Dopo lo scisma: la tradizione viva/10. Ratzinger su Lefebvre nel 1988 e le reazioni fuorvianti allo scisma del 2026


(J. Ratzinger a Santiago nel luglio del 1988)

In questi giorni ho letto alcune dichiarazioni di Mons. G. Gaenswein, ex segretario di papa Benedetto XVI, che dimostrano una tendenza umananamente comprensibile, ma ecclesialmente non giustificabile: ossia la inclinazione a non imparare nulla dalla esperienza e a reagire in modo fuorviante alla decisione di Econe di rompere con Roma. Egli sostiene infatti, dopo lo scisma del 1 luglio 2026, che sarebbe venuta l’ora di superare le limitazioni all’uso del Vetus Ordo, tornando sostanzialmente al regime voluto dal “suo” papa Benedetto. Questa affermazione, che emerge anche da altri pareri di giornalisti, di teologi e di pastori, mi pare del tutto priva di fondamento e pericolosamente segnata da un forma piuttosto grave di amnesia: la memoria degli ultimi 40 anni sembra svanita ed è come se ci trovassimo, di colpo, di fronte a una cosa nuova.

Proprio oggi, grazie al resoconto settimanale che viene pubblicato on line da Luis Badilla (Osservazioni casuali – n.127), ho avuto modo di leggere il testo di un discorso del 1988 che J. Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, aveva pronunciato il 13 luglio di quell’anno, a pochi giorni dallo scisma lefebvriano del 30 giugno 1988 (il testo originale in spagnolo si può leggere qui.

Quel testo, riletto oggi, è davvero rivelatore. Vorrei presentare brevemente la struttura di tale discorso, per poi mostrare in che modo può essere utile considerarlo a fondo, non solo per confutare le false affermazioni di Mons. Gaenswein, ma anche per indicare i compiti fondamentali della Chiesa nei prossimi mesi e anni, affinché non cada di nuovo nel gioco di specchi iniziato quasi 40 anni fa.

1. Il discorso del 1988 in Cile

Ciò che sorprende, nel discorso ai vescovi cileni di J. Ratzinger, è l’uso dello scisma, appena occorso, come “giudizio sulla Chiesa postconciliare”. Fin dall’inizio, infatti, la strategia della curia romana, guidata dalla CDF e quindi dallo stesso Ratzinger, è stata proprio questa: far rientrare lo scisma mediante una revisione/correzione della recezione del Vaticano II. In quel discorso Ratzinger preannunciava con grande chiarezza le tre direttive fondamentali su cui si sarebbe mossa la Chiesa cattolica nei decenni successivi, proponendo una lettura dello scisma come “esame di coscienza” per la Chiesa a tre livelli:

a) santo e profano

Dice Ratzinger:

Ci sono molte ragioni che potrebbero avere indotto tantissima gente a cercare un rifugio nella vecchia liturgia. Una, primaria e importante, è che li trovano che si custodia la dignità del sacro.”

Il richiamo della figura di Lefebvre, per cui Ratzinger non nasconde una certa ammirazione, indica per Ratzinger i limiti di quella che lui giudica una “desacralizzazione” che tende ad identificare, tout-court, nella riforma liturgica. La “vecchia liturgia” diventa allora, per lui, non l’argomento degli scismatici, ma la speranza della Chiesa in comunione. Qui troviamo una prima radice di ciò che accadrà, progressivamente, negli anni successivi.

b) la non-arbitrarietà della fede e della sua continuità

Al secondo punto Ratzinger trae, dallo scisma, la occasione per proporre una versione obiettivamente “riduttiva” del Vaticano II. Ecco le sue parole più chiare, che sottostimano il valore del concilio::

La verità è che il Concilio stesso non ha definito alcun dogma e ha voluto consapevolmente esprimersi su un livello più modesto, meramente come Concilio pastorale; tuttavia, molti lo interpretano come se fosse quasi il super dogma che sminuisce tutto il resto.”

Come mai la “indole pastorale” viene tradotta non come qualcosa di più, ma come qualcosa di meno? Da dove viene questo timore che il Vaticano II abbia davvero una pretesa dottrinale, sia pure in forma nuova? Come ha fatto, Ratzinger, a rimuivere completamente le intenzioni espresse da Giovanni XXIII e da Paolo VI sulla “indole pastorale”, che non parlano di “modestia”, ma di “progetto di riforma”, per esaminare, ordinare ed esprimere ciò che la Chiesa pensa di sé?

Il prefetto Ratzinger aggiunge inoltre, in modo ancora più forte:

Tutto ciò porta molti a chiedersi se la Chiesa di oggi sia davvero ancora la stessa di ieri, o se sia stata semplicemente sostituita da un’altra a loro insaputa. L’unico modo per rendere credibile il Concilio Vaticano II è presentarlo chiaramente per quello che è: una parte dell’intera e unica Tradizione.”

