La firma che non ci voleva: la correctio di Fellay e la crisi di Summorum Pontificum


 

burke

Gli estensori del documento Correctio filialis si sono dimostrati più ingenui delle attese. Avendo sottoposto il testo alla firma di B. Fellay, e avendo ottenuto il suo consenso, si sono messi in una condizione alquanto complicata. Poichè la condivisione delle accuse di “propagare eresie”, in tal modo, è passata da Fellay ai firmatari “cattolici” del documento. Questo determina conseguenze pesanti non solo sul “dialogo cattolico” con i lefebvriani, che dal 2007 sembrava aver raggiunto un notevole livello di intesa, ma mette in questione uno dei documenti di più grande – o eccessiva – apertura di credito nei loro confronti, ossia il MP Summorum Pontificum. Questo testo nel 2007 era stato accompagnato da una lettera, di papa Benedetto, con cui si chiariva (in spe più che in re) la differenza tra lefebvriani e destinatari del provvedimento. Vi si diceva infatti:

“Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia…”

Il testo dice: “molte persone che accettavano chiaramente il Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi”. Dopo la firma della Correctio da parte di Fellay e di Mosebach, di Gotti Tedeschi e di De Mattei, questa affermazione non è più giustificata. Anzi, è apertamente contraddetta dalla realtà.

La firma “che non ci voleva” è però una firma benedetta, che rivela come la apertura di credito che Benedetto XVI fece nei confronti dei lefebvriani ha sortito l’effetto opposto rispetto a quanto ipotizzato 10 anni fa: anziché avvicinare i lefebvriani alle posizioni cattoliche, ha avvicinato settori del mondo cattolico alle posizioni lefebvriane.

Non c’è più ragione per mantenere in piedi quella ipotesi diplomatica, ecclesiale e liturgica: il Motu Proprio Summorum Pontificum e la Commissione Ecclesia Dei non hanno più ragione di esistere. E non si potranno più tenere i piedi in due scarpe. Il regime ordinario dei rapporti tra Vetus Ordo e Novus Ordo può e deve essere gestito dai singoli vescovi, tornando così a quel regime di “indulto” che era stato introdotto da Giovanni Paolo II, ma in vista del suo definitivo superamento. Chi vorrà celebrare in latino, avrà pur sempre il messale di Paolo VI. Chi vorrà celebrare con il messale di Pio V, dovrà rassegnarsi a rivolgersi alla Fraternità S. PIO X, con tutte le spiacevoli – o piacevolissime – conseguenze del caso.