Papa Francesco, ovvero: “eccentricità” americana a Roma


papa professore

Essere una tradizione, e non una dottrina, le ha permesso di rimanere e, contemporaneamente di cambiare” (O. Paz)

Rileggendo con grande interesse il magnifico discorso che Octavio Paz tenne a Stoccolma nel 1990, intitolato Alla ricerca del presente e pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, ho trovato una sorprendente chiave di lettura del papato di Francesco. Sapevo che Francesco ha nel cuore la parola di Paz, ma non immaginavo di trovare definito, con tanta lucidità, uno spaccato di questo pontificato, quasi profetizzato più di venti anni in anticipo. Vorrei offrirne un breve quadro, da cui trarre alcune conseguenze per un giudizio onesto sulle caratteristiche di questo storico passaggio magisteriale.

Il carattere “eccentrico” della cultura americana

Non raramente si dimentica che una delle componenti decisive del pontificato di Francesco è costituita dal fatto di essere il “primo papa non europeo”. In quanto “americano” Francesco porta a Roma alcune caratteristiche decisive del “carattere americano”. Nel testo citato, O. Paz identifica il tratto saliente dello spirito americano in una caratteristica che identifica già in origine i paesi “conquistatori” – ossia la eccentricità insulare inglese e la eccentricità peninsulare iberica – che nel Nord America e nella America Latina avrebbero acquisito un forte senso della “differenza”, diventando a Nord “eccentricità esclusiva” e a Sud “eccentricità inclusiva”. Questo carattere “eccentrico” costituisce un ottimo criterio di comprensione del “primato della periferia”: è un mondo, la cui letteratura è giunta ad essere conosciuta e riconosciuta solo nel XIX secolo, a portare a Roma una percezione della tradizione diversa e a proporne una traduzione tanto fedele quanto audace.

Come riconoscere nell’americano Francesco il papa?

Non a caso è stato un teologo sudamericano – Marciano Vidal – a porre nel modo più radicale la questione della “riconoscibilità” di Francesco come papa. Egli si è chiesto, in modo acuto: “Come è stato possibile che fin dalla sera del 13 marzo 2013 noi abbiamo potuto riconoscere in Francesco il papa e Vescovo di Roma, nonostante i suoi linguaggi – verbali e non verbali – fossero tanto diversi rispetto al passato?” La sua risposta è molto istruttiva: perché ne avevamo il “presentimento”. A partire dal Concilio Vaticano II il popolo di Dio “sapeva” che una cosa del genere avrebbe potuto accadere. E, appena è avvenuta, ha avuto i criteri per riconoscerla. Il Concilio Vaticano II ha posto le premesse per la “decentralizzazione ecclesiale”, convocando a Roma per la prima volta una Chiesa cattolica di 5 continenti diversi, e introducendo la logica di un “aggiornamento pastorale” che permetteva, finalmente, alla tradizione di rinnovare la nobile prassi di traduzione e di ricomprensione, come era sempre avvenuto lungo i secoli, e che la vicenda traumatica del XIX e XX secolo sembrava aver bloccato.

Le conseguenze sulla “dottrina”

Questa “eccentricità americana” di Francesco ha conseguenze dottrinali assai rilevanti. Non può essere ridotta né ad aneddoto antropologico né a curiosità caratteriale né a pericolo apocalittico: nella forma del linguaggio verbale e non verbale di Francesco è in gioco la tradizione dottrinale cattolica, colta in una sua fase di prezioso sviluppo. Una traduzione della tradizione accade in diretta, davanti ai nostri occhi. Con le categorie introdotte da due grandi teologi del XX secolo (G. Lindbeck e A. Dulles) possiamo dire che abbiamo a che fare qui con un diverso modello di rapporto con la dottrina e con la rivelazione. Ad un modello “proposizionale” o “esperienziale” di dottrina si sostituisce un modello “cultural-linguistico”. Potremmo dire alla classica opposizione tra proposizione dogmatica oggettiva ed esperienza di salvezza soggettiva si sostituisce la complessa mediazione linguistica, verbale e non verbale. La traduzione della dottrina comporta mutamenti decisivi sul piano del linguaggio. Guai a negarli, restando in una visione superata di ciò che è dottrina ecclesiale. Non sorprende che proprio alcuni settori americani – stilizzati su precomprensioni europee – siano i più restii a riconoscere questa dinamica preziosa.

Le implicazioni disciplinari

Diversamente da quanto spesso viene ripetuto – ossia che le novità di Francesco riguardano la disciplina e non la dottrina – bisogna riconoscere che alle novità dottrinali – dovute alla necessaria traduzione della tradizione – debbono accompagnarsi le novità disciplinari, procedurali, strutturali. Esse permettono alla Chiesa non solo di “sapere di dover uscire”, ma di uscire per davvero! E riguardano, inevitabilmente, il governo delle “curie”. Ovunque vi sia “curia” un diverso equilibrio tra soggetti deve essere assicurato, per onorare una “realtà più grande della idea”.

In conclusione, la attenzione per la “periferia” potrebbe essere, a ben vedere, non solo una esigenza nativa del Vangelo, ma anche una proiezione sul vangelo di questa caratteristica “eccentrica” dell’America e della America Latina in particolare, come frutto della eccentricità esclusiva dell’Inghilterra e della eccentricità inclusiva della Spagna e del Portogallo.

Nel magistero di Francesco parla la storia di questa “eccentricità” prima ereditata e poi rielaborata dalla cultura civile ed ecclesiale americana. Un diverso rapporto tra autorità e libertà, che caratterizza la storia americana rispetto a quella europea, porta a Roma nuove priorità e nuovi stili, di cui il Vaticano II ci aveva dato gusto e presentimento. Ci vorrà tempo per comprendere appieno, da parte di tutti, che non si tratta di una “eresia pericolosa”, ma di una “parresia provvidenziale”.