Non è difficile sentire riprese qui, in forma piuttosto esplicita, alcune delle idee portanti di Marcel Lefebvre.

c) l‘unicità della verità

Il terzo punto riguarda il resto delle obiezioni lefebvriane, quelle che riguardano la libertà di coscienza e le relazioni con le altre religioni. Anche qui Ratzinger, anziché criticare le posizioni di Lefebvre, sembra quasi giustificarle:

Tuttavia, è vero che, nel movimento spirituale del tempo post-conciliare, si riscontrava spesso un oblio, e persino una soppressione della questione della verità; forse qui tocchiamo il problema cruciale della teologia e della pastorale odierne.“

Questi tre punti mostrano bene come lo scisma venga letto come la occasione per porre un freno alla recezione del Vaticano II, appiattendone l’impatto sugli errori e così, in qualche modo, giustificando il “seguito” di cui gode la figura di Lefebvre, alla cui persona Ratzinger dedica un passaggio impressionante, che segnerà a fondo gli sviluppi successivi e che merita di essere citato integralmente:

Dobbiamo riflettere su questo fatto: che tantissimi uomini, lontani dalla cerchia stretta della fraternità di Lefebvre, vedono questo uomo come guida, in un certo senso, o almeno come alleato utile. Non bisognerà attribuire tutto a motivi politici, a nostalgia, o a fattori culturali di importanza secondaria. Queste cause non sono capaci di spiegare l’attrattiva che è sentita anche dai giovani, e particolarmente dai giovani, che vengono da molte nazioni davvero differenti e che sono immersi in realtà politiche e culturali completamente diverse. Certamente, la visione stretta e unilaterale, è visibile dappertutto; tuttavia, il fenomeno nel suo insieme non sarebbe pensabile se non ci fossero in gioco anche elementi positivi, che generalmente non trovano sufficiente spazio vitale nella Chiesa di oggi.”

2. La storia successiva al 1988

Dopo il 1988 questa lettura dello scisma diventa, progressivamente, una sorta di “basso continuo” del Magistero romano. Tutta la seconda parte del magistero di Giovanni Paolo II si orienta ad una delimitazione progressiva degli effetti del Concilio, fino a mettere in piedi un vero e proprio “dispositivo di blocco”. Soprattutto negli ultimi anni di pontificato 1994-2004 questa tendenza si amplifica in modo consistente. Nel frattempo, la Commissione Ecclesia Dei, nata subito dopo lo scisma,con l’aggettivo “adflicta”, come segno di afflizione, inizia a lavorare per un avvicinamento delle posizioni della comunione cattolica alla posizione lefebvriana. In questa direzione si possono leggere una serie di documenti che attestano, in modo evidente, un modo di considerare “chiusa” la esperienza conciliare, almeno in questo senso specifico: come il Concilio aveva rivendicato la autorità di “riformare la Chiesa” (la liturgia, la relazione con la Parola di Dio, la struttura della comunione ecclesiale, il rapporto con il mondo, con la libertà di coscienza e con le altre confessioni e religioni), così la Chiesa cattolica, trent’anni dopo, inizia a “negare di avere la autorità” per modificare la tradizione: sul tema della ordinazione delle donne, sul tema del ministro della unzione dei malati, sul tema delle traduzioni liturgiche o sul tema del modo di “fare la comunione” tutto viene di fatto congelato in una prassi strettamente controllata, amministrata, con un approccio di stile tridentino. Questo accade fino alla elezione di papa Benedetto XVI: il prefetto che diventa papa introduce una accelerazione evidente a questa tendenza, che era già chiara nel 1988.

