Non sprechiamo questa crisi
Nel tempo di una generazione, l’Europa delle nazioni si è autodistrutta in due guerre europee poi mondiali 1915-18 e 1939-1945, transizione tecnologica da trincee, biplani, mitragliatrici a campi di sterminio, portaerei, bombe atomiche. Cultura antica ma coscienza moderna, l’Europa si è trasformata in Comunità Economica Europea, a sua volta divenuta Unione Europea nel tempo di una generazione.
L’UE opera con Parlamento, Corte di giustizia, Banca centrale, Corte dei conti. Il Consiglio dei capi di stato/governo definisce orientamenti e priorità, quello dei ministri nazionali competenti coordina le politiche settoriali adottando le leggi congiuntamente al Parlamento. Principale organo esecutivo, la Commissione rappresenta 450 milioni di europei non più divisi da frontiere e monete nazionali, strumenti di dominio e conflitto anche se nel 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite prese atto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, superiore alle leggi umane.
Nella globalizzazione economica e tecnologica post-bellica, lo storico economico Carlo M. Cipolla ricordò che la tecnologia rende i selvaggi solo più efficienti e che Bertrand Russell aveva constatato che il mondo è «diventato uno non solo per l’astronomo, ma anche per il normale cittadino» [Uomini, tecniche, economie, tr.it. Feltrinelli, 4^ ed. 1966, p. 5].
Normale cittadino del mondo tecnologicamente unito ma ancora senza le fondamenta economiche e istituzionali elaborate tra le guerre da «John Maynard Keynes, nostro inviato nel futuro» [Mauro Campus, Il Sole 24 ORE Domenica, 5/7/26, p. 1]. «I due grandi difetti del capitalismo, scriveva, sono l’incapacità di assicurare la piena occupazione e la distribuzione arbitraria della ricchezza. A un secolo di distanza la diagnosi conserva una forza descrittiva quasi imbarazzante. La disuguaglianza non è il prezzo inevitabile della prosperità: ne è l’ostacolo. La rendita è un rapporto di potere, non un premio al merito. Per questo Keynes poteva evocare l’“eutanasia del rentier”, formula che ha una capacità di irritare superiore a quella di molti manifesti rivoluzionari e che risuona con particolare precisione nell’epoca dell’insider trading alla luce del sole, delle plusvalenze esentasse e della ricchezza ereditata come destino. Vi è poi un lascito che il nostro tempo fatica persino a nominare. Keynes comprese che il capitalismo non può funzionare efficientemente senza istituzioni globali. Bretton Woods fu il tentativo di dare forma politica a questa intuizione: subordinare la finanza a regole comuni, impedire che il mondo fosse governato dalla somma degli egoismi nazionali. Era una lezione difficile allora. Lo è ancora oggi».
Oggi, nel mondo del Denaro Impazzito svelato trent’anni fa da Susan Strange, docente di economia a Warwick. «L’oggetto ultimo del nostro discorso sono i valori relativi e le preferenze della società – ad esempio la tendenza a preferire l’equità e la stabilità alla massimizzazione della ricchezza, e la qualità della crescita economica alla sua dimensione quantitativa». «Dobbiamo inventare un nuovo genere di politica ma non riusciamo a immaginare come potrebbe funzionare. Pertanto, forse il denaro dovrà impazzire sempre più e fare sentire le sue conseguenze negative prima che la gente si decida, sulla base dell’esperienza, a cambiare le proprie preferenze politiche» [tr.it. Denaro Impazzito, Comunità 1999, p. 283]. Quella gente siamo noi e il denaro è sempre più impazzito.
«Il meme coin di Trump svalutato del 98% spera in un videogioco» [Riccardo Barlaam, Il Sole 24 Ore, 26/7/26, p. 12]. «La criptovaluta scambia ad appena 1,55 dollari contro un picco di 73,43 toccato due giorni dopo il lancio a gennaio 2025», perché «gli acquisti retail non hanno avuto alcuna tutela, visto che la Sec nel febbraio 2025 ha stabilito che le meme coin non sono titoli, escludendo così la sua supervisione». Invece, «Trump ha dichiarato una plusvalenza di 636 milioni dalle sue transazioni nella sua cripto, ma nega conflitti di interessi». Trump croupier, «‘colui che è in groppa’, poi ‘colui che si associa a un altro giocatore’, da croupe ‘groppa’» [Zingarelli].
