La casa comune dei cattolici romani: una proposta di soluzione del conflitto liturgico (un testo di Mons. Arthur Holquin)


Mi è stata suggerita la lettura di questo testo di Arthur Holquin. Si tratta di una riflessione molto originale, di cui condivido molti passaggi. Ne propongo qui una traduzione, cui faccio seguire alcune osservazioni. Si tratta di un post molto più lungo del normale, ma mi pare che la qualità della analisi meriti di essere seguita in tutti i suoi dettagli. Sotto A) si trova il testo di Holquin e sotto B) il mio breve commento, con consenso e rilievi critici. 

A) IL testo di Mons. Holquin

Una sola casa, non una dépendence: Papa Leone XIV e i limiti dell’adattamento liturgico alla vigilia di Écône

Mons. Arthur Holquin, S.T.L.

27 giugno 2026

La vigilia di Écône ha portato alla luce una questione che Papa Leone XIV dovrà presto affrontare: cosa è dovuto, in giustizia e in carità, a quei cattolici genuinamente legati al rito pre-riformato che non hanno scelto la via dello scisma? Quattro proposte sono attualmente in circolazione. Questo saggio le esamina una per una, rilevandone le carenze, e propone, in alternativa, un approccio che il magistero pre-conciliare aveva già delineato e che, a mia conoscenza, nessun commentatore ha ancora articolato.

Il primo luglio, nel prato alpino di Écône, dove Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato papale nel 1988, la Fraternità Sacerdotale San Pio X intende ripetere l’impresa. Il 13 maggio, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, dichiarò senza mezzi termini che l’atto sarebbe stato scismatico e che l’adesione formale allo scisma comportava la scomunica prevista dal diritto canonico. Il giorno seguente la Compagnia di Gesù rispose con una “Dichiarazione di fede cattolica” indirizzata a Papa Leone XIV, un documento che proponeva, con una serenità disarmante, di istruire il Successore di Pietro sul minimo indispensabile per la comunione con la Chiesa di cui egli è il capo visibile. E alla vigilia del concistoro di giugno andò ancora oltre, presentando al Santo Padre e all’intero Collegio cardinalizio una “Professione di fede cattolica” di ventotto pagine che, in diciassette articoli, ripudiava apertamente l’autorevole insegnamento del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, sull’ecumenismo, sulle religioni non cristiane e sull’autorità stessa del Magistero vivente. Qualunque dubbio potesse un tempo persistere è ora dissipato: l’imminente rottura è dottrinale alla sua radice, un atto di scisma che si fonda su un formale rifiuto del Concilio. In questo contesto, una seconda questione, più silenziosa, ha acquisito la sua urgenza: cosa è dovuto a quei cattolici genuinamente legati al rito pre-riformato che non hanno scelto Écône?

Due gruppi, non uno

Il primo errore – ed è quello che ha le conseguenze – è parlare come se esistesse un unico gruppo di “tradizionalisti” la cui rivendicazione è liturgica e il cui rimedio è quindi liturgico. Non è così. Esistono due costellazioni, separate da qualcosa di ben più profondo di un messale.

La prima comprende le comunità canonicamente interne alla Chiesa: la Fraternità di San Pietro, l’Istituto di Cristo Re, le congregazioni diocesane che celebrano il culto secondo il Messale del 1962, professando senza riserve il pieno magistero del Concilio Vaticano II. Sono figli e figlie della Chiesa a pieno titolo – proprio le persone che Papa Leone sembra avere in mente.

La seconda è la Fraternità Sacerdotale San Pio X – e qui dobbiamo essere precisi come lo è stato di recente il Cardinale Müller, ex Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. La controversia della Fraternità non ha mai riguardato, in fondo, la liturgia. È dottrinale: un rifiuto dei documenti conciliari come Nostra Aetate, Dignitatis Humanae, della legittimità stessa della riforma conciliare in quanto tale. Il rito più antico è la bandiera sotto la quale marcia tale rifiuto; non è la sostanza della disputa. Trattare la Fraternità Sacerdotale San Pio X come una semplice entità liturgica da placare con una concessione giuridica significa fraintendere completamente il problema. Le consacrazioni del 1° luglio lo dimostreranno con terribile chiarezza: alla Fraternità viene offerta la comunione, ma lei sceglie, invece, di consacrare la propria separazione proprio nel campo dove lo faceva prima, con la speciosa giustificazione della necessità.

