Il tradizionalismo, errore tardo-moderno e postmoderno. Professioni di fede e lettere di raccomandazione intorno ai lefebvriani


L’avvicinarsi della data del 1 luglio, che molto probabilmente segnerà di un nuovo scisma la vicenda della Chiesa cattolica, rischia di essere tradotto dal dibattito culturale ed ecclesiale, in categorie troppo semplici. Molto interessante è leggere la “Professione di fede cattolica” che la FSSPX ha inviato a papa Leone (si può leggere qui: professione_di_fede_cattolica_it.pdf ), accompagnata da una lettera di apparente dialogo, che muove però dalla intenzione ferma di procedere alle ordinazioni episcopali, senza consenso di Roma.

La questione giuridica è molto semplice: la comunione cattolica, per come si è sviluppata negli ultimi secoli, prevede che nessun vescovo possa ordinare un altro vescovo senza il consenso del Vescovo di Roma. Se lo fa, esce dalla comunione, si scomunica da sé per un atto scismatico. Questa è la versione “giuridica” della questione.

Il problema, tuttavia, è molto più complesso, perché riguarda un modo di intendere l’unità della Chiesa e della tradizione che la fonda, in cui entrano in gioco questioni culturali e teologiche che spesso dimentichiamo.

Anzitutto la parola che usiamo, “tradizionalismo”, è un termine che è entrato nell’uso culturale ed ecclesiale solo nel XIX secolo. Il tradizionalismo è un prodotto tardo moderno e rappresenta, per quel magistero ottocentesco al quale pretendono di ispirarsi i membri della FSSPX, un errore grave nel modo di intendere la tradizione. Anche il Concilio Vaticano I lo giudica con severità. Tradizionalismo non è un “rafforzativo” di tradizione, ma un modo di negarla. Dove sta l’errore? Nella totale sfiducia nella ragione. Il tradizionalismo, in una certa relazione con il fideismo, assolutizza un rapporto immediato con la tradizione, affidandolo esclusivamente alla autorità della fede, ridotta ad un approccio esclusivamente “gerarchico”. Questo implica, già nel XIX secolo, una reazione alla invadenza della ragione con un movimento opposto, contrario, ma altrettanto grave. Se il razionalismo abolisce la tradizione perché la giudica solo per evidenza, il tradizionalismo la uccide, perché la legge solo al passato e per autorità, sospendendo ogni evidenza.

Così non è difficile capire che cosa sta accadendo oggi, come accadde già nel 1988: il pretesto giuridico è la ordinazione “contra legem”. Ma il motivo è una lettura sbagliata e distorta della tradizione della Chiesa, che la paralizza in un museo di evidenze ottocentesche, che si pretendono “tridentine” e “di sempre”. Questo è un errore tardo-moderno, che si rinnova oggi in modo post-moderno. Il testo che chiarisce bene questo conflitto è la Professione di fede, che in 28 pagine illustra il delirio di ricostruzione di una tradizione, cui è sottratta la evidenza della storia e della ragione Un uccello imbalsamato non onora la creazione, o, come dice Blondel, ad un chiodo dipinto puoi appendere soltanto una catena altrettanto dipinta.

La cosa curiosa, tuttavia, è che, tra il 1988 e il 2026, una serie di personaggi dalle idee poco chiare, si sono permessi di assumere, nel cuore della chiesa cattolica, posizioni molto simili a quelle lefebvriane, godendo anche di un certo credito da parte di alcune autorità romane. Tra questi, il Vescovo Schneider, il monaco Alcuin Reid e iMons. Nicola Bux oggi hanno anche l’ardire di scrivere lettere “al papa” per “ammonirlo filialmente” (su questo rimando alla buona sintesi al link Is Vatican II Binding? The SSPX and the Optional Council – Where Peter Is ) ad essere indulgente con il lefebvriani. Certo, se da 20 anni queste figure, con una teologia improvvisata, provano a dimostrare quanto buona fosse la strada aperta da Summorum Pontificum.

Qui siamo di fronte alla totale cecità. Come è stato dimostrato dai fatti (purché si sia disposti a dare qualche autorità ai fatti), SP ha concesso all’avversario uno degli argomenti scismatici decisivi: poter continuare ad essere cattolici ignorando la riforma liturgica e quindi la riforma della Chiesa. Rendere “opzionale” il Concilio. Questo sofisma è stato ipotizzato come strumento per la comunione nella Chiesa. Il fatto che si produca, dopo quasi 20 anni, un nuovo scisma, prova soltanto una cosa: che l’argomento utilizzato non solo non produce comunione, ma rovina la comunione cattolica, introducendo l’illusione in altri cattolici che sia possibile vivere il cattolicesimo indipendentemente dal Concilio Vaticano II. Che la tradizione sia “dispensabile”. Qui l’errore tradizionalistico è evidentissimo, non solo nei lefebvriani, ma altrattanto in Schneider, in Reid e in Bux. L’unica differenza è che questi tre non ordinano vescovi contro il parere di Roma. Ma il loro pensiero è totalmente incluso nelle deliranti 28 pagine della Professione cattolica che viene da Econe.

Le lettere di raccomandazione di queste figure del tradizionalismo contemporaneo deformano la comunione cattolica. Per questo la fedeltà alla tradizione si ottiene soltanto in una rigorosa acquisizione del processo di evoluzione, che media tra dogma e storia.

Questo però mette a nudo il limite del dibattito attuale. Il rischio è che, il 1 luglio, si resti fermi al profilo ordinamentale e si giudichi, con gravità, il fatto della ordinazione, ma non si giudichi, con altrettanta gravità, la espressione di giudizi sulla tradizione, sulla liturgia, sulla morale, sulla autocomprensione della Chiesa, che è la fonte di quel “delitto”.

Aprire un dibattito serio sulla radice del probabile delitto futuro, che sarebbe una grave reiterazione del delitto di 38 anni fa, implica una revisione profonda di alcune categorie che in questi decenni venivano pronunciate non solo sul lato scismatico del rapporto, ma anche sul versante “in comunione”. Nelle “trattative”, che tra il 2007 e il 2017 furono alimentate nella sede singolare della Commissione Ecclesia Dei, non sempre era chiaro da quale parte del tavolo si ascoltassero le proposizioni più tradizionalistiche. Soprattutto in campo liturgico, non pochi monsignori si solo lasciati ingannare dalla “apparenza di bene” di una idea distorta e contraddittoria, come quella inventata da Giuseppe Siri nel 1951 e fatta propria da Lefebvre, fino al primo scisma. In effetti l’idea che nello stesso tempo, nell’unica comunione cattolica, si possa celebrare con due riti tra loro in conflitto è una idea scismatica, che abbiamo potuto mascherare da “processo di pace”. Il tradizionalismo post-moderno ha contagiato una parte non irrilevante dei discorsi cattolici. Di questo dovremo parlare con maggiore attenzione, se Dio vorrà. Così dal male oggettivo di uno scisma potrà venire anche un certo bene comune, per coloro restano nella comunità cattolica.

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