
Credo che sia giusto precisare subito una cosa: le parole di E. Castellucci, pronunciate nel maggio scorso in una conferenza a Carpi, organizzata dal CIF, non sono un programma pastorale o un decreto episcopale. Sono la riflessione di un Vescovo responsabile, che capisce l’impasse in cui la Chiesa cattolica si trova chiusa e perciò cerca la via per uscirne. La prima cosa che va riconosciuta è questa: la consapevolezza che la soluzione che oggi possiamo dare, non mette in pace la coscienza. Di fronte alla dichiarazione recente che esclude al laico et quidem a tutte le donne di potere tenere una omelia, Castellucci manifesta la ingiustizia di questa pur giustificata affermazione. Così non può più essere.
Ma non basta: Castellucci capisce anche, con molta franchezza, che la questione non riguarda in astratto un “diritto a prendere la parola”, ma la facoltà di presiedere. Essendo l’omelia strettamente legata alla presidenza, è chiaro che non può tenere l’omelia se non chi presiede. Perciò il suo discorso si dirige proprio sulla presidenza. Anche questo mi pare un segno di lucidità, di cui dobbiamo essere contenti.
D’altra parte, la proposta di “co-presidenza”, così come è stata formulata, assume come orizzonte la condizione dottrinale attuale, che non è molto sviluppata. Castellucci dice esplicitamente che la sua proposta ha senso soltanto in una Chiesa che non ha risolto la questione dell’accesso della donna al ministero ordinato. Pertanto si ipotizza una “presidenza femminile” che si restringe alla Liturgia della Parola, e che convive, con un’altra Presidenza, che riguarda invece la Liturgia eucaristica, riservata ai maschi ordinati.
Ci sarebbe, pertanto, nella messa, una duplice presidenza: della Liturgia della Parola, affidata anche a una donna, e della Liturgia eucaristica, affidata necessariamente ad un presbitero/vescovo ordinato.
Quando ho letto la proposta, ho subito pensato ad una situazione simile, ma giustificata da tutt’altro problema. In una diocesi dell’India, Ernakulam, dove, a causa di un conflitto tra autorità ecclesiali e presbiteri locali, un Sinodo ha raggiunto un compromesso liturgico nella cosiddetta “messa sinodale”: ossia una messa in cui la liturgia della Parola è “versus populum”, mentre la Liturgia eucaristica è “versus altare”. La soluzione di spezzare la messa in due parti e di attribuire la prima parte ad una forma rituale, e la seconda ad un’altra appare una forzatura burocratica, senza alcuna speranza di successo.
Non vorrei giudicare in analogia a questo episodio, ciò che viene proposto da Castellucci, ma mi limito a segnalare alcune prospettive di valutazione.
La proposta credo che debba essere valutata in modo differenziato. Da un lato coglie bene la questione sollevata dal recente “responsum” a proposito della omelia. Il divieto di tenere l’omelia per i laici e quindi per le donne non dipende da un difetto di identità, ma da un difetto di presidenza. Chi presiede una comunità, e solo chi presiede, può tenere la parola omiletica. In caso di “co-presidenza” sarebbe possibile che la omelia venga tenuta da una donna o da un laico. In questo senso la proposta di Castellucci mi pare molto ragionevole rispetto all’obiettivo immediato: dare un titolo a soggetti diversi dal prete per poter tenere la parola omiletica.
D’altra parte è evidente che si tratta di un escamotage, per ora ritenuto inevitabile, di fronte alla incapacità ecclesiale di pensare la ordinazione della donna. Qui non credo che si possa aggirare né la questione dell’accesso al diaconato, né la questione più generale della ordinazione. Presiedere la comunità è un atto ministeriale che abbiamo pensato per secoli come risultato della ordinazione. Ipotizzare la copresidenza della eucaristia significa pensare una ordinazione anche per la donna. Ipotizzare che per la donna la presidenza valga solo per la parola e non per il sacramento mi pare che resti nell’ambito di una comprensione della “differenza” tra maschile e femminile segnata dal pregiudizio. Che vi sia differenza tra maternità e paternità nessuno può dubitarne. Ma che questa si possa tradurre in una diversa presidenza o addirittura nella rilettura del principio Petrino e Mariano applicata alla eucaristia, mi pare una obiettiva e inutile forzatura.
Provare a trovare la soluzione pratica, senza affrontare la questione sistematica e dottrinale, mi pare un modo di aggirare il problema, non di risolverlo.
