Francesco “non-tradizionalista” e “post-liberale”. A proposito di una intervista di M. Faggioli e una replica di A. Marchetto


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La “collocazione” di Francesco nel quadro ecclesiale (e geo-politico) non è facilmente riducibile a stereotipi. Lo dimostra la bella intervista con cui Massimo Faggioli ha risposto alle buone domande de “Il Sismografo” e pubblicata sullo stesso blog nella giornata di ieri, 14 gennaio. Ne emerge una lettura convincente e acuta di alcune peculiarità di papa Francesco, il cui senso potrebbe essere così riassunto: Francesco non ha bisogno di “discutere sulle interpretazioni del Vaticano II” perché sa che il Concilio è “acquisizione irreversibile”, che deve essere anzitutto recepita e attuata. E questo viene proposto, da Francesco, attraverso una serie di atti coraggiosi, come la affermazione del primato della misericordia, la riforma della Curia romana, la fiducia in una “politica” che possa migliorare la esperienza di giustizia. In tutto ciò Francesco è assai avvantaggiato da alcune condizioni del tutto particolari:

- è il primo papa “figlio del Concilio” e non “padre conciliare”. Ciò lo “deresponsabilizza dal Concilio”, potendo egli godere dei suoi frutti senza complessi, di inferiorità o di superiorità. Questo accade per motivi biografici, anzitutto, oltre che per ragioni di formazione;

- è il primo papa non europeo, che arriva dalla fine del mondo e che porta, a Roma, una cultura civile ed ecclesiale diversa;

- è un papa che, contrariamente a molti dei suoi precedessori immediati, non ha mai né studiato né lavorato stabilmente a Roma.

Questi tre elementi “oggettivi” contribuiscono a suggerirgli una determinazione e una forza profetica assai ingente nel suo proponimento di “aggiornare” la Chiesa romana, anzitutto nel suo linguaggio e nelle sue strutture centrali. In questo senso la “opposizione a Francesco” percepisce questa peculiarità e alza il tono, arrivando a parlare di “scisma” (più o meno sotterraneo).

In realtà la questione non è lo scisma, ma la “scissione” tra Parola di Dio, esperienza degli uomini e realtà ecclesiale (cfr. GS 46). Di scisma parla chi si è a tal punto innamorato di questa scissione da considerarla necessaria per la fedeltà al Vangelo. Si pensa di poter restare fedeli al Vangelo soltanto se ci si immunizza sia dalla Parola di Dio, sia dalla esperienza degli uomini!

E’ evidente che di fronte a questa resistenza Francesco richiami, continuamente, i due “poli” della vita ecclesiale – ossia la Parola di Dio e la esperienza degli uomini – per rendere dinamico e aggiornato ciò che appare statico e autoreferenziale. Una dottrina che non “imbalsama” la Parola di Dio e una disciplina che sappia interpretare l’esperienza degli uomini, senza proiettare su di essa semplici pregiudizi, appare il vero obiettivo del papato, in bella continuità con il progetto del Vaticano II.

Su questo, io credo, possiamo tutti concordare. E nella sua intervista Faggioli afferma con molta forza questa “priorità” di Francesco, che “non vuol interpretare, ma attuare il Vaticano II”.

A bene intendere, ciò significa che Francesco ha ovviamente una chiara interpretazione del Concilio, ma non è interessato a una “discussione previa”, quasi a una sospensione della sua efficacia, per scoprire quali siano le “vere” intenzioni conciliari. Egli sa che queste diatribe non raramente sono forme di opposizione e di resistenza al Concilio stesso.

Sorprende, pertanto, che di fronte a questa posizione limpida e positiva, sia intervenuto Mons. A. Marchetto, per smentire Faggioli e avanzare la ipotesi che invece il papa sia molto interessato alla discussione sul Concilio, portando, come “prova” due lettere “personali”, nelle quali il papa fa i complimenti all’Arcivescovo per il suo lavoro di ricerca storica sul Concilio.

A me pare assai curioso che, di fronte alle articolate argomentazioni di Faggioli, si presentino “lettere personali” come “prove” di una “ermeneutica diversa” da attribuirsi addirittura al papa! Nessuno discute che A. Marchetto abbia scritto recensioni importanti sui lavori storici altrui. E che abbia una sua rispettabile “ermeneutica” del Concilio, che potremmo definire sub specie curiae. Ma allegare lettere di curia per indicare quale sarebbe la “vera” ermeneutica del Concilio sostenuta da papa Francesco mi sembra un “luogo comune” di quello stile e di quella “aura” che – come dice Faggioli – è venuto il momento di superare. Il prof. Faggioli si colloca ben oltre la diatriba conciliare, ma Mons. Marchetto vuole confutarlo riportando tutta la questione “a se stesso”: si potrebbe immaginare un esempio più lampante di “autoreferenzialità”? Come è possibile ridurre tutta la questione del Concilio a brevi “lettere personali” di circostanza? Che cosa sarebbe della storia se pretendessimo di documentarla con questo metodo?

Nella diatriba tra tradizionalisti e progressisti, Francesco di volta in volta viene catturato da una parte, per condannare l’altra. A Francesco sta a cuore una tradizione che può essere colta solo con un “dolce stil novo”, che è ad un tempo non-tradizionalista e post-liberale, oltre le rigidità tradizionalistiche e oltre le semplificazioni liberali. Uno stile che, nel recuperare il vero volto della Chiesa, la riporta ad un profondo legame sia con la Parola di Dio, sia con la esperienza degli uomini, senza mai permettersi di ridurre l’una all’altra. In questo senso egli non cade né nella trappola di una esperienza ridotta a dottrina, né in quella di una dottrina ridotta ad esperienza. Ed è proprio in questo equilibrio che risiede oggi il suo più alto magistero. Che non è fatto per scontentare tutti, ma per riconciliare ognuno, in modo dinamico e lungimirante. Oltre il Vaticano II, dato per irreversibile, e avanzando a testa alta sulla via della sua risoluta attuazione.

 

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