Sulla vita. Teologia e cultura


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Nella bella intervista che Fabrizio Mastrofini ha realizzato con Maurizio Chiodi per Settimana news, emerge un modo di impostare la teologia morale che è capace di uscire dalle secche di una concezione in cui massimalismo e astrattezza impediscono alla teologia di dialogare veramente tra l’esperienza degli uomini e la Parola di Dio (Gaudium et spes 46). Al di là dei singoli temi attraverso cui passa l’intervista, mi interessa mettere in luce alcuni snodi che vanno al di là della teologia morale e riguardano il modo stesso di intendere il lavoro teologico nel contesto attuale.

a) L’ossessione della infallibilità
A partire dalla sua formulazione nel concilio Vaticano I, non vi è dubbio che la domanda di infallibilità ad ogni proposizione della dottrina cristiana è una forma esagerata di pensiero e di identità ecclesiale, tanto più che la differenza tra fede e costumi è sempre stato un criterio di discernimento necessario. E qui si innesta la prima questione. Se è vero che anche nelle concezioni della fede sono entrate categorie culturali che meritano attenzione, certamente la dottrina sui costumi risente originariamente di un condizionamento culturale che contribuisce ad istituirla, ma anche ne segna il limite. Il modo di pensare Non uccidere e il modo di pensare Non commettere adulterio non è mai puro, ma è segnato costitutivamente da una cultura del vivere e del morire, dell’unirsi e del generare. Noi dobbiamo essere assolutamente chiari nel dire che la Parola definitiva di Dio entra in contatto con dimensioni del tutto non definitive. Per questo la pretesa di definitività su proposizioni di carattere morale sconta l’ingenuità di nascondere, coprire, occultare lo strato culturale di cui le proposizioni stesse sono costituite.

b) La natura non salva
Del tutto esemplare di questo procedimento è uno dei passi più contestati di Humanae vitae, dove l’esercizio della paternità responsabile viene ristretto all’uso dei cosiddetti metodi naturali. Sembra interessante che l’uomo che genera possa essere salvato nelle sue azioni solo nella misura in cui resta animale, segnato da ritmi naturali e determinato da questa struttura che non ha scelto. E sembra questo l’elemento decisivo: che l’uomo che genera non scelga. Qui si fa ricorso ad una strana antropologia, che improvvisamente, di fronte al generare, dimentica che l’uomo è sì animale, ma dotato di parola e di mani. La parola e le mani istituiscono nell’uomo, anche quando genera, una esperienza culturale. Per questo è difficile giustificare sul piano morale la differenza tra metodi naturali e metodi artificiali.

c) Il lavoro teologico
Una buona parte del sapere morale sulla vita (bioetica) negli ultimi decenni è stato preoccupato di stabilire norme definitive, di identificare atti “intrinsecamente malvagi”. Questo obiettivo, chiarissimo in Veritatis splendor (1993), si realizza mediante due passaggi:
- rende superflue tutte le circostanze, cioè la storia, gli affetti, le relazioni, le alleanze, gli incontri. Tutto questo è inutile, perché l’atto in sé malvagio chiude il discorso prima ancora che lo si possa aprire.
- Per questo la medesima impostazione non può sopportare un dibattito teologico, proprio a causa del fatto che la verità risplende in modo tale che o la riconosci, o taci.
Questo stile della bioetica si inserisce in quel movimento che a partire dagli anni Ottanta ha costruito un vero e proprio dispositivo di blocco in aperta contraddizione con le intenzioni migliori del concilio Vaticano II. Per questo, come si ricorda bene all’inizio dell’intervista, la impossibilità di fare teologia partendo da un no (secondo la simpatica espressione usata da papa Francesco) rende necessario un modo di parlare della vita da parte della Chiesa che non cominci dalla formula troppo facile “difendere la vita”.
Questo implica un nuovo rapporto tra magistero e teologia, in cui l’autorevolezza del primo sappia arricchirsi della ricerca del secondo, perché il sensus fidei del popolo di Dio non venga disatteso proprio dalle premesse distorte di un magistero troppo sicuro di sé.

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