Oltre la pena di morte: evoluzione della dottrina su altri nodi da sciogliere


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La morte fisica e la morte sociale sono state due tra le pene più classiche con cui gli uomini hanno ritenuto di “ristabilire la giustizia”, umana o divina che fosse. Anche nella tradizione cristiana hanno avuto il loro spazio, assumendo il nome di “pena capitale” e di “scomunica”. Privare della vita il colpevole o escluderlo dalla comunità ecclesiale e civile erano le forme più efficaci di sanzione, di cui si avvalevano la forza pubblica e la Chiesa, e di cui hanno fatto le spese, rispettivamente, Giordano Bruno o Dante Alighieri.

La società tardo moderna, a partire dalla fine del 1700, ha iniziato a rielaborare il concetto di sanzione e ha superato, contemporaneamente, sia la pena capitale sia la scomunica. La sostituzione alla prima dell’”ergastolo” e alla seconda di un “tempo determinato” di detenzione costituiscono un grande mutamento, che la Chiesa non ha ancora del tutto elaborato. Da un lato essa ha gradualmente rinunciato alla pena di morte, fino alla ultima formulazione del CCC, ma dall’altro appare ancora rozza nel pensare “sanzioni alternative alla scomunica”: resta legata ad un modo rozzo e poco elastico di pena, che si è manifestato in modo assai significativo nel dibattito successivo ad “Amoris Laetitia”, che attesta la scarsa coscienza della necessità con cui la Chiesa deve uscire dalla alternativa digitale e disumana tra comunione/scomunica. Una carenza di riflessione giuridica sulla sanzione appare aver gravemente nuociuto alla qualità del dibattito sulla “res familiaris”.

Questa breve considerazione della storia degli ultimi secoli, dove cultura civile e cultura ecclesiale si sono profondamente differenziate, ci aiutano a comprendere che cosa sia in gioco nella “riformulazione” del n. 2267 del CCC: una esplicita evoluzione della dottrina sulla “sanzione capitale”, che segnala un complesso passaggio di “traduzione della tradizione”, in cui Vangelo e cultura ricalibrano i linguaggi, le forme di vita e le simboliche fondamentali.

Sarebbe ingenuo, tuttavia, pensare che ciò che vale per la “pena di morte” non debba valere anche per altri temi della tradizione dottrinale cristiana, chiamati a profonde riformulazione, a conversioni e a “cambi di paradigma” assai impegnativi. Va detto, inoltre, che il tema della “pena di morte” è relativamente facile da affrontare, perché ha conseguenze “esterne” alla vita strettamente ecclesiale. Viceversa, altri temi, su cui siamo chiamati ad altrettanta conversione, appaiono molto più complessi da affrontare, perché hanno immediate conseguenze nella vita ecclesiale quotidiana.

Vorrei soffermarmi rapidamente su tre temi, a proposito dei quali papa Francesco ha coraggiosamente riaperto il dibattito: lingua liturgica, autorità femminile e formazione dei ministri chiedono, nei prossimi anni, un coraggioso ascolto dei “segni dei tempi” e la forza di una “rivoluzione culturale”, paragonabile a quella che 500 anni fa il Concilio di Trento fu capace di determinare.

1. La lingua liturgica e Magnum Principium

Quasi 40 anni fa, in un famoso testo di bilancio del Concilio Vaticano II pubblicato su “Aggiornamenti sociali” nel 1980,  K. Rahner affermava due cose di grande rilevanza: il Vaticano II era il primo concilio veramente universale nella storia della Chiesa; la assunzione delle lingue nazionali nella celebrazione liturgica avrebbe mutato la identità stessa della Chiesa, recuperando la forza delle “chiesa locali”. La affermazione è, come dice Rahner, del Vaticano II. Nella storia recente della Chiesa cattolica si è cercato ogni pretesto per ristabilire una stretta dipendenza delle lingue nazionali dal latino. Finalmente, l’anno scorso, Francesco ha riavviato il processo che dovrà portare gradualmente al riconoscimento della creatività e della originarietà delle lingue nazionali. Questo è un punto qualificante di quella “evoluzione della dottrina” che dipende non da fattori “endogeni”, ma dallo sviluppo culturale e storico, che non è affatto predeterminato dal testo sacro o dalla tradizione e che dipende da una fine ermeneutica dei segni dei tempi;

2. La autorità femminile e la commissione sul Diaconato femminile

Un secondo fronte di sviluppo della dottrina è, senza dubbio, il progressivo e irreversibile riconoscimento della autorità femminile anche all’interno della Chiesa cattolica. Le resistenze sono, a questo proposito, ben più forti di quelle che si sono manifestate a proposito della “pena di morte”. Ciò appare del tutto comprensibile, ma la dinamica deve essere riconosciuta in tutta la sua analogia. Il mondo tardo-moderno, che elabora per la prima volta una comunità che si basa non sull’”onore”, ma sulla “dignità”, non solo conta sulla dignità di ogni cittadino/cristiano, ma anche sulla sua possibile autorità. Riconoscere la autorità non solo ai maschi, ma anche alle femmine è una conseguenza inaggirabile della società aperta, di cui anche il cattolicesimo potrà ancora arricchirsi. Tradurre le categorie classiche del ministero – formulate inevitabilmente in una “società dell’onore” e non in una “società della dignità” – diviene un compito, che può iniziare seriamente solo introducendo all’interno del ministero ordinato, almeno nel suo grado minore (diaconato) anche soggetti battezzati di sesso femminile.

3. La formazione e la identità dei ministri: oltre il seminario tridentino

Il Concilio di Trento ha inventato i seminari. Prima la formazione era impostata in altro modo, con molta maggiore inventiva e con differenze abissali tra regioni e chiese diverse. A distanza di quasi 500 anni, quelle grandi intuizioni mostrano oggi i loro limiti e le loro lacune. Le forme di vita delle istituzioni, delle famiglie e dei soggetti sono cambiate profondamente e richiedono altre risposte e proposte. Il Seminario, che fino a 100 anni fa offriva in generale una formazione di alto profilo, oggi spesso è ridotto a un sapere marginale, che non si confronta con le grandi correnti culturali contemporanee. Questo è il frutto di uno sviluppo culturale paralizzato dal confronto con la tarda modernità e su cui è calata la gelata dell’antimodernismo, che segna ancora profondamente il linguaggio e la cultura dei ministri e dei cristiani cattolici. Anche qui abbiamo bisogno di un cammino nuovo, di nuovi paradigmi e di linguaggi più adeguati.

Il Concilio Vaticano II ci ha introdotto in questo stile del confronto aperto, curioso e pieno di fiducia con il mondo nuovo: dal mondo tardo moderno dobbiamo non solo guardarci, ma abbiamo anche molte cose da imparare. La modifica del n. 2267 del CCC è il simbolo di un cammino di traduzione della tradizione, di cui dobbiamo affrontare tanti altri passaggi altrettanto delicati: con vigile pazienza e con fiduciosa audacia.

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