Ordinare per presiedere o ordinare chi presiede? Una questione istituzionale e la proposta-Castellucci
La proposta avanzata da Mons. Erio Castellucci circa la “co-presidenza” della celebrazione eucaristica, al di là della sua formulazione concreta e della sua effettiva praticabilità, tocca un nodo sensibile della tradizione che non è soltanto liturgico, sacramentale, ecclesiale e antropologico, ma che è giusto riconoscere come istituzionale. Dietro la proposta-Castellucci, per nominarla in breve, si mostra un profilo della Chiesa e del suo rapporto con la storia, che merita di essere assunto come il vero tema di riflessione, suggerito garbatamente dall’Arcivescovo di Modena.
A che cosa mi riferisco? Al modo con cui, nella storia, la Chiesa cattolica ha provveduto alla identificazione e alla formazione dei suoi “presidenti”, ossia dei “presbiteri”.
1. La figura moderna di definizione della “presidenza della comunità ecclesiale ed eucaristica”
Nella storia della Chiesa il modo di essere “abilitati alla presidenza” non è stato uniforme né si può considerare come il frutto di uno sviluppo lineare.
Un passaggio del tutto classico, ma che si qualifica come “moderno”, è stata la istituzione dei “seminari”, come risposta alla crisi tardo-medievale del ministero nella Chiesa. Con una risoluzione che risale al 1563 (Cum adolescentium aetas) inizia la strutturazione moderna di un modo comune di formare la “classe dirigente” della Chiesa cattolica. Potremmo considerarlo il gesto istituzionale che inaugura una “età classica” della formazione, basata su alcuni principi:
– la separazione dal corpo sociale del candidato, che resta per molti anni “a parte”.
– la destinazione esclusiva a maschi celibi e figli legittimi
– la unità di studio, disciplina, preghiera in forma comunitaria
– la selezione nel tempo, il cursus di gradi rituali (dalla tonsura al diaconato), per giungere alla ordinazione presbiterale
Questo modello procedurale e istituzionale (tra il monastico e il militare) per “confezionare” i ministri è pensato nel cuore della società dell’onore: è una iniziazione ad una “maggiore dignità sociale”, ad una “preferenza”, che separa il soggetto per riconoscergli autorità. Questo progetto, messo in piedi alla fine del XVI secolo, ha segnato profondamente l’Europa e il mondo per 4 secoli. Ma nel XX secolo è entrato in crisi. Pensare oggi la “formazione alla presidenza” con questo modello moderno è un modo di stare fuori dalla storia e di perpetuare illusioni del passato.
2. La crisi della intuizione tridentina e la mancanza di un vero progetto diverso
Che cosa è cambiato? Anzitutto la forma sociale. Siamo passati gradualmente, tra il XIX e il XX secolo, almeno in Europa, ma anche in diversi luoghi del mondo, dalla “società dell’onore” alla “società della dignità”. Questo passaggio è avvenuto con una nuova accezione di “dignità”, che non è più “preferenza” e “distinzione”, ma caratteristica comune di eguaglianza e di parità di diritti. Nella società della dignità cambia il modo di pensare anche il ministero ecclesiale. Almeno in tre dimensioni:
a) La formazione non avviene più soltanto per separazione, ma per integrazione. Il “luogo” della formazione non è più la clausura monastico-militare del seminario, ma la integrazione nel territorio e nelle forme di vita. Come in ogni formazione, una certa separazione resta insuperabile, ma non è più il “luogo del ritiro” la forma classica per comprendere come rispondere alla chiamata ecclesiale.
b) I soggetti non sono più “predeterminati”. La tradizione che ha selezionato solo maschi celibi ha avuto e continua ad avere in parte le sue ragioni. Ma non è più una ragione esclusiva. Dove il matrimonio viene riletto con nuove categorie e dove la donna è “entrata nello spazio pubblico” la riserva del maschio celibe è un relitto del passato. La cultura comune, anche ecclesiale, non esclude più dalla autorità né maschi coniugati, né donne nubili, né donne coniugate. I tre quarti del popolo di Dio che la tradizione moderna escludeva dal ministero ordinato oggi devono essere integrati nella formazione teologica al ministero ecclesiale.
c) La formazione teologica è formazione culturale. Questo principio, che la istituzione dei Seminari nell’età moderna aveva profondamente valorizzato, ha subito, nel tempo, un forte logoramento. La riduzione della formazione alle “discipline ecclesiastiche” è diventata, dalla fine del XIX secolo, una vera patologia ecclesiale. Lo scontro con il mondo moderno ha illuso che il futuro ministro potesse studiare “solo teologia”. E che la stessa teologia possa essere una disciplina “autonoma” dalla cultura, autoreferenziale e chiusa alla cultura.