A capire ci aiuta Omer Bartov, Dean’s Professor di Studi Olocausto e Genocidio, Brown University, nello studio sul «tentativo di riforma giudiziaria del governo israeliano, avviato all’inizio del 2023 con l’obiettivo di indebolire la Corte Suprema e conferire all’esecutivo un potere pressoché incontrastato», nel perdurante coloniale «desiderio di schiacciare i ribelli fino alla sottomissione» [Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio la sconfitta morale di Israele, tr.it. Laterza 2026, p. 20]. Trump lo ha già fatto e il governo italiano ci ha provato nella riforma del sistema giudiziario respinta nel referendum a forte partecipazione giovanile, anche se la nostra, scrive Walter Quattrociocchi, ordinario alla Sapienza di Roma, è «L’era della epistemia» [le Scienze, agosto 2026]. «Viviamo una trasformazione iniziata molto prima di quanto siamo abituati a pensare. La disponibilità di dati e la capacità di trattarli hanno progressivamente ridisegnato interi ambiti della nostra esperienza: dalla navigazione in rete ai mercati dell’informazione, fino ai modelli generativi alla base di strumenti ormai diffusi come ChatGPT» [p. 38].
«Passaggi come cercare, confrontare e integrare non scompaiono, ma vengono integrati nell’output. Questa logica è già operativa. Strumenti come Google restituiscono direttamente una risposta sintetica al posto di una lista di fonti. Il processo diventa così meno visibile». «Arrivare a una valutazione implicava una sequenza di operazioni: cercare informazioni, confrontare fonti, integrare segnali diversi, pesare quello che conta e che conta meno. Con i sistemi generativi, questo percorso si concentra in una risposta». «Il sistema restituisce un output che appare già selezionato, sintetizzato e coerente. La delega diventa concreta: non riguarda soltanto l’accesso all’informazione, ma il processo che la rende utilizzabile. Il problema non è tanto la delega in sé, ma la sua affidabilità» [p. 42].
Infatti, «i modelli linguistici di grande dimensione (LLM), comunemente noti come intelligenza artificiale generativa, […] non costruiscono rappresentazioni del mondo né verificano le informazioni rispetto a uno stato di realtà. Operano su correlazioni tra frequenze linguistiche, senza accesso a criteri indipendenti di verità o significato. Eppure, i loro output risultano spesso convincenti, perché rispettano le regolarità linguistiche che gli utenti riconoscono come segnali di coerenza, competenza e affidabilità» [p. 41]. Collodi ci ha avvertito: Pinocchio che crede al Gatto e alla Volpe affronta metamorfosi e dolorose esperienze.
Lo confermano Sara Bentivegna (La Sapienza), Giovanni Boccia Artieri (Università di Urbino) e Giovanna Mascheroni (Cattolica) [La politica dello scontro. La normalizzazione dell’inciviltà nel dibattito pubblico, il Mulino 2026]. «In uno scenario in cui la politica e l’informazione faticano a intercettare i pubblici connessi, sempre più frammentati e compartimentati dei social media, il linguaggio dell’inciviltà viene riconosciuto come una scelta obbligata, a cui molti si adeguano loro malgrado. Sia i politici che i giornalisti, inoltre, riconoscono la presenza di intensificatori del ricorso all’inciviltà politica come risorsa identitaria» [p. 248]. «Lo stesso repertorio di pratiche discorsive e simboliche dell’inciviltà viene agito dai cittadini sulle piattaforme» [p. 249].
«In conclusione, interviste e etnografia restituiscono la tensione fra il riconoscimento dell’inciviltà politica come dimensione sdoganata, quasi inevitabile, della comunicazione politica contemporanea: e, al tempo stesso, la riluttanza, da parte degli stessi attori politici, dei giornalisti e degli stessi cittadini, a arrendersi alla politica incivile come unica fonte di notiziabilità e di connessione fra politica, il suo racconto e l’elettorato disaffezionato» [p. 250].
C’è speranza nel mondo del denaro impazzito e dei politici – che devono garantirne il valore reale a evitare una Grande Crisi stile anni 1930 – essi stessi pedine del gioco di specchi tecnologico che si illudono di manipolare. Lo ha rappresentato Guy Cassiers nel 2021 alla Comédie Française nella versione tecno-teatrale de Les demons di Dostoïevski. Mondo demoniaco: disgregato, disunito.
Consapevoli della sua gravità, noi europei per primi non sprechiamo questa crisi.
