Dopo lo scisma: una tradizione viva/11. La Tradizione pensata da una nuova comunità religiosa (di Alvaro Grammatica)
Rispetto al tradizionalismo, che ferma la tradizione e la tradisce, la via tradizionale è profondamente diversa: lavora nel futuro della tradizione. Se “traditio” indica un divenire prima che un essere, ecco che per capire la tradizione cattolica non è utile semplicemente contrapporre a chi compie uno scisma, coloro che sono in comunione con Roma. Piuttosto è utile vedere come oggi viene interpretata la tradizione da parte di nuove comunità ecclesiali, consapevoli del cammino necessario perché la tradizione sia viva. Tra queste comunità un esempio interessante è costituita dalla Koinonia Giovanni Battista, di cui un ex responsabile generale (Alvaro Grammatica) parla in questo post. Può essere molto utile vedere come la tradizione si rinnova mediante forme di vita e di annuncio che cercano di interpretare i segni dei tempi, piuttosto che chiudersi nei tempi passati. Discutere su uno scisma chiede di leggere con franchezza ciò che della tradizione non muore e ciò che invece può morire, discernendo lucidamente ciò che è sano da ciò che è malato. (ag)
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La Tradizione pensata da una nuova comunità religiosa
di Alvaro Grammatica
Sono un presbitero appartente ad una nuova comunità ecclesiale, la Koinonia Giovanni Battista, sorta alla fine degli anni 70, che da qualche decennio vive in Repubblica Ceca, una terra ricca di Tradizione ecclesiale. Non è una terra atea come solitamente si dice, è invece una terra dove la domanda di senso si fa impellente. Potrei dire che è una terra che cerca risposte, luoghi dove incontrare un benessere spirituale, dove vivere una umanità segnata dalla comunione. La gente cerca autenticità dove liberamente imparare cosa sia l’amicizia, cosa sia la solidarietà perché nessuno possa sentirsi bisognoso (cfr. At 4,34). Come Chiesa siamo in grado di dare una risposta? Siamo in grado di costruire vere città di rifugio capaci di suscitare simpatia, di risultare attraenti e interessanti? Non si tratta di offrire risposte già pre-confezionate, ma di cercarle in loco, assieme, scoprendo il volto di un Cristo che vive tra il suo popolo. Si tratta di diventare non degli evangelizzatori pronti alla conquista, ma di essere lievito e segno, cercatori di tesori nascosti e non restauratori di glorie antiche.
In questa ricerca stiamo seguendo la Tradizione o stiamo deviando?
So che questo argomento può prestarsi a diverse interpretazioni ed essere divisivo, ma proprio per questo è urgente e carico di significato teologico e pastorale.
Ripartire dalla categoria teologica di popolo
Parlare di popolo significa comprendere la Chiesa come un corpo composto da diverse membra, dove ognuna ha la sua funzione e necessità, come ben ricorda la prima lettera ai Corinzi. Ogni membro ecclesiale è unito all’altro non solo fisicamente-socialmente, ma teologicamente in quanto tutti partecipiamo dell’unico battesimo, animati da un solo Spirito (cfr 1Cor 12,13; Ef 4,4-6). È una unità che però ha una connotazione affettiva: le diverse membra si attirano e stanno bene assieme; si prendono cura le une delle altre (cfr. 1Cor 12,25-26).
Ecco che qui entra il discorso liturgico: la partecipazione attiva del popolo alla vita di fede, soprattutto nella sua espressione della lex orandi. È il popolo che celebra nel suo insieme. E la celebrazione eucaristica diventa l’espressione, fonte e culmine della costituzione del corpo ecclesiale: dal Cristo sacramentale al Cristo ecclesiale. L’idea di corpo è essenziale e non può che trasformarsi in legami affettivi.
Esiste una comunità celebrativa in quanto affettiva. Il centro è la partecipazione al rito, che diventa espressione di una relazione profonda, un rito che l’approfondisce, la fortifica, la crea e la guarisce. Vivere la liturgia è una questione di identità, di un amore fecondo aperto che genera vita. Non si tratta di conservare, ma di generare. E non c’è vita senza attiva partecipazione, una partecipazione che sia fonte di piacere proprio perché di natura relazionale. Non si sta bene solo con Dio, ma insieme e tra di noi si sente Dio. Non c’è esperienza di fede che non sia ecclesiale, amicale, affettiva. E questo implica una piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato» (1 Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo.attiva e fruttuosa dei fedeli (SC 14).
Chi salvare?
Se questa è la visione teologica, si pone la domanda chi debba essere salvato, se l’uomo concreto nella sua dimensione relazionale o solo la sua anima o addirittura l’istituzione.