Questo non riduce il valore della affermazione e la prospettiva che apre, in vista del pieno superamento di una discriminazione che non è più possibile attribuire alla volontà di Dio. Importante è che Castellucci abbia riconosciuto che la questione riguarda la domanda: chi presiede? Se si parla di “co-presidenza”, occorre farlo davvero, ma forse in una altra direzione, ossia attribuendo alla differenza tra maschile e femminile, che resta, una uguale autorità. La co-presidenza, come configurata da Castellucci, lascia intatto il fatto che la donna può presiedere solo la liturgia della parola, mentre l’uomo può presiedere sia la Liturgia della Parola, sia la Liturgia Eucaristica. Il punto sistematico è: ma perché la donna non può presiedere la liturgia eucaristica? Questa domanda è rimossa e affidata ad una evidenza che si fonda, ormai, soltanto sul pregiudizio e su una teologia di autorità che non riesce a trovare le sue ragioni.
Se co-presidenza significa che uomini e donne possono condividere la presidenza, mi pare una buona intuizione. Se co-presidenza significa che la donna può presiedere solo la litrugia della Parola, e non la liturgia eucaristica, forse non è una soluzione neppure per l’omelia. Perché la omelia non è semplicemente parte della Litrugia della Parola, ma anche parte dell’intera celebrazione eucaristica. Se un soggetto presiede solo una parte della celebrazione, non è automatico pensare che possa tenere, ipso facto, la omelia.
In fondo la questione dipende dal fatto che “presiedere” è l’atto di un singolo. Ciò è necessario proprio per il carattere della presidenza. Condividerlo può avere il senso giustificato di una provocazione. In questo senso può anche diventare positivo, stimolante, persino salutare. Ma la soluzione del problema discende da una domanda diversa: che cosa si oppone a riconoscere la donna alla presidenza non solo di un atto di magistero, non solo di un atto di governo, ma anche di un atto di santificazione? Qui sta il punto inaggirabile della questione.
Condivido le considerazioni di Andrea a proposito della proposta di co-presidenza avanzata da Castellucci. La proposta ha il sapore di qualcosa di ‘intermedio’ per abituarsi all’idea di una donna chiamata anche lei alla presidenza. Ma, stiamo attenti, non dobbiamo separare ciò che è unito: la celebrazione della Parola, nel contesto della celebrazione eucaristica, fa un tutt’uno con essa all’interno di quello che con K. Rahner potremmo chiamare il momento ‘esibitivo’ della grazia sacramentale di Dio; e l’omelia, a differenza di altri generi liturgici, è il momento attuativo della Parola in vista della sua accoglienza come Parola fattasi carne/Corpo del Signore. Consentire alla donna di poter servire alla Parola nella forma dell’omelia potremmo considerarlo come un passaggio che la avvicina alla presidenza eucaristica e quindi alla ministerialità ordinata. Sul problema generale dell’accesso della donna, una domanda ancora inevasa è: Gesù ci ha salvato in quanto maschio o in quanto persona umana congiuntamente alla condizione di Figlio? E così i 12 sono apostoli in quanto maschi o in quanto inviati dal Signore ad annunziare il suo vangelo? E che dire della liturgia eucaristica che, a ben pensarci, circa la sua forma accogliente, parenetica, perdonante, comunicativa, espressiva è prevalentemente… femminile? Il maschile resta inizialmente estrinseco alla generatività e la matura man mano che si rapporta con la propria creatura, laddove il femminile la vive in maniera intrinsecamente ‘duale’, portando in grembo la creatura, facendo corpo con essa e nutrendola di se stessa; tutto questo è totalmente estraneo all’eucaristia inventata da Gesù? O piuttosto copiata e radicalizzata divinamente da Lui?
Ineccepibile ! Il punto è esattamente quello di riconoscere la piena dignità delle donne a ricoprire tutti e tre i munera. Non solo l’ufficio profetico, non solo l’ufficio di governo, ma anche quello “sacerdotale”. Con una precisazione. La pari dignità tra i sessi è una componente della più ampia pari dignità tra tutti i membri del Corpo di Cristo. Questo comporta il definitivo superamento della separazione clero-laicato. Ossia la declericalizzazione della chiesa. La riattualizzazione della genuina ed originaria laicità di ogni comunità cristiana.
Considerando la questione dal punto di vista dell’azione liturgica, mi sembra che una doppia presidenza spezzerebbe in due l’unica azione, minando visibilmente il fatto che la liturgia della Parola è un tutt’uno con la liturgia eucaristica.
Ipocrisia smascherata: l’unica e vera soluzione è ammettere le donne al ministero ordinato.
Occorre uno studio serio, molto serio, su “Ordinatio Sacerdotalis”.