Dopo lo scisma: la tradizione viva/9. La musica, il latino e la tradizione ridotta a tradizionalismo
Il fenomeno che abbiamo conosciuto in modo pubblico con lo scisma lefebvriano si chiama “tradizionalismo”. Si tratta di un modo radicale e sbagliato di reagire alla accelerazione della tradizione che abbiamo iniziato a concepire, difensivamente, nel momento in cui la tradizione, nella sua versione moderna, è giusta al termine. Di fronte alle grandi rivoluzioni tardo-moderne (economiche, politiche, tecnologiche e scientifiche) in Europa e poi in diversi continenti, si è pensato che la tradizione viva fosse in pericolo e la si è sostituita con il tradizionalismo, ossia con una tradizione morta. Il tradizionalismo, di fronte al rischio della “fine della tradizione” ha provato a rispodere con una “tradizione imbalsamata”: ha messo la tradizione nel museo, pensando così di conservarla e custodirla. Questo non riguarda anzitutto la Chiesa, ma la cultura. Gli autori più antichi a cui possiamo riferire questa tesi tradizionalistica sono De Maistre, De Bonald e de Lamennais. Reagiscono alla rivoluzione francese e iniziano a pensare la tradizione in modo nuovo, soprattutto sul piano dei rapporti politici: la giustificazione dell’ancin régime prende una figura teorica nuova. In un certo senso, questo approccio ha toccato tutte le forme della cultura: lo spostamento dell’arte nei musei e la comprensione della vita cittadina nel “centro storico” sono forme, temperate, di questo “tradizionalismo” che trasforma tutto in un museo. Anche vedere, in piazza Duomo a Milano, che la gran macchina della Chiesa monumentale si presenta anzitutto come “museo da visitare” che come Chiesa da abitare è la conseguenza di questo approccio. Tradizionalismo è ricostruire Notre Dame, dopo l’incendio, esattamente come era stata progettata nel 1800: è pensare che la tradizione sia e stia solo nel passato.
La tradizione musicale in crisi
Quando nei primi anni del 1800 Goethe ascoltò per la prima volta la 5 sinfonia di Beethoven, in una trascrizione per pianoforte a 4 mani, restò turbato: “questa non musica”. Per Goethe la tradizione musicale finiva prima di Beethoven. Un secolo dopo, ai primi del 1900, quando ormai la cultura si era abituata alla musica beethoveniana, alla prima esecuzione del Sacre di Strawinsky, la folla accorsa al balletto fuggì inorridita: “questa non è musica”. La musica classica comprendeva ormai certo Beethoven, ma finiva prima di Strawinski, prima di Schoenberg, prima di Debussy. Questo effetto del mondo tardo moderno, sul piano musicale, ha avuto i suoi effetti anche nella Chiesa cattolica. La tendenza a chiudere la “musica sacra” in un repertorio definito, tutto stabilito nel passato, semplicemente da ripetere, ha trovato ancora, tra 800 e 900, autori come Perosi, che si ispiravano direttamente alla musica a loro contemporanea. Ma persino la “messa gregoriana” è stata una invenzione dei primi del 900, quasi contemporanea al Sacre di Strawinski. Un modo di “fermare la storia, per salvarsi l’anima. La tradizione musicale ha iniziato a diventare “tradizionalista” quando ha pensato che la tradizione fosse finita e che potessimo suonare soltanto musiche di tempi precedenti, per essere all’altezza del mistero.
La tradizione linguistica in crisi
Una cosa ancora più viscerale è accaduta per la lingua. Ai primi del 1300 Dante Alighieri ha scritto, in latino, che la poesia ormai poteva essere scritta soltanto in lingua volgare. Ci voleva coraggio, a dirlo nel 1300: ma la lingua non si controlla, né da Roma né da Atene né da Gerusalemme. Altrettanto coraggio ebbe Lutero, duecento anni dopo, nel constatare che anche la poesia della liturgia e della Scrittura dovesse essere accessibile nelle lingue volgari e poteva avere un futuro solo in queste lingue. Fino agli anni 50 del XX secolo il cattolicesimo ha pensato che questa fosse una strada sbagliata e che la consacrazione eucaristica fosse valida solo se pronunciata in latino. La tradizione ha iniziato a diventare “tradizionalismo” quando ha bloccato la storia, la cultura, la coscienza e la lingua. Scoprire che anche il latino è “lingua di traduzione” è una bella novità, che libera energie positive. Scoprire che il latino è una delle “lingue di Babele” è altrettanto liberante. Certo, una lunga tradizione occidentale ha legato a questa lingua le sue espressioni e i suoi concetti. Ma all’inizio non fu così. E così non sarà neppure nel nostro futuro comune. Guai a perdere la grande tradizione che in latino si è espressa e che in latino ha pensato. Ma oggi ci sono lingue nuove, europee, africane o asiatiche, in cui il mistero cristiano può scoprire nuove dimensione di sé, che il latino non riesce ad esprimere. Tradizionalismo è pensare che le lingue siano solo strumenti espressivi e non esperienze originarie, irriducibili ad una unità a priori. La illusione che la liturgia in lingua parlata di “autentica” solo se è traduzione dal latino dimentica il fatto fondamentale per il quale, da 60 anni, nel cattolicesimo ci sono espressioni liturgiche che sono originarie in lingue diverse dal latino. Per il fatto che il latino non è più lingua madre per nessuno, da molti secoli.
