Ministro, donna, schiavo: la visione tomista e la impasse di “Inter insigniores”


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Un breve riepilogo del mio percorso argomentativo può permettere al lettore di comprendere meglio la questione in gioco ,che qui voglio approfondire. Nel momento in cui papa Francesco ha aperto un percorso ecclesiale di riflessione sulla possibile ordinazione diaconale della donna, ho notato che le argomentazioni sostenute anche da autorevoli membri della Commissione istituita dal papa utilizzavano “luoghi comuni” della teologia tomista (necessitas sacramenti, defectus eminentiae gradus) che non venivano compresi secondo la loro versione originale, ma distorti e piegati a nuove esigenze. Rimando per questo a quanto scritto su questo blog a proposito degli studi di Menke e di Mueller, con testi confluiti poi nel volume “Diacone” curato da Serena Noceti, per i tipi di Queriniana. Successivamente, su segnalazione del prof. Komonchak, ho riletto anche ciò che, su altro registro, Tommaso scriveva proposito della donna nel battesimo, traendone alcune conclusioni sul “metodo tomista”.  Da tutte queste letture emerge, in modo prepotente, che la “condizione femminile” viene letta esclusivamente sul piano della recezione culturale e sociale della “donna come segno di autorità”: “quod mulier statum subjectionis habet”. Va detto, però, che Tommaso è molto attento a non teologizzare queste conclusioni, che derivano da evidenze “di ragione”, della ragione del suo tempo, dalla biologia, dalla antropologia e dalla sociologia del XIII secolo. Su questo punto possiamo anche ammirare una teologia tanto lontana da noi, ma rigorosa nel distingue i livelli delle proprie analisi.

Con la fine del Sinodo sulla Amazzonia, e con la notizia della riapertura dei lavori della Commissione e con il suo ampliamento,  riemergeva una questione di fondo: ossia la esigenza di coniugare lo studio storico con un approccio sistematico nuovo. Infatti, nessuno storico sarebbe in grado di leggere davvero la storia antica e moderna se mantenesse in testa le idee sistematiche di Tommaso.

A favorire questo lavoro di ripensamento è intervenuta anche la sollecitazione di una teologa inglese, Tina Beattie, che ha sollevato una domanda sul documento “Inter insigniores” (1976), fondata su una espressione tomista, la cui esegesi, tuttavia, ha confermato come gran parte della riflessione attuale sulla questione della “ordinazione della donna”, anche in sede ufficiale, si fondi su letture sbagliate dei testi tomisti. E interpreti in senso indebitamente teologico e cristologico, considerazioni biologiche, antropologiche e sociologiche di Tommaso.

Un passaggio ulteriore

Proprio in occasione dell’ultimo testo, suscitato dalla domanda di T. Beattie, un’altra teologa, Selene Zorzi, commentando il testo della mia risposta, aggiungeva un riferimento di grande forza argomentativa e che conferma, in modo ancora più netto, la implausibilità delle risposte ecclesiali che utilizzino le proposizioni tomiste per escludere per principio la ordinazione diaconale della donna. Si tratta, in sostanza, di portare alla luce, non soltanto la fragilità degli argomenti che Tommaso utilizza a proposito degli “impedimenti alla ordinazione”, dove come abbiamo visto appare prepotentemente una correlazione tra “donna” e “schiavo”, ma di riconoscere che questa correlazione è strutturale nella concezione che Tommaso offre sul tema “de productione mulieris”, ossia sulla creazione della donna. La concezione della donna, diremmo sul piano originario, è articolata secondo una “parallelismo servile” che non riesce neppure lontanamente a immaginare come funzioni un mondo nel quale si dischiuda una “autocomprensione femminile” senza soggezione e quindi anche un suo “ruolo pubblico” reso possibile dal riconoscimento della sua autorità.

Il testo della Summa Theologiae su cui voglio soffermarmi si trova all’interno della questione 92 della prima parte, che è dedicata alla “creazione della donna”. Vorrei citare, dell’articolo 1, soltanto la risposta alla seconda obiezione (S. Th. I q. 92 a. 1 ad 2)

“Ad secundum dicendum quod duplex est subiectio. Una servilis, secundum quam praesidens utitur subiecto ad sui ipsius utilitatem et talis subiectio introducta est post peccatum. Est autem alia subiectio oeconomica vel civilis, secundum quam praesidens utitur subiectis ad eorum utilitatem et bonum. Et ista subiectio fuisset etiam ante peccatum, defuisset enim bonum ordinis in humana multitudine, si quidam per alios sapientiores gubernati non fuissent. Et sic ex tali subiectione naturaliter femina subiecta est viro, quia naturaliter in homine magis abundat discretio rationis. Nec inaequalitas hominum excluditur per innocentiae statum, ut infra dicetur”

Eccone una traduzione, con alcune sottolineature:

“Alla seconda obiezione si deve rispondere che ci sono due specie di sudditanza. La prima, servile, quella per cui chi è a capo si serve dei sottoposti per il proprio interesse; tale dipendenza sopravvenne dopo il peccato. Ma vi è una seconda sudditanza, economica o civile, in forza della quale chi è a capo, si serve dei sottoposti per il loro interesse e per il loro bene. Una tale sudditanza ci sarebbe stata anche prima del peccato; poiché senza il governo dei più saggi, sarebbe mancato il bene dell’ordine nella società umana. E in questa sudditanza la donna è naturalmente soggetta all’uomo; perché l’uomo ha per natura un più vigoroso discernimento di ragione. – Del resto lo stato di innocenza non esclude la disuguaglianza tra gli uomini, come diremo in seguito.”

La logica di Tommaso e lo “stato di minorità”

Non vi è dubbio che questo testo, in modo assai chiaro, espliciti ancora meglio l’ultimo orizzonte della riflessione di Tommaso. La donna si inserisce in una struttura mondana in cui è “per natura soggetta all’uomo”.  E la analogia con lo “schiavo” è il criterio di comprensione della assenza di autorità femminile. Con una duplice aggravante:

- lo schiavo è tale “per interesse altrui”, mentre la donna è soggetta “per il suo bene”;

- lo schiavo è tale “per tradizione e per convenzione”, mentre la donna è soggetta “per natura”.

Per questi motivi “razionali”, lo schiavo può emanciparsi, e l’impedimento contro di lui funziona “necessitate praecepti”, mentre la donna, in questo sistema, non può emanciparsi, e quindi l’impedimento alla ordinazione risulta per lei “necessitate sacramenti”, ossia insuperabile.

La nascita del soggetto e la fine della “subiectio naturalis”

Questa lettura della creazione, che dipende da una comprensione della Parola profondamente alterata da concezioni biologiche, antropologiche e culturali contingenti, condiziona e comanda in modo decisivo la “teoria degli impedimenti alla ordinazione”, che risulta perciò gravemente unilaterale, perché dedotta da una comprensione razionale e strutturale priva di fondamento rivelato indiscutibile.

Quando nascerà la cultura del “soggetto”, dotato in quanto tale di una coscienza e una storia singolare e senza una “subiectio” naturale, la donna uscirà dallo stato di minorità in cui era stata costretta da queste visioni inadeguate. Subiectum subiectionem vincit. E la donna passa da “soggetta” a “soggetto”. Di fronte a tale sviluppo la acquisizione ecclesiale decisiva sta nel superare il sospetto verso questa evoluzione, ed assumerne responsabilmente le conseguenze sul piano della comprensione della Parola e della struttura ecclesiale. Questo attesta, in modo luminoso, seppur embrionale, il testo di Pacem in terris. Riconoscere la donna come “soggetto pubblico” significa superare radicalmente la impostazione “assoggettante” di Tommaso.

Viceversa, con Inter insigniores si tenta di rilanciare la lettura tomista, trasferendola però dal piano “antropologico” al piano “formale”, “teologico” o “estetico”. Tuttavia qui si pone una questione centrale. Se la Chiesa dichiara di “non avere autorità” per modificare la tradizione che esclude la donna da ogni autorità ecclesiale, deve portare argomentazioni convincenti.  Quelle di Tommaso non lo sono più. Né la loro risignificazione indiretta, che le sposta su un livello di “somiglianza” di cui Tommaso non ha mai parlato, appare più convincente. Infatti, ciò che Inter insigniores crede di poter dedurre dalla citazione di Tommaso, è una ricostruzione moderna senza alcun fondamento nel testo di Tommaso, che non parla mai di “somiglianza sessuale tra il ministro e il Signore”. Questo procedimento disinvolto, come abbiamo visto, ricade nelle stesse evidenze di un mondo che non c’è più, con l’aggravante di nascondere la vera motivazione, sotto nuovi pregiudizi, forse ancora più insidiosi. Tommaso, in tutta questa vicenda, conserva un primato: parla chiaro, non nasconde i suoi argomenti e comunque distingue accuratamente discorso antropologico e discorso teologico. Cosa che invece manca al testo di “Inter insigniores” che confonde i piani a tal punto, da non comprendere più neppure i testi tomisti che cita, fornendone una lettura decisamente fuorviante.

Credo che uno dei compiti della Nuova Commissione sul Diaconato femminile sarebbe quello di prendere atto di questa “impasse” e produrre argomentazioni adeguate alla comprensione di una “natura umana” che non ricorra più a metafore servili, né verso gli schiavi né verso le donne. D’altra parte usare il discernimento, per uscire da pericolose “teologizzazioni” dell’Ancien régime, è un compito che compete non solo al magistero della cattedra magistrale, ma anche e soprattutto al magistero della cattedra pastorale.

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