Per l’umanesimo


Botticelli-primavera

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Vorrei qui parlare di Marie Noël, pseudonimo di un’anziana signorina di Auxerre, piccola città di provincia che aveva conservato fino alla metà del secolo scorso qualcosa dell’impronta giansenista segnata per cinquant’anni nel Settecento dal vescovo di allora, Mons. De Caylus.

Marie Noël, persona fragile e delicata, al tempo stesso profondamente credente, parrocchiana esemplare, dedita alle opere buone, era nondimeno terrorizzata da una certa immagine terrificante di Dio, alimentata probabilmente dalla durezza della repressione antimodernista dell’epoca, così come della predicazione delle cose ultime. Ma era anche, a detta dell’abbé Bremond, una poetessa di genio di cui non ci stanchiamo mai di leggere le opere. Amava l’arte e la letteratura, e vi trovava delle fonti di vita. La sua causa di beatificazione è stata aperta a Auxerre nella festa di tutti i Santi del 2017.

Il 27 gennaio 1927, Marie Noël scriveva all’abbé Mugnier:

Ho spesso delle difficoltà con Dio … Ed ecco che la Chiesa ci fa penare a sua volta. Non ho nulla a che vedere con le difficoltà attuali … Ma le Settimane religiose [titolo allora corrente delle riviste diocesane] non ci lasciano ignorare nulla della disciplina dell’Indice che ci vincola tutti. Monsignor arcivescovo di Parigi è molto preciso a riguardo. Emerge da questa istruzione che un cattolico sottomesso deve chiudere a poco a poco praticamente tutti i libri della nostra letteratura dal Rinascimento ai nostri giorni – a meno di un permesso specifico per ogni opera da parte dell’Ordinario … Ho capito male? Mi sembra quasi impossibile che la Chiesa così saggia e così misurata abbia potuto condannare i suoi fedeli a una distruzione quasi totale della vita intellettuale. Evidentemente questo deve essere più sicuro per la fede, ma la morte è una soluzione ben radicale.[1]

Ciò che Marie Noël non sapeva, è che lo stesso interdetto pesava non solo sulla letteratura, ma anche sulla filosofia e sulle scienze, da Copernico e Cartesio fino ai nostri giorni. Una lettura dell’Indice dei libri proibiti in vigore fino al Concilio Vaticano II non ci lascia alcun dubbio a riguardo.

In definitiva, ciò che era condannato in linea di principio, era quanto si potrebbe chiamare l’umanesimo, cioè l’idea che l’uomo ha un valore e che sviluppare le sue capacità e la sua autonomia non va necessariamente contro il suo destino sovrannaturale, né contro il bisogno di redenzione legato al peccato, al contrario.

Tale umanesimo ha conosciuto le sue stagioni lungo la storia umana. La Somma di san Tommaso e lo stile gotico nel Duecento e nel Trecento ne rappresentano una. L’avvento della scienza moderna con Copernico, legato cronologicamente e forse essenzialmente alla riscoperta dell’antichità pagana al tempo del Rinascimento, ne ha iniziata un’altra. Ora, è precisamente quanto la Chiesa, come istituzione globale, non ha saputo riconoscere, condannandosi così nell’ambito della cultura a un ripiegamento su di sé che ha lasciato il campo libero ad un’esaltazione anti-cristiana, o almeno a-cristiana, dell’uomo. Questo mi è parso chiaro da molto tempo e ho avuto più volte l’occasione di scriverne[2].

Temo in effetti che la tentazione di escludere senza sfumature il moderno a causa di tutte le perversioni ch’esso ha generato e i drammi in cui ci troviamo (ma che avrebbero potuto essere un po’ meno forti se la Chiesa vi si fosse impegnata) – temo dunque che questa tentazione possa ripresentarsi e che possiamo soccombervi. Offro alcuni esempi. Al monastero della Pierre-qui-Vire, ci ha appena lasciati dom Angelico Surchamp, pittore, affrescatore, musicista raffinato, editore mondialmente conosciuto della collana “Zodiaco” che a suo tempo ha risuscitato l’interesse per l’arte romanica nella cultura contemporanea (architettura, scultura, affreschi). Il suo apprezzamento direi “filosofico” della storia dell’arte lo conduceva a sminuire assolutamente ciò che era apparso dopo l’undicesimo secolo. Faceva sua la battuta del suo maestro, il pittore Albert Gleizes: “Picasso? Un Raffaello in decomposizione!”