3. Le accelerazioni tra il 2007 e il 2011 con papa Benedetto

Dopo la elezione di J. Ratzinger a Vescovo di Roma, come papa Benedetto XVI, si raggiunge la più grande accelerazione di ciò che era stato enunciato quasi 20 anni prima: la “vecchia liturgia” diventa lo strumento da un lato per un riavvicinamento significativo ai lefebvriani; dall’altro per una evidente correzione della tendenza riformatrice della comunione cattolica. Si deve rilevare, come ho già fatto altrove, che per questa accelerazione si introduce, come argomento dottrinale di Roma, uno degli argomenti che in origine erano stati tipici di Lefebvre: Roma inizia a parlare con le parole di Lefebvre! Quando di afferma, in modo troppo audace, che nella Chiesa cattolica romana esistono due forme del rito romano, una ordinaria e una straordinaria, e se ne afferma la piena compatibilità, allora accade un fenomeno di grande rilievo: la riforma liturgica, come voleva già alla fine degli anni 60 Marcel Lefebvre, viene dichiarata opzionale. Si può essere in comunione con Roma celebrando come se il Concilio e la Riforma non ci fosse mai stati. La fragilità teologica e canonica di questa decisione appare clamorosa, ma traduce, in modo solenne, la intenzione che Ratzinger aveva espresso in Cile nel 1988: recuperare la dimensione del sacro, che non ha storia. Un approccio tradizionalistico alla liturgia entra nel cuore della Chiesa romana e vi resterà fino al 2021, creando, di fatto, nuove divisioni, polarizzazioni e lacerazioni. Sempre dopo il 2007 vengono rilanciati i dialoghi con la FFSPX, sbandierando che uno degli argomenti fondamentali di contestazione di Roma era caduto: si era data ragione a Lefebvre e il Vetus Ordo tornava, per tutti i cattolici, un rito riconosciuto. A ciò si univa il gesto di “remissione delle scomuniche” dei Vescovi ordinati da Lefebvre, come gesto di buona volontà, cui però non corrispose nessuna reale concessione da parte della FSSPX, tanto più dopo il cambiamento del Priore, nella persona di D. Pagliarani.

4. Lo stop nel 2021 con papa Francesco

Dopo la elezione di papa Francesco, nel 2013, con graduale crescita di coscienza, si comprese, almeno a Roma, che la impostazione del rapporto con i lefebvriani e le conseguenze di questa impostazione guidata dal “senso di colpa” non poteva continuare. In sequenza si è assistito a questi passaggi: spostamento della Commissione Ecclesia Dei all’interno della CDF, soppressione della Commissione Ecclesia Dei, motu proprio Traditionis Custodes che supera Summorum Pontificum. Finisce la teoria della “doppia forma” e si torna, come è stato per secoli, alla unica forma comune del rito romano, alla unica “lex orandi”. Che cosa ha fatto Francesco: ha interrotto la inspeigabile concessione agli scismatici dell’argomento-chiave: la compresenza, nella medesima chiesa romana, di una forma rituale e di quella che la aveva esplicitamente riformata. Dal 2021 al 2025, in un regime transitorio e con forte “inerzia” dei linguaggi e degli atteggiamenti dell’ultimo ventennio, si è affermata la logica classica dell’unica forma, concedendo però a numerosi Istituti di poter fare eccezione e di trovare addirittura la propria “vocazione” e il proprio “carisma” nella custodia del “rito tridentino”: strana forma di valorizzazione ecclesiale di un vizio contro la unità della Chiesa! La Chiesa incentiva come carisma ciò che divide comunità da comunità: una forma particolarmente grave di degenerazione burocratica dello spirito reazionario.

5. Il nuovo scisma e la sua radice nella ambiguità ecclesiale

Dopo la elezione di papa Leone XIV, questo settore del cattolicesimo tradizionalista, ma non scismatico, ha potuto illudersi su un “cambio di direzione”. Cardinali, qualche teologo, molti giornalisti, hanno iniziato a parlare di un “nuovo spazio” da dare alla forma “antica” del rito romano. Oggi, dopo lo scisma del 1 luglio, è chiaro che questa via si è definitivamente chiusa. La domanda di celebrare con il rito tridentino ha in sé il rifiuto del Concilio Vaticano II, anche quando non appare come “disobbedienza al papa”: essa è costitutivamente scismatica, anche se non arriva tecnicamente al delitto di scisma. E’ contro la fede anche se non integra un delitto contro la fede. La radice di questo atteggiamento si trova nel senso di colpa con cui, di fronte allo scisma del 1988, una parte della Curia romana ha potuto pensare che si potesse ricucire lo strappo inseguendo Lefebvre nella critica radicale al Concilio Vaticano II. Il discorso di Santiago del luglio del 1988, dal quale siamo partiti, mostra bene, per quanto “in nuce”, tutti i limiti di una analisi troppo unilaterale del fenomeno scisma, che avrebbe portato nei decenni successivi a quei provvedimenti, che hanno illuso troppi cattolici di poter restare in comunione con Roma, ignorando o addirittura contraddicendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Se alla fine di questa storia un pastore pensasse oggi, nei Paesi Baltici, negli USA, in Francia o in Italia, che la “apertura al rito tridentino” possa essere la cura contro lo scisma, vorrebbe dire che negli ultimi 38 anni si è distratto da quanto accadeva nella realtà e ha coltivato soltanto le sue illusioni di comporre in unità ciò che è inevitabilmente contraddittorio. Paralizzare la storia della Chiesa non è mai un modo per servire la tradizione. E’ piuttosto un modo per rendersi immuni dalla tradizione, sotto quel principio di “immutabilità del sacro” che non viene affatto dalla teologia, ma dal prevalere del sentimento e dell’attaccamento sulla prudenza della ragione e della fede. 

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