del “diversamente-abile” e di tutti i vari “diversamente”? Inoltre, tutta la rivalutazione della “sacramentalità” della Scrittura e della lectio divina che fine fa? Non diciamo in ambito ecumenico che anche se certe confessioni cristiane non hanno l’eucaristia, hanno però il Battesimo e la Parola? Tiriamo allora le conseguenze anche per coloro che pur non potendo accedere all’eucaristia in forma piena, hanno però tutte le altre risorse: Parola di Dio, preghiera, esercizio della carità e delle altre virtù, partecipazione alla vita della comunità (se i sacerdoti e i teologi per primi credono davvero al “sacramento del fratello” e della fraternità, tranquillamente glissato). Sappiamo bene che alla prassi della comunione al Corpo eucaristico non corrisponde una proporzionale attenzione alla comunione al Corpo ecclesiale. Perché tutta questa preoccupazione di “eucaristizzare”, dopo che per decenni si è parlato e scritto sulle molteplici modalità della presenza del Cristo nella liturgia e fuori della liturgia preoccupandosi di ridurre la superconcentrazione eucaristica degli ultimi secoli? Non è che qui subentrano altri motivi psicologici o sociologici, più che teologici e autenticamente pastorali? E la non-pastorale dell’iniziazione attualmente ancora dominante, non si basa forse sulla medesima logica: i sacramenti non si rifiutano a nessuno? I risultati li vediamo: l’iniziazione così praticata dimostra il drammatico fallimento della generatività della Chiesa che non è più madre feconda di figli, forse proprio perché non è più sposa fedele dell’unico Signore e invece di generare figli partorisce vento.

 e) Gallo, ad un certo momento, ipotizza una “nuova ermeneutica giuridica”, che consisterebbe nella conversione sistematica del reato di adulterio “da reato continuativo a solo reato istantaneo”. Non ritengo percorribile questa strada. Resto personalmente convinto della solida concezione che il peccato “attuale” di adulterio normalmente può essere rimesso in foro interno, quello continuativo (condizione di vita stabile e pubblica contraria al sacramento) non può esserlo se non ha termine. Almeno che non ci arrampichiamo sugli specchi come fa Coccopalmerio (attraverso quella che definirei “simulazione di proposito”). Curioso che Gallo, che qua e là non dimostra simpatia per il “diritto”, proponga qui una soluzione immediatamente giuridica (“una nuova ermeneutica giuridica”) per un problema prima di tutto morale che a sua volta poggia sul sacramentale. In questo caso avremmo non solo una riduzione morale del sacramento, ma un’ulteriore riduzione giuridica della morale (di male in peggio).

 Mi fermo qui! Poiché in fondo nemo iudex in causa propria, la cosa migliore mi sembra lasciare risuonare ancora le altre domande di d. Gallo (in fondo è una recensione da tenere in conto nell’insieme delle reazioni possibili). Non vorrei concludere, però, senza un’ultima precisazione, sulla illazione contenuta nel titoletto di un paragrafo di Gallo: “Guardare compiaciuti il conflitto delle interpretazioni”. Cosa fa pensare a Gallo che io sia così cinico?

Mi scuso per l’eccessiva lunghezza, e ringrazio d. Marco per il tempo e l’attenzione spesi per il mio libretto e il prof. Andrea Grillo per avermi ospitato nel suo blog. Un augurio pasquale a tutti.

 d. Giulio Meiattini osb

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