Quaestio de mulierum similitudine: Tommaso d’Aquino, la donna e lo schiavo


ministerodonne

Su gentile segnalazione di Paola Lazzarini Orrù, riprendo la domanda sollevata da una teologa inglese, alla quale provo a dare una mia risposta, con qualche fondamento testuale e riflessivo.

La questione

Tina Beattie scrive:

Come altri teologi cattolici che hanno apertamente sostenuto le donne sacerdote, sono stata ripetutamente messa a tacere e messa al bando dai vescovi e dalla Congregazione per la dottrina della fede. Con l’influenza di Papa Francesco è ora possibile discutere di questi problemi senza timore della censura draconiana. Al Sinodo state sollevate domande sul diaconato delle donne in Amazzonia che dieci anni fa non avrebbero potuto essere sussurrate nei corridoi.
Tuttavia, non ho mai avuto risposta da alcun prete, vescovo o teologo a una domanda che ho posto in modo persistente e ripetuto in contesti diversi. Non c’è nessuno disposto ad accettarla, perché sto dicendo che c’è un’eresia in un documento ufficiale di insegnamento cattolico, vale a dire, Inter Insigniores. Ecco qui:

« I segni sacramentali – dice S. Tommaso – rappresentano ciò che significano per una naturale rassomiglianza ».Ora, questo criterio di rassomiglianza vale, come per le cose, così per le persone: allorché occorre esprimere sacramentalmente il ruolo del Cristo nell’Eucaristia, non si avrebbe questa « naturale rassomiglianza », che deve esistere tra il Cristo e il suo ministro, se il ruolo del Cristo non fosse tenuto da un uomo: in caso contrario, si vedrebbe difficilmente in chi è ministro l’immagine di Cristo. In effetti, il Cristo stesso fu e resta un uomo.”

Quindi, se sei un prete, un membro del CDF o un teologo migliore di me, puoi spiegarlo? Le donne sono fatte a immagine di Cristo o no? In caso contrario, l’intera tradizione dell’insegnamento cattolico è sbagliata e Genesi 1 è sbagliata? Oppure l’Inter Insigniores ha torto? E infine, cosa vedono gli uomini a messa quando guardano una donna, se trovano difficile vedere l’immagine di Cristo in lei?

Questa è davvero una domanda che mi preoccupa. Sono sicura che esista una spiegazione, ma non sono riuscita a vederla perché sono un orso di cervello molto piccolo. Sono sicura che alcuni di voi conoscono l teologi cattolici geniali e dottrinalmente puri che potrebbero aiutarmi a quadrare il cerchio. Grazie.

Una risposta

La prima osservazione che voglio fare riguarda in generale l’uso delle citazioni dalle opere di S. Tommaso. Bisogna per lo più diffidare dell’assunzione di un “principio” tratto da un’opera di S. Tommaso, perché frequentemente si tratta di una apparenza di principio, che non corrisponde alla intenzione dell’autore. Anche in questo caso, il documento Inter insigniores utilizza un testo di Tommaso, senza approfondirne né la fonte né il contesto. Ad un esame più attento, infatti, risulta facile riconoscere la debolezza della argomentazione magisteriale, che ricorre ad un testo il cui contenuto reale,di fatto, smentisce le premesse stesse del documento magisteriale. Cerco di esporre con semplicità il frutto della mia breve ricerca:

a) La espressione di Tommaso citata da Inter insigniores appare nel Commentario alle sentenze di Pietro Lombardo (Super Sent., lib. 4 d. 25 q. 2 a. 2 qc. 1 ad 4) ed è parte di una risposta alla discussione, che non riguarda la ordinazione della donna, ma quella dello schiavo (l’articolo 2 si intitola infatti “Se la schiavitù sia impedimento alla ricezione dell’ordine”)! Il testo della citazione integrale, che è molto breve, suona così:

Ad quartum dicendum, quod signa sacramentalia ex naturali similitudine repraesentant; mulier autem ex natura habet subjectionem, et non servus; et ideo non est simile.”

b) Come è evidente, il riferimento alla “similitudo” non riguarda di per sé la “somiglianza maschile/femminile” rispetto al Signore, ma la somiglianza nella “condizione di schiavitù”, che lo schiavo ha per contratto o per convenzione, mentre la donna ha “per natura”. Per capire meglio questa risposta, tuttavia, bisogna leggere la obiezione cui risponde, che si trova qualche pagina prima;

c) La posizione che viene confutata nel “ad quartum” citato è la seguente, che sostiene la non ordinabilità dello schiavo, che sarebbe caso “più grave” rispetto alla donna:

Sed contra, videtur quod (servitus) impediat quantum ad necessitatem sacramenti. Quia mulier non potest suscipere sacramentum ratione subjectionis. Sed major subjectio est in servo; quia mulier non datur viro in ancillam, propter quod non est de pedibus sumpta. Ergo et servus sacramentum non suscipit.”

Questo testo, che costituisce l’oggetto della confutazione di Tommaso, richiama un passo di interpretazione della creazione della donna dalla costola di Adamo che Tommaso presenta così nella Summa Theologiae.

“Era conveniente che la donna fosse formata dalla costola dell’uomo. Primo, per indicare che tra l’uomo e la donna ci deve essere un vincolo di amore. D’altra parte la donna “non deve dominare sull’uomo” [1 Tm 2, 12], e per questo non fu formata dalla testa. Né deve essere disprezzata dall’uomo come una schiava: perciò non fu formata dai piedi. Secondo, per una ragione mistica: poiché dal costato di Cristo dormiente sulla croce dovevano scaturire i sacramenti, cioè il sangue e l’acqua, con i quali sarebbe stata edificata la Chiesa.” (S. Th. q92 a3 co)

Possiamo dunque scoprire che la “similitudo” di cui si parla, nel testo di Tommaso riguarda non il rapporto tra Cristo e il suo ministro ordinato, come la intende Inter insigniores, ma la somiglianza tra la condizione di schiavo e la condizione di donna. La “similitudo” negata da Tommaso è la relazione tra lo schiavo e la donna circa il “defectus eminentiae gradus”. E viene contestata proprio per il fatto che la “carenza di autorità” per lo schiavo è reversibile, ma per la donna no. La natura, per Tommaso, pone la donna in una soggezione insuperabile.

d) La controprova della non pertinenza del presunto principio tomista invocato da Inter Insigniores si ha leggendo i testi, che precedono quelli a cui abbiamo fatto riferimento, ossia quelli dell’articolo 1, dedicato specificamente alla questione “Se il sesso femminile sia un impedimento alla ricezione dell’ordine”. In questa parte del commento il principio invocato da Inter insigniores appare in forma diversa, ossia con un ragionamento leggermente più ampio, ma che chiarisce ancora meglio la “mens” di Tommaso e la sua profonda differenza dalla intenzione con cui Inter insigniores lo assume, in una prospettiva profondamente diversa.

e) Anche in questo caso la citazione utilizza la logica della “similitudo”, allegando anche un esempio, tratto dal sacramento della unzione degli infermi. Leggiamo il passo

Unde etsi mulieri exhibeantur omnia quae in ordinibus fiunt, ordinem non suscipit: quia cum sacramentum sit signum, in his quae in sacramento aguntur, requiritur non solum res, sed significatio rei; sicut dictum est, quod in extrema unctione exigitur quod sit infirmus, ut significetur curatione indigens. Cum ergo in sexu femineo non possit significari aliqua eminentia gradus, quia mulier statum subjectionis habet; ideo non potest ordinis sacramentum suscipere.” (Super Sent., lib. 4 d. 25 q. 2 a. 1 qc. 1 co.)

