La teologia liturgica e le contraddizioni della dottrina cattolica. In dialogo con Paolo Gamberini
Il lungo testo, con cui P. Gamberini riflette sulle recenti discussioni in campo liturgico-ecclesiologico, pubblicato ieri su SettimanaNews (si può leggere qui) offre una ricostruzione del dibattito che propone diversi spunti su cui si può riflettere con calma. Come è già successo negli ultimi mesi, un fatto di rilievo è che sui diversi problemi ( l’omelia e i laici, la benedizione e le coppie irregolari, la querelle tra NO e VO) si aprono confronti che consentono l’approfondimento, la migliore comprensione e un processo positivo di chiarificazione. Confrontandoci impariamo sempre qualcosa, gli uni dagli altri. Per questo è bene farlo, con tutta la parresia e la disponibilità di cui siamo capaci.
In questo caso Gamberini offre un ragionamento “a tre strati” che ritengo prezioso, anche se esordisce con una affermazione che giudico altamente discutibile, e che riporto all’inizio, proprio come fa lui:
“La questione del ruolo dei laici nella Liturgia della Parola sta ormai rivelando le contraddizioni interne della teologia liturgica contemporanea.”
In realtà, come cercherò di mostrare, la questione non scaturisce da quella che Gamberini chiama “teologia liturgica contemporanea”, ma dalla brutta caricatura che di essa propone il magistero. Questa differenza credo che sia fondamentale, per capire l’apporto e i limiti della analisi che Gamberini suggerisce. Ma procediamo con ordine, rispettando il triplice passaggio che Gamberini propone.
La triplice elaborazione della questione
I tre momenti della analisi di Gamberini procedono in questo modo:
a) in un primo momento si rileva come, sia per la questione della omelia, sia per la questione della benedizione, si arriva ad una contraddizione tra prese di parola che non possono essere “omelie” e prese di parola definibili omelie, tra parole di benedizione che non sono “benedizioni liturgiche” e altre che invece possono essere chiamate “liturgiche”. Gamberini si chiede in che modo sia possibile uscire da questa contraddizione.
b) il secondo momento è il passaggio sistematico classico, con cui è possibile restituire una certa unità alla esperienza, distinguendo tra sussistenza piena e ontologica e partecipazione parziale. Questo schema, che Gamberini mutua dalla cristologia e dalla ecclesiologia, può spiegare e unificare anche la realtà della omelia e della benedizione. Si tratta di una ermeneutica ontologica, che Gamberini attribuisce alla “dottrina cattolica” e che a suo avviso deve cambiare paradigma di spiegazione.
c) Il terzo momento rilegge questa soluzione, che sembra a Gamberini oggi prevalente, nella prospettiva del principio affermato da papa Francesco: “la realtà è superiore alla idea”. Non si tratta di catalogare anzitutto ontologicamente il reale, per poi consentire parziali realizzazioni dell’idea, ma di riconoscere il “fenomeno” secondo un capovolgimento che non abolisce la struttura ontologica della realtà e della chiesa, ma che la media attraverso i fenomeni.
Un esito incerto
Nella breve sintesi che ne ho offerto, Gamberini compie tre passaggi che sono di grande rilievo e ci aiutano non poco a guardare con occhi più adeguati la realtà ecclesiale che viviamo. E tuttavia a me pare che la soluzione, sia nella versione classica, sia in quella capovolta che Gamberini propone,, fatichino a produrre esiti realmente convincenti. Se “benedizione” e “omelia” vengono pensati non come “fenomeni rituali”, ma come “prestazioni di soggetti”, non se ne esce. Per questo la soluzione proposta, restando “ontologica”, per quanto segnata positivamente da un nuovo ruolo dei fenomeni e della esperienza, non risponde al compito proprio delle azioni rituali, che non si lasciano comprendere con questo metodo. Non è un caso che, come ho avuto modo di far notare all’inizio, tutto il ragionamento di Gamberini scaturisca da una “assimilazione” tra la posizione ufficiale della dottrina cattolica e le “contraddizioni interne alla teologia liturgica contemporanea”. Proprio su questo punto, a mio avviso, il testo di Gamberini mi pare viziato da un pregiudizio che qui cerco di chiarire.
