Munera 1/2019 – Editoriale // Europa Cultura Libertà

Munera 1/2019 – Editoriale // Europa Cultura Libertà

Editoriale

Questo 2019 sarà l’anno dell’Europa. Le elezioni di primavera segneranno inevitabilmente o il rilancio del progetto politico europeo o il suo affossamento, probabilmente definitivo. Una grande responsabilità attende dunque i popoli europei e occorre arrivare il più possibile pronti a questo passaggio, al contempo delicato ed epocale.

Gli errori del passato sono sotto gli occhi di tutti e se ne pagano a caro prezzo le conseguenze. Sono errori legati a una mancanza di solidarietà tra i paesi membri dell’Unione e a una mancanza di lungimiranza delle classi dirigenti, figlia della necessità di incassare, di volta in volta, un tornaconto immediato, da spendere elettoralmente sul piano solo nazionale. Le umiliazioni riservate ai popoli – il popolo greco, tra tutti – dimostrano come la storia non abbia insegnato niente: la lezione dei totalitarismi del XX secolo, nati sotto la cenere della frustrazione e dell’umiliazione, sembra essere stata vana.

Appare evidente che l’Europa potrà riprendere con slancio il proprio cammino soltanto a condizione di togliere lo sguardo da sé stessa. Non ci si può accontentare di valutare le ricadute interne dell’eventuale fallimento europeo, dimenticando la responsabilità che l’Europa ha nei confronti del mondo intero. Un mondo senza Europa sarebbe un mondo peggiore, più ingiusto, meno pacificato, più instabile. Per riprendere una coppia concettuale cara a papa Bergoglio, l’umanesimo europeo non è soltanto una categoria “logica” – dotata di un contenuto storico e culturale definito – ma è anche una categoria “mitica”, nel senso che costituisce un inesauribile ideale a cui tendere, una costellazione valoriale all’interno della quale riconoscersi e capace di produrre futuro nel nome del riconoscimento della comune umanità di tutti gli esseri umani.

La sfida non è quella di preservare delle identità già date, proteggendosi da pericoli esterni e interni, ma è quella di scegliere di “diventare” popolo: popolo non lo si è una volta per tutte e in maniera scontata, ma occorre sempre e di nuovo volerlo essere, anche grazie all’inclusione di nuovi soggetti, portatori di nuovi punti di vista. Rispetto a questa sfida, i cristiani possono portare un contributo grazie alla loro competenza nell’essere popolo. Possono e devono. Anche questa è una delle forme in cui la Chiesa – per riprendere un’espressione di Paolo VI – può essere «esperta in umanità»: non per catechizzare popoli ormai secolarizzati, ma per mostrare che popolo non lo si è per nascita e sangue, ma lo si diventa per vocazione e scelta. Occorre che i popoli europei possano tornare a sentirsi soggetti attivi e non soltanto oggetti passivi di un progetto europeo che passa sopra le loro teste.

Gli articoli di Jean-Marc Ferry e Anna Grimaldi vorrebbero essere un contributo a ripensare il cammino politico ed economico dell’Europa, aldilà di ogni facile antinomia tra europeisti e antieuropeisti. Ogni polarizzazione nel dibattito pubblico non è altro che il frutto dell’incapacità di accettare le inevitabili e feconde opposizioni polari che attraversano la realtà. Accettare di abitare le tensioni polari, piuttosto che perseguire una falsa unità riducendo tutto a uno dei poli in tensione, ovvero polarizzandosi su di esso e dividendo il mondo tra buoni e cattivi: questo è il compito che ci attende.

Uno dei temi sui quali si giocherà inevitabilmente il futuro dell’Europa è quello dei migranti. E dunque il tema delle frontiere e dei confini dell’Europa. Ad esso è dedicato il bel dossier curato da Alessandro Provera, a cui va il ringraziamento della redazione di «Munera».

Il tema dei confini è oggi di moda. Anche a riguardo delle relazioni interpersonali, gli psicologi insistono molto sulla necessità di porre confini. Un confine sano non è tuttavia qualcosa che chiude alla relazione, ma è ciò che la rende possibile. Non è ciò che disconnette, ma ciò che consente una connessione autentica, nel nome di una cura reciproca e di una relazione giusta tra due partner. Se questo è vero nel caso delle relazioni interpersonali, lo è anche a riguardo delle relazioni internazionali. Il confine è ciò che permette l’incontro, non lo strumento di una chiusura che si rivelerebbe mortifera per ambo le parti. Scriveva Romano Guardini nel 1939, in un momento in cui proprio attorno al tema dei confini si stava preparando un conflitto mondiale: «L’autentico limite rinchiude; ma poiché ‘ha un altro lato’, apre anche. L’autentico limite è come la pelle: essa respira, sente, trasferisce dall’una all’altra parte. (…) La volontà dell’uomo tende a rinserrarlo in sé stesso e attorno al proprio essere, a renderlo autonomo e autarchico. Ma ciò significa che il limite in senso autentico scompare» (R. Guardini, Mondo e persona, Morcelliana, Brescia 2002, p. 104). Ritornare a porre limiti autentici, abitare le tensioni della realtà senza polarizzarsi attorno a uno degli opposti in campo, reimparare ad essere un popolo soggetto della propria storia e responsabile nei confronti del mondo intero: questa – e niente meno che questa – è la sfida che ci attende. Su di essa si concentrerà il lavoro di «Munera» in questo anno decisivo, anche con il seminario residenziale che avrà luogo alla Cittadella di Assisi dal 27 al 30 luglio 2019, dedicato al tema Umanità.