Tenete bene a mente questa distinzione. Tutto ciò che segue dipende da essa.

La diagnosi ha cinquant’anni

Questa distinzione ha una base magisteriale che, fino alla festa di Papa San Paolo VI il 29 maggio, non era disponibile alla maggior parte dei lettori di lingua inglese in una forma fruibile. La lettera di Paolo VI all’Arcivescovo Lefebvre dell’11 ottobre 1976, fino a poco tempo fa disponibile solo in latino sul sito web del Vaticano, è stata ora pubblicata in un’accurata traduzione inglese da Where Peter Is. La sua tesi diagnostica centrale è proprio quella che ho appena delineato: che dietro “queste e altre simili questioni… è veramente necessario vedere la complessità del problema: e il problema è teologico. Perché queste questioni sono diventate modi concreti di esprimere un’ecclesiologia distorta nei punti essenziali”. Paolo VI ha identificato l’operazione con cui il rito antico veniva trasformato in qualcosa di diverso da se stesso — “nel vostro caso, il rito antico è infatti espressione di un’ecclesiologia distorta e motivo di disputa con il Concilio e le sue riforme” — e la conseguenza: “Non possiamo tollerare che l’Eucaristia del Signore, sacramento dell’unità, sia oggetto di tali divisioni e che sia addirittura usata come strumento e segno di ribellione”. Coloro che hanno definito Traditionis Custodes una nuova imposizione – un’eccentricità bergogiana da smantellare da parte di un successore più saggio – dovranno ora fare i conti, avendo a disposizione la lettera nella propria lingua, con il fatto che Traditionis Custodes nomina un fenomeno che Paolo VI aveva già diagnosticato con precisione chirurgica. Francesco non ha innovato. Ha applicato. E ciò che ha applicato è stata la lettura formale del Papa che ha promulgato il Messale riformato.

Paolo VI scrisse nel 1976 di coloro che, seguendo Lefebvre, «cercano di arrestare la Chiesa in un dato momento della sua vita» – di coloro che «si rifiutano di accettare la Chiesa viva, che è la Chiesa che è sempre stata». Avvertì, con quella che oggi appare come una terribile precisione, contro «le pressioni a cui potreste essere esposti da parte di coloro che vogliono tenervi in ​​una posizione insostenibile». Dodici anni dopo, a Écône, Lefebvre cedette a quelle pressioni. Questo luglio, coloro che hanno ereditato la sua opera intendono farlo di nuovo, sfidando lo stesso ufficio petrino al quale Paolo VI richiese l’obbedienza di Lefebvre. La diagnosi risale a cinquant’anni fa. Così come l’avvertimento.

Cosa ha realmente segnalato il Santo Padre

Tra le abitudini più ipocrite del commentario degli ultimi mesi c’è stata la creazione di una “primavera leonina” per il rito più antico. Permettetemi di essere preciso sui fatti. Il Nunzio Apostolico in Gran Bretagna ha riferito a novembre che il Santo Padre gli aveva detto chiaramente che non avrebbe abrogato Traditionis Custodes. Al concistoro di gennaio, il Cardinale Roche ha fatto circolare un memorandum in difesa del motu proprio e riaffermando la liturgia riformata come unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Questo non è il linguaggio di un’inversione di rotta. È il linguaggio di un quadro di controllo che si sta mantenendo in piedi.

Eppure, all’interno di questo quadro, i gesti di generosità sono inequivocabili. Ai vescovi che ne faranno richiesta verrà concessa una facoltà rinnovabile di due anni, con l’espresso desiderio del Santo Padre che il Cardinale Roche sia generoso. Nel messaggio portato dal Cardinale Parolin ai vescovi francesi a Lourdes a marzo, Papa Leone ha descritto le divisioni che circondano la liturgia come “una ferita dolorosa” e ha chiesto “soluzioni concrete” che assicurino la “generosa inclusione” dei fedeli legati alla Messa tradizionale, preservando al contempo la comunione. L’atteggiamento è coerente e pastoralmente ammirevole: continuità nel principio, generosità nell’applicazione. L’accoglienza è incondizionata, ma si apre all’unica casa, non a una dépendence con fondamenta proprie. È in base a questo atteggiamento che le proposte devono essere valutate.