Se la categoria di popolo è fondante, un popolo fatto di volti concreti, non posso esimermi dal pensare all’uomo concreto, con un pensiero attento e puntuale, personalizzato. Si tratta di avvicinarsi all’uomo nella sua totalità con una visione positiva: non vado per convertire e neppure per accompagnare, ma per restare. Si tratta di rimanere con lui, nella sua casa, mangiando e bevendo ciò chi può offrire senza scappare di casa in casa come bene dice il vangelo di Luca (cfr. Lc 10,3-9). Si tratta di salvare la relazione tra gli uomini. E salvando l’uomo, l’anima si salva, o meglio si apre al dono dell’alterità per essere insieme un segno comprensibile e visibile di un già e non ancora. In questo percorso di vicinanza si impone che Dio lo si incontra nel fratello fino a diventare causa di grazia. È l’idea genuina di Chiesa intesa come sacramento universale di salvezza (cfr. LG 48). Non si tratta di salvare istituzioni e tradizioni ecclesiastiche, neppure la Chiesa stessa, ma di diventare Chiesa. E la Chiesa si misura sulla comunione tra persone concrete. In questo contesto servono strumenti adatti, intelligibili e accettabili oggi, non strumenti che oramai mancano di grammatica comunicativa, perché redatti in altri tempi e in altri contesti. Col focalizzarsi solo sul salvare l’anima, si corre il rischio di eludere la storia per mantenere privilegi e per non convertirsi all’uomo concreto. La salvezza evangelica possiamo tradurla in comunione, una comunione caratterizzata dal qui-ora tra uomini che vivono nel loro contesto concreto. Siamo chiamati a convertirci all’amore. Non è forse questo il messaggio originale del Vangelo (cfr. 1Gv 4,7-20)? La vera necessità è la relazione tra gli uomini, la fraternità.
Il coraggio di cambiare
Giovanni XXIII aveva fatto dell’aggiornamento una parola su cui costruire la sua azione di rinnovamento ecclesiale. È una parola che risulta feconda ancora oggi e ci spinge ad essere coraggiosi. Non si tratta di cambiare seguendo le mode odierne, si tratta di avere come prima preoccupazione l’incontro con la realtà concreta. Il metro della fedeltà alla Tradizione è l’uomo odierno con il quale condividere il messaggio evangelico della misericordia di Dio. È luminoso l’esempio di Cirillo e Metodio (IX secolo), due fratelli greci che hanno evangelizzato le terre slave. Inviati ad evangelizzare su richiesta del principe moravo, si trovarono davanti ad un popolo che non possedeva nella propria lingua la Bibbia e i testi liturgici. Cosa fare? Insegnare loro greco e/o latino oppure creare un nuovo alfabeto che potesse dare al popolo slavo una possibilità per comprendere il messaggio evangelico e che potesse unificarlo nella preghiera liturgica? Inventarono un nuovo alfabeto, tradussero la Bibbia e i libri liturgici elevando la nuova lingua slava, lingua barbara, a rango di lingua sacra al pari dell’aramaico, del greco e del latino. Essi connotarono teologicamente il popolo slavo, con tutta la loro storia e cultura. Questo provocò reazioni e sospetti: furono accusati di eresia.
Il problema non era la lingua, non era neppure l’opera di evangelizzazione; era che la categoria di popolo entrava nel discorso teologico, entrava una nuova cultura, una storia concreta, non antica, ma attuale. Ecco che parlare di latino o di riti antichi è sviare dal vero problema che è di natura ecclesiologica e antropologica.
La tentazione di fermare la storia
La vera tentazione è voler fermare la storia. Si ha paura del futuro, si ha paura di perdere privilegi e autorità, si ha paura di non essere all’altezza, di essere sorpassati. Siamo malati, come ben diceva papa Francesco, di gnosticismo e neo-pelagianesimo, per cui ci costa essere messi a livello di un mondo che consideriamo perso. In realtà siamo noi che ci perdiamo quando ci illudiamo di essere autosufficienti e ci isoliamo.
Sempre mi è presente la parabola della zizzania dove si è incoraggiati a non spaventarci del male perché dove c’è la zizzania c’è sempre del grano che maturerà. È l’invito ad avere uno sguardo positivo e ad andare incontro al bene presente, fosse una sola spiga di grano; essa vale la pena di addentrarsi nel campo pieno di erbe infestanti. È uscire perché il mondo è più bello di quello che pensiamo; esso è un dono di Dio, dove Lui dimora. Non si tratta di strappare le anime all’inferno, come alcuni predicatori sono soliti dire, e portarle in un recinto sacro; si tratta di accendere fuochi e porre tende in questo modo amato da Dio.