Come è evidente dal ragionamento proposto da Tommaso, la domanda non solo della “res”, ma della “significatio rei”, che in qualche modo equivale a quanto sostenuto a proposito della “similitudo” nel caso precedente, viene argomentata esclusivamente in rapporto alla “significatio” della “eminentia gradus”: il sesso femminile è escluso dalla ordinazione perché incapace di “significare ed esercitare la autorità”.

f) E’ chiaro che la citazione utilizzata da Inter insigniores riconduce la argomentazione di Tommaso non alla somiglianza maschile, potremmo dire intesa nel suo lato oggettivo e formale, ma alla somiglianza di autorità e di assenza di schiavitù. Così pare evidente la debolezza della argomentazione, che non fa altro che ribadire proprio quella impostazione classica che assume la relazione tra uomo e donna segnata non solo da una legittima differenza, ma da una strutturale subordinazione della seconda al primo.

Credo che questa breve indagine su una fonte di Inter insigniores possa concludersi con alcune affermazioni più generali:

- Come accade non raramente, anche in questo caso un testo di Tommaso, sganciato dal suo contesto originario, serve a dare autorevolezza ad una posizione obiettivamente assai debole, e comunque molto diversa da quella sostenuta dal Dottore angelico.Tommaso non utilizza mai nella discussione sugli impedimenti alla ordinazione l’argomento della somiglianza, se non riferendola al “difetto di autorità”. In altri termini, lo schiavo non può essere ordinato perché privo di autorità. Ma lo schiavo può superare questo impedimento, che non gli deriva dalla natura, ma dalla tradizione. Invece la donna “ha la schiavitù per natura” e per questo non può essere ordinata. La ragione della dissomiglianza non è la “forma” o la “struttura” femminile, ma il “defectus eminentiae gradus”.

- Se letta nel suo contesto, quindi, la affermazione sulla “somiglianza” – riproposta dal documento del 1976, riafferma soltanto la prospettiva che per Tommaso risultava decisiva: ossia la “mancanza di autorità della donna” come principio antropologico e sociologico del suo tempo e che si imponeva anche alla discussione teologica, che si lascia istruire da questa evidenza culturale. Che però noi abbiamo superato.

- Essendo Inter insigniores introdotto dalla citazione con cui Papa Giovanni segnala in Pacem in terris la acquisizione della “donna nello spazio pubblico” come “segno dei tempi, sembra davvero paradossale che per dar seguito a questa nuova affermazione, si fondi la soluzione su un testo medievale che conferma precisamente ciò di cui dobbiamo oggi liberarci. Se si ribadisce in premessa che “per natura la donna non può comandare”, ogni discussione teologica risulta superata e senza alcuno spazio.

Una semplice esegesi tomista, condotta nel contesto da cui Inter insigniores trae la affermazione di Tommaso,libera il campo per argomentazioni davvero convincenti, che debbono essere nuove, giacché scaturiscono da un mondo trasformato dalla libertà e dalla eguaglianza. La debolezza obiettiva delle argomentazioni del magistero, di cui il teologo deve fare accurata rassegna, liberano il campo per una ricerca di argomentazioni più forti e più convincenti, che rispondano davvero alla questione sollevata da Giovanni XXIII e accettino che, in rapporto al femminile, qualcosa di decisivo è accaduto tra XIX e XX secolo, di cui il XXI secolo deve dar conto, senza ambiguità. La somiglianza richiesta da Tommaso è la “assenza di schiavitù”: possibile per lo schiavo, ma impossibile per la donna. Il suo testo, dunque, assume un orizzonte che non è più il nostro. Le “insigniores notas” che il mondo da 60 anni ci offre, dalle quali la Chiesa dovrebbe disporsi ad imparare qualcosa, e tra le quali sta la partecipazione delle donne alla “cosa pubblica”, esigono dal magistero e dai teologi “insigniores cogitationes”. Che dobbiamo saper elaborare, con una audacia tanto paziente quanto esigente.

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