Quattro proposte sono ora in fase di seria valutazione. Due proposte sono di natura strutturale: si interrogano su come i fedeli legati al rito più antico debbano essere inquadrati all’interno del tessuto giuridico della Chiesa. Due proposte sono di natura testuale: si interrogano su cosa fare del messale stesso.

L’ordinariato personale. La prima prevede l’istituzione di un ordinariato personale per governare le comunità tradizionali, sul modello dell’Ordinariato della Cattedra di San Pietro. Il prezzo da pagare è rovinoso: istituzionalizzerebbe proprio quella separazione che la Chiesa è chiamata a sanare, creando una giurisdizione parallela la cui logica canonica riproduce, in un rispettabile abito ecclesiastico, esattamente ciò che ha prodotto la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Accogliere le persone è un’opera di carità. L’erezione di una chiesa parallela è l’architettura dello scisma.

La parrocchia personale. La seconda proposta – che secondo The Pillar e altri autorevoli analisti rappresenta la più probabile modifica leonina di Traditionis Custodes – emenderebbe il motu proprio per incoraggiare l’erezione di parrocchie personali orientate verso la Messa più antica, interamente all’interno della diocesi ma costituite in base a preferenze liturgiche piuttosto che territoriali. L’obiezione della participatio actuosa (partecipazione attiva dei fedeli) non scompare solo perché l’involucro canonico è più modesto; si tratta semplicemente di un rivestimento diocesano. Una parrocchia la cui vita liturgica ordinaria istituzionalizza una sensibilità opposta rispetto a quella che si colloca tra le categorie costitutive della riforma non rappresenta una generosità all’interno della lex orandi, bensì una tacita esenzione da essa, resa permanente dalla struttura canonica. Il modello di facoltà biennale rinnovabile, già favorito dal Santo Padre, raggiunge lo scopo pastorale senza tale permanenza.

La proposta di Solesmes. La terza proposta proviene da Dom Geoffroy Kemlin, abate di Solesmes, il quale nella sua lettera al Santo Padre del 12 novembre scorso ha proposto di lasciare intatto il Messale Romano di Paolo VI, incorporandovi l’Ordo Missae preconciliare come opzione pienamente riconosciuta: un messale, due forme, un unico calendario. La serietà monastica merita rispetto. Tuttavia, la proposta è, in senso stretto, speciosa. Lo stesso Dom Kemlin ammette che la differenza tra i due ordini non è “meramente accidentale”: tocca il modo stesso di pregare. Rilegarli in un unico volume non li concilia; si limita a mettere da parte la questione e ammette tacitamente l’unica cosa che Traditionis Custodes esiste per negare che la riforma fosse facoltativa piuttosto che una lex orandi della Chiesa stessa. Rendere i due ordines opzioni alla pari all’interno di un unico libro significa trattare il patrimonio recuperato del Concilio come una questione di gusto. Non lo è.

Il ritorno a Summorum Pontificum. La quarta opzione, massimalista, è quella di ripristinare il motu proprio di Benedetto XVI: il diritto del sacerdote di celebrare la Messa più antica senza il permesso episcopale, la teoria delle due forme secondo cui un unico Rito Romano sussiste in due “espressioni” uguali. Ma la finzione delle due forme era proprio ciò che Traditionis Custodes era stato promulgato per correggere, poiché la Santa Sede aveva giudicato, dopo aver consultato i vescovi di tutto il mondo, che l’esperimento aveva generato divisioni e, in troppi casi, un esplicito ripudio del Concilio. Tornare a SP non significa mostrare generosità; significa ribaltare un atto magisteriale definitivo con la forza della nostalgia. Il Santo Padre ha affermato, in parole povere, che non lo farà.

Cosa ci riserverà probabilmente giugno

L’ordine del giorno del secondo concistoro straordinario del Santo Padre, che si terrà, mentre scrivo, il 26 e 27 giugno, è stato ora pubblicato nella lettera del Cardinale Re al Sacro Collegio. Sono previste quattro sessioni: una meditazione sulla situazione internazionale; due sessioni dedicate a Magnifica humanitas; e una sessione finale sul Sinodo sulla Sinodalità, seguita da un dialogo libero con interventi limitati a tre minuti. La liturgia non è formalmente all’ordine del giorno. La sessione di apertura potrebbe in linea di principio includere la questione, così come il periodo di dialogo libero; ma tre minuti sono la durata di un segnale, non il tempo entro il quale il Collegio potrebbe discernere una risoluzione leoniana sulla questione della Compagnia di Gesù e sulla più ampia questione liturgica.