Ripartire dal Concilio nella sua fase di ricezione
È necessario ritornare al Concilio Vaticano II per avere una attuale visione di ciò che lo Spirito chiede. Con il Vaticano II si sono abbattute le separazioni erette dal Sillabo verso un mondo visto come nemico e corrotto; questo è in realtà espressione di una visione anti-pentecostale. Tornare al Concilio non significa ritornare ad una rilettura letterale e fondamentalista dei testi per eludere istanze di rinnovamento; significa accogliere che esiste una fase, ancora in pieno corso, di ricezione del Concilio e che esiste un Magistero attuale da esso ispirato. Un Concilio non si esaurisce nel suo momento celebrativo, ma continua il suo approfondimento nella fase successiva di ricezione. E anche in questa fase lo Spirito Santo guida la sua Chiesa. Accogliere il fenomeno della ricezione è assumere la storia come evento rivelativo.
Scuola si spiritualità: celebrare è pregare
Penso che sia urgente tentare di proporre una scuola di spiritualità che unisca liturgia e preghiera. Le involuzioni liturgiche durante la storia hanno mostrato molto bene che una visone ritualistica e giuridicista della liturgia ha allontanato il popolo dalla liturgia; essa non era più una occasione per pregare. Nascono così le devozioni come reazione al bisogno di preghiera del popolo che non comprendeva non solo la lingua, ma neppure lo stesso gesto liturgico. Il popolo era diventato uno spettatore passivo, mentre le devozioni gli davano una possibilità per ritornare ad essere protagonista. Attualmente, spesso, si è usata la liturgia in chiave catechistica e pedagogica e non come un luogo kerygmatico e spirituale. Si tratta di poter usare la dinamica rituale trasformando la partecipazione attiva in preghiera in modo tale da coinvolgere tutto l’umano. Ecco la necessità di elaborare creativamente nuove forme espressive liturgiche kerygmatiche, coinvolgenti e partecipative, che permettano un contatto con Dio mediato dal rito per non cadere in una mera ricerca del sacro fine a se stesso. La partecipazione attiva connota il popolo come ecclesiale, diversamente una mancanza di partecipazione o passività favorisce un individualismo e distrugge il corpo ecclesiale.
Quale soluzione?
Non è semplice trovare una risposta immediatamente fattibile alla luce delle discussioni attuali e delle diverse tensioni. Come salvare la comunione nell’ambito di una retta visione della Tradizione?
È necessario rivalutare il Concilio mediante un uso selettivo-elettivo non solo dei testi liturgici, ma delle azioni liturgiche e con coraggio attuare una inculturazione che parta da una base comune, quella della riforma conciliare come espressione di una visione ecclesiologica condivisa. Sempre è presente la tentazione di offrire possibilità per un ritorno ai “tradizionalisti” in nome di una unità ambiguamente intesa, ma che in realtà fissa una divisione, sancisce la non accettazione pratica del Vaticano II e ferma la storia. Un falso irenismo che mette sullo stesso piano due visioni teologiche opposte alla fine produrrà più contrasti.
Come una nuova comunità vede la Tradizione? Siamo nati nel solco del Vaticano II al servizio della Nuova Evangelizzazione (secondo la descrizione di Giovanni Paolo II la nuova evangelizzazione è nuova nell’ardore, nel metodo e nella espressione; per Francesco è un uscire per essere ospedale da campo) e la nostra priorità è rimanere nel fiume della Tradizione incarnando lo spirito del vangelo: incontrare e stare con l’uomo concreto, non con l’uomo del deserto, fuori dalla storia, ma inserito nello spazio e nel tempo con un approccio adatto, con un linguaggio comprensibile, con una sensibilità contemporanea. Si tratta di “andare avanti” come dice papa Leone XIV (cfr. Intervista 16.6.2026).
Andare avanti significa fare Tradizione, cioè fare Chiesa che veramente sa aprire le porte, accogliere, ricevere tutti; dove c’è amore per tutti e dove nessuno è nemico, dove tutti sappiamo vivere la riconciliazione, il perdono, la pace (Leone XIV al pranzo con i più vulnerabili a Castelgandolfo sabato 11.7.2026).
Tradizione è fare Chiesa per gli uomini di oggi. Tradizione è, forti del passato, guardare al futuro per essere segno della presenza di Dio, per essere uomini tra gli uomini dove Cristo risplende nella comunione vissuta oggi con le modalità proprie di questo tempo. Così indica il dono dell’incarnazione, così insegna la storia della vera Tradizione ecclesiale: fedeli all’uomo di oggi, non di ieri, per essere fedeli al Vangelo.































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