La assenza di teologia liturgica
Le due questioni che Gamberini ha ricordato (benedizioni e omelia) a cui aggiungerei una terza (rapporto tra riforma liturgica e rito tridentino) sono state affrontate, negli ultimi due decenni, con una logica dogmatica e canonistica che ignora tutte le acquisizioni della teologia liturgica. Gli schemi applicati, sia per negare, sia per affermare, restano gli stessi: ossia vecchi schemi sistematici elaborati o dalla dogmatica dei primi del novecento o dalla canonistica successiva al Codice del 1917. Siamo fermi lì. E non ci accorgiamo che, per capire tutti questi fenomeni, proprio nella direzione verso cui giustamente si muove Gamberini, dobbiamo leggerli con altre categorie. Faccio solo tre piccoli cenni, per ognuno degli ambiti che ho citato.
a) Una “benedizione pastorale” così come costruita da Fiducia supplicans è un “mostro nominalista” (nelle categorie di Gamberini) che impone alla realtà una categoria assurda con cui cerca di far tornare le cose sul piano del sistema, ma violentando in modo irrimediabile il “fenomeno” della benedizione. Che cosa resta del fenomeno “benedire” se lo riduci al tempo formale di un “atto amministrativo”, di cui imponi la brevità temporale, la mancanza di solennità, la collocazione marginale nello spazio, la assenza di testo scritto, la mancanza di tradizione? Che ne è di una benedizione, se è meglio che non se ne sappia nulla?
b) Una “omelia” di cui si chieda per dispensa al laico di essere titolare (nella richiesta tedesca, negata da Roma) diventa una omelia priva di uno dei presupposti, ossia la presidenza della comunità vivente. Qui non è questione di “ministero ordinato”, ma di “presidenza effettiva” (relazione che spesso si dà, ma che può anche mancare). Non sono le categorie ontologiche dei soggetti, ma la relazione ecclesiale a giustificare il divieto. Invece nel documento del Dicastero del culto, contro ogni evidenza liturgica, si ragiona solo con argomenti dogmatici, ma espressi con un tono giuridico e amministrativo che li mortifica e li rende quasi insopportabili.
c) La “pace liturgica”, infine, è stata pensata con una soluzione falsamente giuridica e falsamente dogmatica. La “vigenza parallela” di due riti che si contraddicono è stata la concessione che il magistero romano ha fatto ai sofismi di Lefebvre, e che grida vendetta al cielo. E’ uno schema bellico con cui si vorrebbe costruire la pace. Anche qui papa Francesco ha detto la cosa fondamentale (una sola è la lex orandi), ma i dogmatici e i canonisti hanno contraddetto con una infinita serie di “indulti” questa logica del fenomeno rituale, che la tradizione deve essere capace di onorare.
In tutte queste “soluzioni”, la teologia liturgica non c’è e viene sostituita da brandelli di dogmatica e di canonistica senza orientamento e con la pretesa, autoritaria, di chiudere il discorso.
Il compito della teologia
Per questo, mi pare che la impostazione che Gamberini propone, dal punto di vista del metodo, sia molto opportuna. Analizzare la realtà del dibattito intorno a questioni liturgico-ecclesiali mostrando la differenza tra le soluzioni classiche e le soluzioni nuove. Tuttavia, se il metodo non deve finire in una sorta di “raccomandazione di apertura” priva di contenuti, un riferimento autorevole deve venire da quel riferimento ai “linguaggi elementari della liturgia” che permettono davvero una visione nuova. In questo senso raccolgo da Gamberini con pieno consenso un invito ad una riflessione sulla “natura della dottrina”, che passi da modelli vecchi e datati e modelli nuovi. Tra questi brilla il modo di comprendere la tradizione che il Movimento Liturgico ha introdotto nella cultura cattolica a partire dal XIX secolo e che è diventano la cultura alimentata da Sacrosanctum Concilium, anche se ci ostiniamo a leggerla con gli occhiali della vecchia canonistica ben fissati sul naso. La linea della teologia liturgica, in tutta la sua novità, oggi non ha abbastanza autorevolezza e risulta ignorata da gran parte delle ricostruzioni magisteriali. Nel dialogo con Gamberini, inoltre, mi pare che si riaffacci, in una forma nuova, quella discussione che ha animato la discussione teologica del XX secolo, in cui la cultura di matrice gesuita e quella di ispirazione benedettina di confrontavano con fierezza e parresia. Le contraddizioni che oggi abitano i nostri discorsi sulla omelia, sulla benedizione e sulla liturgia riformata non dipendono dai limiti della teologia liturgica, ma dal fatto che la teologia liturgica non viene considerata. Per questo è urgente riscoprirne la pertinenza e la lungimiranza, senza appiattirla su schemi vecchi e asfittici, che pretendono di definire la “natura della liturgia” con schemini da ufficio reclami, ignorandone la dinamica storica e il fenomeno concreto.































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