3. La proposta-Castellucci e un nuovo modello di presidenza
Alla luce di queste brevi considerazioni storiche, in quale senso sarebbe possibile pensare la proposta avanzata da Erio Castellucci? Che cosa potrebbe significare l’affiancamento di una “presidenza della Parola” (anche femminile) ad una “presidenza eucaristica” (maschile)? Pensiamolo dal punto di vista della formazione. Che cosa comporterebbe? Forse una risorsa potrebbe essere di ripensare, in modo profondo, la relazione tra presidenza e comunità.
In effetti, uno dei limiti del “sistema seminario” è di provvedere, in modo squisitamente moderno, ad una formazione “universale e astratta”, dislocata rispetto alla comunità di destinazione. Il presidente, in questo modo, “arriva da fuori”: ha fatto per anni il seminario, poi ha servito provvisoriamente una comunità a 50 km di distanza, infine arriva qui e ci rimane per 10 o 30 anni come “parroco”. Questo modo di fare e di pensare è moderno. Ma questo è pensato, ancora oggi, per la presidenza eucaristica. Che cosa dovrebbe accadere, invece, per una “Presidenza della Parola”? Facilmente, si potrebbe immaginare che la proposta-Castellucci recepisca in modo formale una “presenza di fatto” del soggetto nella comunità. Colei che è presente nella comunità in modo autorevole, viene chiamata a presiedere la prima parte della celebrazione. Vi è qui, almeno indirettamente, un altro modello, più antico, che viene messo in funzione: non si ordinano soggetti perché poi presiedano, ma si parte dalla presidenza di fatto e di “istituisce” la sua figura formale. Così sono diventati presbiteri e vescovi Agostino e Ambrogio. La proposta-Castellucci non è moderna, ma ha radice pre-moderna. Le viscerali contestazioni che alcuni tradizionalisti hanno mosso contro questa possibilità dipendono dalla assolutizzazione ingiustificata di un modello storico come se fosse “eterno”: come se il Signore ci avesse rivelato il Seminario!
4. Le questioni aperte: almeno tre
Come già è evidente oggi, per quanto riguarda il diaconato, una cosa sarebbe chiara: se si affianca una presidenza di diritto (quella eucaristica) con una presidenza di fatto (quella della parola) si crea uno squilibrio tra presidenze, che sono “comuni”, ma non sono comparabili, anzitutto sul piano della formazione. La questione della formazione sarebbe la prima da affrontare.
A questo si aggiunge una seconda questione: se la presidenza eucaristica rimane legata alla tradizione tridentina (riserva maschile e separazione), mentre la presidenza della parola entra in un modello nuovo (non riservato e non separato), si pone la questione se non crei un sistema ibrido difficilmente gestibile. Quale sarebbe il titolo per presiedere la liturgia della parola?
La terza difficoltà, che rimane sullo sfondo, è la reale integrazione di tutto il popolo di Dio nella vocazione al ministero. Su questo punto, continuo a pensare che il dibattito debba essere il più aperto possibile. Un modello storico di “provvista”, che comprenda i limiti della impostazione moderna nata a Trento, deve elaborare un modello nuovo, che parta da una evidenza elaborata dalla società della dignità: tutte le condizioni di vita (maschi celibi e maschi sposati, donne nubili e donne sposate) possono essere inseriti nel processo di “vocazione ministeriale” che può arrivare alla ordinazione. Essere ordinati ad una comunità è la condizione della presidenza di diritto. Se immaginassimo una co-presidenza, in cui un soggetto è di diritto, ma l’altro è di fatto, creeremmo un modello in cui la disparità di autorità creerebbe la apparenza di una co-presidenza, a cui difficilmente corrisponderebbe un effettivo esercizio di autorità condivisa.































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