 

Europa Cultura Libertà

In questo anno decisivo per i destini dell’Europa, riproponiamo ai nostri lettori quasi per intero il testo di un appello dal titolo Europa Cultura Libertà, steso settant’anni fa da Giuseppe Capograssi in vista di un omonimo convegno e firmato da alcuni tra i più importanti intellettuali dell’epoca: Croce, De Sanctis, Einaudi, Parri, Silone, ai quali si sarebbe in un secondo tempo aggiunto La Pira, insieme a molti altri. Il testo fu originariamente pubblicato in «Quaderni di Roma» (anno II, fasc. 1-2, gennaio-aprile 1948, pp. 158-160) per poi essere ripreso in G. Capograssi, Opere, vol. VII, Giuffrè, Milano 1990, pp. 259-262).

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È dovere in questo momento di tutti, ma specialmente degli uomini della cultura, non ingannare, più che gli altri, se stessi. Bisogna non perdere di vista il sostanziale, di fronte al quale tutto il resto è accessorio. E il sostanziale è proprio questo: la necessità di difendere l’uomo e l’umano: di ricordare che premessa di ogni necessaria ricostruzione sociale, di ogni doverosa instaurazione di giustizia sociale, di ogni inderogabile lotta contro le iniquità sociali, ed anche di ogni tentativo di aiutare in concreto il mondo della cultura, è il riconoscere che l’uomo è ragione, coscienza e libertà, che per conseguenza ogni organizzazione sociale deve essere fondata sul rispetto e sulla dignità umana e che non c’è nessun fine per quanto alto che giustifichi mezzi di forza e di inganno; e che si viola questo rispetto e questa dignità, se al posto della verità, a cui gli uomini hanno diritto, si pone una legge di menzogna e di frode; al posto della giustizia una legge di violenza; al posto della fraternità una legge di odio.

Certo tra intellettualità e politica non c’è relazione diretta, e l’una non può prendere a fare le parti dell’altra. Se ciò gl’intellettuali fanno, suscitano non infondato sospetto di prestarsi, consapevoli o inconsapevoli, nelle lotte politiche, a interessi poco chiari. Sembra per altro che una sola manifestazione e affermazione politica gl’intellettuali possano e abbiano il dovere di fare; ma è tale affermazione che a guardarla bene si scorge che appartiene all’essenza stessa dell’intellettualità: l’affermazione della libertà, perché senza la libertà alla intellettualità, o, come si dice, alla cultura, vien meno l’aria respirabile, ed essa decade e si spegne; e, peggio ancora, ne occupa il posto una falsa e menzognera intellettualità, quale abbiamo visto campeggiare in uno sciagurato ventennio della vita italiana. Ma l’ufficio e il dovere di assicurare l’esercizio pieno e leale della libertà, essendo opera altamente politica, spetta ai partiti politici, ai quali gl’intellettuali, secondo i personali convincimenti di coscienza, s’iscrivono o coi quali, pur senza inquadrarvisi, collaborano, e in quella cerchia si devono propugnare come in essa si difendono la giustizia, il rispetto della persona umana, l’amor patrio, e tutti gli altri fini e ideali della civiltà.

In che consiste la difesa di questi principii se non nel mantenersi fedeli allo spirito cristiano ed europeo a cui si deve quel patrimonio di civiltà, cioè di ragione e amore, che è riuscito a realizzarsi nella storia? L’Europa è stata madre di civiltà al mondo in quanto non è stata altro che l’eroica affermazione dell’umanità come ragione, giustizia e fraternità, l’instancabile sforzo di porre la libera individualità umana non come mezzo, ma come fine. E da tale affermazione è nata la sua grande cultura, filosofia, poesia, arte e scienza, la immensa creazione delle scienze che hanno trasformato la terra. A questa Europa e alla verità che essa rappresenta l’Italia deve mantenersi fedele.

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