Il riflesso nella tradizione ecclesiale
Tutto questo è un tabù per una impostazione tradizionalistica, che vuole esaurire la tradizione nel suo passato. La musica è solo gregoriano, la lingua è solo latino, le vesti sono quelle del passato, le argomentazioni pure. Bloccare la storia è un meccanismo formidabile, ma ha il difetto di interrompere la tradizione. La musica, la lingua, le culture, la filosofia, la fede cristiana sono sempre in movimento. Ricostruiscono faticosamente una identità attraversando le differenze delle culture e lasciandosi plasmare da esse. Questo nel cristianesimo è stato originario: non abbiamo i testi originari della fede cristiana, ma solo traduzioni. Già il greco è una resa dell’aramaico con categorie diverse. La incarnazione ha voluto, fin dall’origine, una paziente elaborazione di traduzione, di organizzazione, di strutturazione, ma anche di riforma, di correzione, di conversione.
La ideologia della “messa in latino” è da questo punto di vista del tutto esemplare. Assume la forma moderna del rito romano, stabilita dopo il Concilio di Trento in funzione antiprotestante, come messa “di sempre”. Questa equiparazione è del tutto arbitraria e non tiene conto del lavoro di inculturazione che Trento ha voluto operare, in contesto tipicamente moderno. Questo ha fatto ad es. creando il modello del “prete inappuntabile e santo” come colui che esegue fedelmente (per lo più da solo) tutte le norme del “Ritus servandus”. La invenzione di un galateo del prete obbediente è una grande novità moderna, che si adatta perfettamente alle forme del XVI secolo. Voler perpetuare come diritto divino questa forma moderna di individualismo clericale è un peccato grave.
Le forme moderne e la amnesia del tradizionalismo
Ma che cosa ha di assolutamente normativo, per noi, questa lettura moderna del prete e della messa? Sarebbe come chiedersi se un ebreo debba vestirsi come nella polonia del 1700 o se un cardinale sia tenuto a vestire di rosso come un principe del 1500 secolo. Qui la struttura istituzionale del cattolicesimo è intrisa di tradizionalismo, anche senza saperlo. Qui è chiaro che il “travestimento rituale”, di cui è piena ogni tradiziona religiosa, ha le sue ragioni. Ma vivere travestiti non è più possibile, se non nella società dell’onore. In una società della dignità possiamo entrare nello spazio pubblico con una riconoscibilità che non deve essere necessariamente anacronistica.
Quando pensiamo la tradizione in forma immobile, siamo già caduti nel vizio tardo-moderno del tradizionalismo e non capiamo più il sefreto della tradizione, che è quello di congiungere passato, presente e futuro. La tradizione è garanzia di futuro. Concepire la liturgia eucaristica, o penitenziale, o battesimale, come un rito fisso, immobile, immune da ogni cultura e da ogni società, significa collocarsi già fuori dalla tradizione e volersi chiudere in una autoreferenzialità difensiva, polemica e isolata. Una Chiesa cattolica che voglia prendere in mano il proprio tempo, lasciando pur sempre a Dio la iniziativa decisiva, deve spogliarsi delle forme moderne con cui ha tappezzato il mondo di “atti amministrativi” della salvezza. Il linguaggio con cui i Lefebvriani anno compiuto il gesto scismatico, esattamente come il linguaggio ufficiale che lo ha giustamente riprovato e giudicato, sono in effetti forme differenti del medesimo approccio asfittico, allo stesso tempo comune ad una setta tradizionalista, ad una dogmatica ammuffita e ad una canonistica degna di un ufficio reclami. Se non sappiamo lavorare su questi linguaggi, se non usciamo dalla fascinazione tradizionalistica, perderemo la ispirazione del Vaticano II in modo definitivo, sempre più confondendo la tradizione col solo passato. Una tradizione non solo “retro oculata”, ma “ante oculata” (De Lubac) resta vitale per ogni epoca della storia della Chiesa.































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