Non sprechiamo questa crisi [Laterza-la Repubblica 2020] ha scritto in occasione del Covid Mariana Mazzuccato, docente di economia dell’innovazione e valore pubblico, University College London. «Ciò che il Covid 19 ha reso evidente è come il modello del “business as usual” sia del tutto inadeguato […]. Quando si arriva al dunque, infatti, i principali attori economici sono gli Stati e non le imprese». «Alla fin fine, la morale è questa: a meno che la creazione di denaro non sia legata alla creazione di opportunità nell’economia reale, la maggior parte della liquidità va di nuovo a finire nel settore finanziario, esattamente com’è accaduto nel 2008. La marginalizzazione dello Stato nella sua funzione di investitore ha quindi privato i governi sia di un vitale ruolo precauzionale nell’affrontare gli eventi imprevisti sia di uno strumento vitale di stabilizzazione, oltre che di un ruolo chiave di trasformazione per imprimere un indirizzo verde all’economia» [p. 80].
La crisi climatica conferma che abbiamo perso e non possiamo più permetterci di perdere tempo.
Il direttore di Foreign Affairs, Fareed Zakaria, lo ha scritto già all’inizio di questo terzo millennio. «Una democrazia priva di vincoli e poco efficiente rischia di screditare la democrazia stessa, mettendo in cattiva luce ogni forma di governo popolare. È già successo. Tutte le ondate democratiche sono state seguite da una battuta d’arresto in cui il sistema è stato giudicato inadeguato e sono state proposte nuove alternative da leader ambiziosi, accolti con calore dalla popolazione stanca di un governo inefficiente. L’ultima volta che in Europa si è assistito a una simile crescita dello scontento, negli anni tra le due guerre mondiali, a approfittarne furono demagoghi autoritari» [Democrazia senza libertà in America e nel resto del mondo, tr.it. Rizzoli 2003, p, 336]. Oggi è cronaca.
Complici i demagoghi d’ogni genere e taglia, per la sua politica di regolazione anche fiscale l’UE è combattuta a scala nazionale e globale con mezzi sui quali, «nell’impetuosa sua intervista del dicembre 1987, Renzo De Felice formulò, senza volerlo, una profezia indiretta. Segnalò che la grande migrazione dal Nordafrica verso la Francia aveva fatto rinascere, in Francia, il ‘fascismo pétainista’. Così esattamente disse, asserendo l’assenza invece in Italia di un tale problema e relativo rischio: “noi non abbiamo la tragedia sociale dell’immigrazione”, soggiunse. Coglieva già il nesso tra ondata migratoria e rigurgito fascistico. Quarant’anni dopo sappiamo che il fascismo ha ripreso vigore da noi appunto puntando sulla drammatizzazione del fenomeno migratorio. Donde la rimozione di un altro ‘principio fondamentale’ della nostra Costituzione, quello stabilito dall’art. 10, che recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge» [Luciano Canfora, La parabola della repubblica, Sellerio 2026, pp. 109-110].
La sedicente crisi di Ceuta conferma, «buon esempio di come nella stenografia della comunicazione “politica” (qui d’obbligo le virgolette) si butti tutto in caciara» [Lucio Caracciolo, «Le bugie su Ceuta e il collasso demografico», la Repubblica, 2/8/26, p. 15]. Caciara, l’opposto di «quiete, tranquillità, silenzio, pace» [Sinonimi e contrari, Zanichelli 2002].
Pace è la parola-chiave nella lettera del 10 luglio 1932 di Albert Einstein a Sigmund Freud: «la sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a ogni limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità» [Sigmund Freud, Albert Einstein, Perché la guerra?, tr.it. Biblioteca Bollati Boringhieri 2026, 1 ed. 1975, p. 61].
Freud rispose a settembre. «Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva e più dura “violenza”?» [p. 65]. «Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione dei più deboli. Vediamo così che il diritto è la potenza della comunità». «Ma perché si compia questo passaggio dalla violenza al nuovo diritto deve adempiersi una condizione psicologica. L’unione deve essere stabile, durevole». «La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano le temute ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni – le leggi – e che provvedano agli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti sui quali si fonda la vera forza del gruppo. Con ciò, penso, tutto l’essenziale è già stato detto» [p. 67]. «Per quanto riguarda la nostra epoca, si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interesse» [p. 70]. In Europa l’abbiamo compreso, nell’UE stiamo lavorando per farlo.
Madre delle rivoluzioni, la vecchia Europa sta costruendo il futuro in un mondo imperialisticamente e tecnologicamente impantanato nel presente.






























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