Si tratta di un riorientamento, non di un’esclusione. La via più probabile da seguire è duplice: la consultazione personale del Santo Padre con alcuni cardinali il cui giudizio pastorale riguarda la questione, e il lavoro formale del Dicastero per il Culto Divino. Qualsiasi istruzione, motu proprio o aggiustamento discreto ne consegua, molto probabilmente emergerà da questi canali più riservati. Il cardinalato non è l’unico organo di consultazione sinodale, e gli uomini che Leone riunirà in privato non sono meno consultati a livello sinodale per il fatto di essere consultati privatamente. Semplicemente, in questo caso, la modalità di tale discernimento è diventata discreta.

Un cammino già tracciato da Pio XII

Le proposte finora valutate condividono una comune omissione: nessuna di esse affronta lo stato effettivo del rito pre-riformato così come veniva celebrato alla vigilia del Concilio. Trattano il Messale del 1962 come se rappresentasse la fine di un lungo silenzio – un rito di ininterrotta partecipazione interiore che il Concilio ha interrotto. Non è così. Nel 1958, il rito che sarebbe stato presto codificato nel Messale del 1962 era già in atto. E questo rito era orientato verso la participatio actuosa, ovvero la partecipazione attiva dei fedeli.

Il percorso era iniziato sotto Pio X. Tra le solecitudini (1903) invitava i fedeli, per la prima volta in un documento papale, alla “partecipazione attiva ai santissimi misteri”. Ricevette la sua prima forma canonica formale nel novembre del 1922, quando la Sacra Congregazione del Concilio approvò la Messa dialogica, dichiarando tale pratica lodevole “per infondere negli animi dei fedeli un vero spirito cristiano e collettivo e prepararli alla partecipazione attiva”. La Sacra Congregazione dei Riti confermò la sua approvazione nel 1935. Nel 1943, in risposta alle petizioni della gerarchia tedesca, Pio XII autorizzò il Deutsches Hochamt – un’autorizzazione la cui autorità appartiene proprio al Papa le cui riforme liturgiche (la Settimana Santa ripristinata del 1955, il De Musica Sacra del 1958) precedettero immediatamente il Messale del 1962 promulgato sotto il suo successore, Papa San Giovanni XXIII.

Il documento decisivo è l’Istruzione De Musica Sacra et Sacra Liturgia, promulgata dalla Sacra Congregazione dei Riti il ​​3 settembre 1958. Due aspetti meritano una riflessione. In primo luogo, fu approvata da Pio XII in forma specifica – il suo personale peso magisteriale ne è la garanzia. In secondo luogo, fu emanata nella festa di San Pio X – proprio il patrono che la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha fatto proprio. L’Istruzione, al paragrafo 31, stabilisce la Missa dialogata in quattro gradi crescenti di partecipazione della congregazione: le risposte più semplici (Amen, Et cum spiritu tuo, Deo gratias); le risposte normalmente date dall’accolito; la recitazione con il celebrante dell’Ordinario — Gloria, Credo, Sanctus-Benedictus, Agnus Dei; e, per “gruppi selezionati e ben preparati”, la recitazione del Proprio stesso. Il paragrafo 32 permette all’intera assemblea di recitare il Pater Noster all’unisono con il sacerdote in latino. Questa è, con la precisione che tali questioni richiedono, la stessa cosa che il magistero chiese al rito più antico alla vigilia del Concilio.

Seguono due osservazioni. La prima riguarda la provenienza: l’arco della participatio actuosa si snoda ininterrottamente da Pio X, passando per Pio XI e Pio XII, fino alla Sacrosanctum Concilium. Il Concilio non ha inventato la partecipazione attiva, ma ha consolidato una traiettoria magisteriale che si era sviluppata all’interno del rito pre-riformato stesso per sessant’anni. La seconda è di natura sociologica, ed è quella più scomoda. Le comunità tradizionaliste che oggi celebrano il rito più antico sono, nella loro grande maggioranza, o inconsapevoli della Messa dialogata, o attivamente avverse ad essa. La modalità preferita è la Messa bassa silenziosa, con l’assemblea seduta sui banchi in un atteggiamento di passività ricettiva – una modalità che il magistero di Pio X, Pio XI e Pio XII aveva esplicitamente esortato le comunità ad abbandonare. La posizione attualmente occupata dalla maggior parte delle comunità che celebrano la Messa tridentina non rappresenta quindi lo status quo pre-conciliare. Si tratta di una particolare ritirata tradizionalista del XX secolo dalla traiettoria magisteriale preconciliare, una ritirata che si è irrigidita dopo il Concilio, quando il termine “preconciliare” è improvvisamente diventato una categoria di resistenza e la struttura graduale del De Musica Sacra è stata, con curiosa convenienza, silenziosamente accantonata.

