Vetus Ordo e apprendimento ecclesiale negato. Una piccola storia istituzionale e teologica degli ultimi 60 anni


E’ evidente, come abbiamo visto nel corso di questo ultimo mese di riflessione, successiva al “secondo scisma lefebvriano”, che la invenzione del VO appare uno stratagemma teologico e burocratico per sottrarre la Chiesa cattolica al necessario apprendimento sociale e culturale. Negare il bisogno che SC afferma nel suo primo numero è la strategia complessiva:

1. Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia.

La negazione di questo intento – che riguarda, si noti bene, tutto il “sacrosanto concilio” e non solo la questione liturgica – si propone come la scelta decisiva che qualifica la elaborazione di una strategia difensiva dell'”ordo precedente”. Poter sottrarre la messa a questo processo di apprendimento, collocandola in una intoccabilità superiore e sacra, era il disegno capace di bloccare, in modo certo, ogni altra riforma. Una sorta di “redenzione dal Concilio”, assicurata a buon prezzo, perché lo status quo fosse garantito, senza turbamenti. E così ogni prete potesse continuare a dirsi da solo la sua brava messa. E ogni laico non fosse privato del gusto (quasi del diritto divino) di godersi lo spettacolo del prete che dice messa. E intorno a questo ruotasse, ancora una volta, la benedetta identità cattolica.

Il gioco è apparso chiaro immediatamente dopo la riforma dell’Ordo Missae del 1970. La possibilità di “esentare” qualcuno dall’uso del NO, poteva diventare reale mediante una estensione dell’indulto alla intera esperienza celebrativa. La cosa sarebbe diventata “normale” nel 1984, con la Lettera Circolare Quattuor abhinc annos, che dava inizio, in forma generale, alla possibilità dei vescovi diocesani di chiedere “indulti” per comunità e gruppi di loro competenza. Che cosa si concede? Che la riforma liturgica possa essere sospesa nei confronti di queste persone. Esaminiamo bene la questione, sovrapponendo storia istituzionale e storia della teologia.

La teologia liturgica della burocrazia curiale

Quando accadono grandi passaggi culturali, veri e propri cambi di paradigma, per tutti è difficile capire fino in fondo che cosa sta accadendo. La cosa più normale che ci si può aspettare è che le cose nuove, le “res novae” come una nuova concezione della liturgia in quanto fons et culmen di tutta la azione della Chiesa, vengano comprese con le vecchie categorie istituzionali. Di queste categorie istituzionali fa parte anche l’organigramma con cui le questioni vengono catalogate negli uffici di curia. In certo modo, le curie corrispondono al “modus cogitandi ed agendi” della Chiesa nel tempo. Di fronte al passaggio di paradigma della riforma liturgica non è stato difficile, per la curia romana, imparare a trattarlo come un “caso classico” affrontato dalla “congregazione dei riti”, ossia come una questione di cerimonie. In modo specialissimo emerge un punto dolente: la impostazione che SC e la Riforma liturgica ha dato alla tradizione non sopporta che la curia romana continui a dividere in modo netto le questioni “dottrinali” (di cui è competente il Dicastero per la dottrina della fede) dalle questioni “disciplinari” (di cui è competente il Dicastero per il culto divino). Sotto questio profilo non è difficile capire che la trattazione del problema del “rito precedente” sia stata gestita come una questione meramente disciplinare, priva di un contenuto dottrinale. Con lo stesso strumento, l’indulto, con cui potevo nei secoli “dispensare dal digiuno” o “dispensare dal ministrante”, posso ora “dispensare dalla riforma liturgica”. Proprio questo punto cieco ha reso possibili alcuni “errori di valutazione” che stiamo ancora pagando a caro prezzo, per difetto di teologia. Se la liturgia non è dottrina, ma cerimonia, allora è facile ridurla ad un gioco di “concessioni”, di “privilegi” e di “dispense”.

La evoluzione della posizione della Congregazione per il culto divino

Molto interessante è il fatto che lungo i decenni la posizione della Congregazione del culto sia profondamente mutata. All’inizio ha svolto una funzione di incentivo della riforma liturgica che però, nel 1984, ha assunto la forma di custodia, marginale ma effettiva, del rito precedente. Da allora la funzione di “custodia” e di “incentivo” della forma precedente del rito romano è cresciuta significativamente, sempre in virtù della Circolare del 1984. Bruscamente, nel 2007, tutte le competenze sulla materia del VO sono passate alla Commissione Ecclesia Dei, che ha scavalcato d’un solo balzo sia la Congregazione per il culto, sia i singoli vescovi diocesani.  Questa svolta corrispondeva, a tutti gli effetti, ad una ulteriore involuzione della “teologia della liturgia”. Mentre la soluzione degli anni 80 e 90 non poteva aggirare la competenza fondamentale dei vescovi, cui concedeva la possibilità (eventuale) di ricorrere all’indulto, la soluzione del 2007-2021 concepiva la vita liturgica in modo nuovo, ossia basata su una “duplice forma” che non aveva più alcuna possibilità di essere “fonte e culmine” di tutta la azione della Chiesa, avendo in sé una intima contraddizione. Questa soluzione tentava di ristabilire il primato della dottrina sulla liturgia, proprio nella forma di una liberalizzazione di forme rituali tra loro contraddittorie. Se osserviamo in modo spregiudicato questo sviluppo, notiamo che quella posizione, che Lefebvre aveva assunto nel 1970, diventava, 40 anni dopo, la posizione del Vaticano: la riforma liturgica risultava, così, irrilevante per la identità cattolica. A questa deriva, però, ha reagito, nel 2021, Traditionis custodes, che ristabilisce due criteri fondamentali:

a) la competenza della Congregazione /Dicastero per il culto divino

b) la competenza dei Vescovi diocesani

In questo momento, dopo il 2021, ma anche dopo lo scisma del 2026, il Dicastero per il culto divino torna ad essere un centro di elaborazione di identità cattolica a partire dalla azione rituale. Non di cerimonie si tratta, ma di azioni liturgiche, da cui discende non il diritto di un fedele, ma la sua identità di fede. Questa differenza segna, allo stesso tempo, il profilo istituzionale e il respiro teologico di ciò che sta nel nostro futuro comune.

Il nuovo orizzonte attuale, burocratico e teologico

Il profilo insuperabilmente tradizionalistico del ricorso al VO non è una risorsa per il cattolicesimo, ma è un vizio. Di questo occorre prendere atto con una nuova lucidità, che sembra ancora assente anche dalle migliori letture del fenomeno, come ad es. appare nel testo di A. Holquin, (liturgyandtruth.substack.com/p/in-defense-of-traditionis-custodes?r=58nba4&utm_medium=ios&triedRedirect=true). Per difendere Traditionis custodes non si deve assumere come un destino la presenza stabile del VO nel corpo ecclesiale. Questo dato è il frutto di una lettura difettosa proprio sul piano teologico: la liturgia non può essere intrinsecamente contraddittoria se vuole essere fonte e culmine di vita cristiana. Per questo ad una nuova “burocrazia”, che non giustifichi più alcun uso del VO, corrisponde una teologia che valorizzi la liturgia come linguaggio comune di tutta la Chiesa. Dire che TC “non abolisce il vecchio rito”, come fa Holquin, non aiuta a capire il fenomeno che dobbiamo comprendere: il vecchio rito non esiste più dalla approvazione del Nuovo Ordo. Lo abbiamo “riesumato” per 50 anni solo in funzione “anticonciliare” e di questo molti devono chiedere perdono, per le forzature che hanno imposto e per le illusioni che hanno alimentato. Ogni continuazione in questa direzione diventa, giorno dopo giorno, un atto che non possiamo evitare di chiamare con il suo nome: atto scismatico, atto di lacerazione, atto di isolamento, atto di chiusura rispetto alla storia, atto di rottura della tradizione. Il VO è la vera rottura della continuità della comunità viva dei discepoli del Signore. Continuare a compiacere chi pensa di poter celebrare con un rito che non è più vigente dal 1970 è un modo di illudere gli altri che la identità cattolica possa essere fermata nella storia e immunizzata dalla coscienza. C’è un tratto lefebvriano in tutti questi discorsi che mistificano la natura anticonciliare del VO e si dicono “affascinati” da un vizio. In fondo, manca a queste letture la coscienza più vera della grande intuizione che Guardini e Casel hanno dato alla teologia del culto cristiano: ossia la impossibilità di comprenderla come cerimonia. Questa è la sfida più grande: comprendere che il rito romano, nella sua forma del 1970 (per la messa, ma prima e poi per tutti gli altri ordines rituali) è la forma comune a tutti, dove tutti trovano la loro sensibilità, in forma differenziata. Chi pensa di usare forme precedenti, di non stare al gioco, si taglia fuori dalla storia e dalla identità cattolica in cammino di apprendimento. Di questo deve essere consapevole una buona teologia liturgica, perché anche le burocrazie romane non inseguano più i mulini a vento. L’apprendimento ecclesiale di cui abbiamo bisogno da 60 anni non può coltivare la nostalgia di una identità liturgica individualistica, moderna e clericale, così come è stata mediata dai riti tridentini, quando sono stati riproposti fuori contesto, come protesta viscerale contro un doveroso atto di apprendimento ecclesiale, a cui siamo chiamati ancora, 63 anni dopo le parole profetiche di SC1: quelle parole non sono affatto una “bandiera da difendere”, ma la chiara denuncia di un vizio da evitare: quello di confondere ciò che non muore con ciò che può morire, la tradizione sana con la tradizione malata.

 

 

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