Ma il disprezzo cominciava ben prima del Rinascimento. Il “Bel Dio” di Amiens (il Cristo sul frontone del timpano) non trovava grazia presso di lui, né le “figure androgine” della Trinità di Rublev! Ora, ho trovato lo stesso giudizio severo sotto la penna di un altro genio artistico, Marko Rupnik, in uno scritto al tempo stesso notevole e polemico: Noi non ci pensiamo più, non ci facciamo più caso, ma c’è un fil rouge ininterrotto che collega i dipinti di Leonardo da Vinci, i ritratti di Tiziano, le bagnanti di Ingres alle figure deformate dell’espressionismo tedesco o, più tardi, di Karel Appel e di Francis Bacon.[3]

C’è forse qualcosa del genere anche nelle riserve di un monaco come Enzo Bianchi rispetto agli Esercizi di sant’Ignazio, che pure vanno riconosciuti come un monumento culturale fondamentale dell’alba della modernità. Ultimo esempio: ho chiesto un giorno a un teologo, lettore attento e discepolo convinto di Joseph Ratzinger: “Ha mai trovato da qualche parte nelle sue opere un apprezzamento positivo della modernità?” La risposta è stata negativa.

Credo, da parte mia, che questi giudizi si fondino tutti più o meno su una sorta di esaltazione acritica delle forme neoplatonizzanti della tradizione cristiana, d’altra parte perfettamente legittime. Forse la mia reazione viene dal fatto che la mia prima formazione è stata fatta alla scuola di san Tommaso d’Aquino? …

Eppure, quando percorro mentalmente le stanze del mio museo immaginario, in cui figurano Piero della Francesca, il palazzo ducale di Urbino, i disegni di Rembrandt, Georges de la Tour, il ritratto di Chopin fatto da Delacroix, ecc. non vi scorgo le radici di un naturalismo puro o di un bieco soggettivismo. La trascendenza può essere evocata altrimenti rispetto a come lo fanno le sculture romaniche o le icone russe. Mi commuove in Michelangelo, alla cui arte mi sento peraltro piuttosto estraneo, la tecnica del “non finito”. Perché non va fino alla fine del suo lavoro, per esempio nella Pietà del duomo di Firenze, se non forse perché il mistero lo supera? Egli depone lo scalpello perché non può finire – impossibilità profonda, probabilmente, che trasforma la sua scultura e suggerisce l’invisibile.

Ascoltiamo di nuovo Marie Noël che scrive all’abbé Mugnier, il 21 luglio 1935:

Ho attraversato Parigi quindici giorni fa per andare a vedere l’esposizione dell’arte italiana … I colori meravigliosi dei pittori italiani mi hanno riacclimatata meravigliosamente in terra umana. Ho recitato il Te Deum per tanti gloriosi capolavori … e ogni versetto dell’inno faceva sorgere una nuova immagine. Tibi cherubim et seraphim, i blu serafici del beato Angelico; Te prophetarum, Te martyrum gli scarlatti, i porpora e tutte le coorti di Giotto, Bellini, Lippi … Il canto di azione di grazie si accordava meravigliosamente e quasi parola per parola agli splendori di tutte queste tele.[4]

C’è qui soltanto l’ignoranza di una piccola provinciale? Come sarebbe compatibile con la sensibilità e il genio letterario di questa donna? Mi pongo di nuovo la questione oggi, avendo tra le mani il volumetto di Massimo Cacciari dedicato alla Vergine Maria, dal titolo Generare Dio,[5] commento in qualche modo mistico dei quadri consacrati a Maria, da Piero della Francesca a Bellini.

Per concludere, tornando alla teologia: sono rimasto colpito nel venire a conoscenza della morte di padre Denis Vasse, psicanalista lacaniano e teologo. Questo mi ha rimandato indietro di quarant’anni, quando leggevo e rileggevo uno dei suoi primi libri, L’ombelico e la voce, in cui ho imparato tanto sulla voce, la parola, il corpo, la separazione e la relazione, e da cui ho ricavato delle considerazioni mie sull’intelligenza della fede.

Dietro tutto ciò, vi è la questione di un giudizio sul nostro tempo, in cui la constatazione disperata delle sue immense crepe lascia spazio alla visione di uno splendore, nascosto certo, ma di cui può cogliere dei lampi chi conserva la speranza e si lascia “riacclimatare magnificamente in terra umana”. 

(Traduzione italiana di Emanuele Bordello)


[1] Marie Noël – Abbé Mugnier, J’ai bien souvent de la peine avec Dieu. Correspondance, Paris, Cerf, 2017, p. 167. Alla fine, grazie alla mediazione dell’abbé Mugnier et di padre Gillet, maestro generale dei domenicani, Marie Noël ricevette un permesso generale di leggere i libri iscritti all’Indice.

[2] Mi permetto qui di rinviare alla mia Storia teologica della Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, in cui parlo di un immenso “assopimento” [mise en veilleuse] dell’intelligenza cristiana. Padre Bouyer, nel suo celebre pamphlet Decomposizione del cattolicesimo ha usato delle parole ben più dure.

[3] Il rosso della Piaza d’oro. Intervista a Marko Ivan Rupnik su arte, fede e evangelizzazione, Roma, Lipa 2018, p. 72. Evidentemente Rupnik colloca la frontiera più tardi di dom Angelico: dopo il tempo delle icone!

[4] Marie Noël, op. cit., p. 288.

[5] Bologna, Il Mulino, 2017. Il volumetto è apparso in una collana significativamente intitolata “Icone”.

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