Anche mentre queste pagine venivano preparate, l’arco magisteriale appena tracciato si stava estendendo in tempo reale. Papa Leone XIV sta attualmente tenendo, durante l’udienza del mercoledì in Piazza San Pietro, un ciclo di catechesi sul Sacrosanctum Concilium. Nella prima (20 maggio), ha definito la partecipazione dei fedeli come “al contempo ‘interna’ ed ‘esterna’” – la precisa struttura del De Musica Sacra. Nella seconda (27 maggio), ha fondato la legittimità della riforma liturgica sulla sua capacità di consentire “ai fedeli di partecipare fruttuosamente, attraverso azioni rituali, al Mistero Pasquale di Cristo”. E nel terzo (3 giugno), ha citato direttamente SC 48: il rito dà forma alla vita liturgica «se non restiamo estranei o spettatori silenziosi rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo pienamente — corpo, mente e cuore — in obbedienza al comando del Signore». Nella stessa catechesi, rifacendosi a Desiderio desideravi di papa Francesco e attraverso di esso a Romano Guardini, ha identificato «il primo compito dell’opera di formazione liturgica» nel rendere l’uomo «di nuovo capace di simboli». Più recentemente, nel quarto (10 giugno), rivolgendosi al mistero dell’Eucaristia, ha spinto quello stesso articolo 48 fino alla sua ulteriore affermazione: che l’assemblea liturgica offre il Sacrificio «non solo per mezzo delle mani del sacerdote, ma anche con lui», e così impara «a offrire se stessa». I fedeli non sono spettatori di un’offerta compiuta davanti a loro, ma co-offerenti al suo interno: questo è il pieno peso della participatio actuosa, ora sollecitata dal Santo Padre dal cuore stesso del rito. La proposta qui avanzata, quindi, non anticipa nulla. Risponde, nel caso specifico del rito più antico, a una direttiva leonina che viene articolata ogni mercoledì dalla cattedra di Pietro.

Ecco, dunque, cosa potrebbe fare Leone – e ciò che credo la sostanza ecclesiologica della questione gli imponga di fare, non solo di raccomandare. Qualsiasi comunità che d’ora in poi richieda un indulto, una facoltà rinnovabile, una proroga o qualsiasi altra concessione per la celebrazione del rito pre-riformato dovrebbe essere tenuta, come condizione per tale concessione, a celebrare il rito secondo la struttura graduale del De Musica Sacra (1958). I quattro gradi di partecipazione della congregazione dovrebbero essere implementati progressivamente. Il Pater Noster dovrebbe essere recitato da tutta l’assemblea. L’adattamento non dovrebbe presupporre la Messa bassa da museo della memoria di metà secolo, ma il rito così come il magistero preconciliare stesso ne aveva richiesto la celebrazione. Si tratta del rito più antico che recupera il quadro magisteriale in cui già veniva celebrato – per diritto ecclesiastico, sotto l’autorità personale di Pio XII e di Papa San Giovanni XXIII – all’apertura del Concilio.

L’esigenza si applica con la stessa forza alla Messa cantata. De Musica Sacra prevede la stessa logica di partecipazione graduale dell’assemblea alla Missa Cantata e alla Missa Solemnis o Pontificia, dove l’Istruzione richiede che si faccia ogni sforzo affinché i fedeli imparino a cantare le parti dell’Ordinario che spettano loro. Le comunità che celebrano il rito più antico con la Messa cantata dovrebbero quindi essere guidate, secondo un calendario parallelo, verso una stabile competenza congregazionale in un semplice contesto gregoriano – la Missa de Angelis servirà a questo scopo – in modo che il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus e l’Agnus Dei siano cantati dall’assemblea anziché eseguiti per essa. Le Messe proprie possono, naturalmente, essere cantate da una schola preparata. Ma l’Ordinario appartiene al popolo.

Ciò avrà necessariamente una dimensione catechetica. Le comunità che per due generazioni hanno celebrato il rito più antico come rito di silenzio congregazionale non adotteranno De Musica Sacra per decreto. Saranno necessari programmi di formazione diocesani, sacerdoti impegnati in un’attuazione graduale piuttosto che in un suo silenzioso rinvio, e un calendario chiaro – forse tre anni, forse cinque – entro il quale i quattro gradi e l’ordinario della Messa cantata vengano progressivamente introdotti. Non si tratta di una novità. Si tratta dell’attuazione di un’istruzione che è presente nei libri sacri fin dall’anno della morte di Pio XII.

Un’applicazione di questo requisito merita particolare attenzione: le comunità costituite proprio per la celebrazione esclusiva del rito pre-riformato – la Fraternità di San Pietro, l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, i Canonici Regolari di San Giovanni Canzio e le numerose fondazioni simili. Il quadro normativo deve applicarsi a queste comunità con la stessa forza, e probabilmente con maggiore forza. Escludere queste comunità significherebbe consacrare, mediante eccezione canonica, proprio quella passività che il magistero preconciliare si era sforzato di allontanare dalle comunità stesse. Creerebbe oasi di silenzio nel cuore della vita della Chiesa: comunità canonicamente istituite per diritto pontificio, il cui culto ordinario contraddice l’ecclesiologia ratificata dal Concilio. Non è in discussione la governance interna degli istituti; ciò che è in discussione è il modo in cui celebrano il rito che definisce il loro carisma. Il carisma di questi istituti è la celebrazione del rito antico; il loro carisma non è il silenzio della congregazione.

A questo requisito si accompagnano due corollari strutturali, nessuno dei quali è negoziabile. In primo luogo, le strutture dovrebbero essere collocate all’interno delle normali strutture diocesane, non nelle parrocchie personali, non negli ordinariati personali, non nelle prelature. Rimane la parrocchia diocesana, che ospita il rito antico come una delle sue celebrazioni sotto la giurisdizione ordinaria del vescovo diocesano. La configurazione pastorale prevede un’unica parrocchia, con molteplici celebrazioni liturgiche sotto lo stesso parroco, lo stesso consiglio parrocchiale e lo stesso registro sacramentale.

Questa configurazione richiede un preciso adeguamento canonico. L’articolo 3 §2 di Traditionis Custodes attualmente impone al vescovo diocesano di designare luoghi per la celebrazione della Messa secondo il rito più antico “non nelle chiese parrocchiali e senza erigere nuove parrocchie personali” – una disposizione che la Sede Apostolica si è riservata di dispensare, come confermato dal rescritto del Cardinale Roche del febbraio 2023. Il divieto di nuove parrocchie personali dovrebbe rimanere in vigore; il divieto relativo alle chiese parrocchiali stesse dovrebbe essere derogato. L’attuale divieto ha avuto l’effetto indesiderato di collocare il rito più antico in cappelle e spazi laterali che istituzionalizzano proprio quella separazione che la Traditionis intendeva dissolvere. Una deroga limitata al divieto di parrocchia-chiesa – pur mantenendo il divieto di nuove parrocchie personali – favorirebbe l’unità che Traditionis Custodes stessa indica come suo scopo e rimuoverebbe l’impedimento canonico alla configurazione qui proposta.

In secondo luogo – e il corollario è di importanza almeno pari alla prima – un calendario liturgico comune. La biforcazione per cui le comunità della Messa in rito tridentino hanno osservato per decenni un calendario parallelo a quello della Chiesa universale è tra le più significative delle separazioni strutturali che si sono consolidate negli ultimi sessant’anni. I digiuni, le feste, i santi e l’ordine stagionale devono essere quelli del calendario promulgato sotto l’attuale Santo Padre. Il rito più antico può essere celebrato; non può essere celebrato secondo un diverso orologio ecclesiale. La comunione dei santi non ammette due calendari.

Ciò che emerge, quindi, non è una quinta opzione aggiunta alle quattro precedentemente valutate. È l’unica opzione compatibile sia con la traiettoria magisteriale ereditata dal rito più antico, sia con l’ecclesiologia della riforma ratificata dal Concilio. Il Santo Padre non ha bisogno di inventare una nuova via. Deve esigere, da coloro che hanno scelto il rito più antico, che lo celebrino all’interno delle normali strutture diocesane, secondo il calendario universale della Chiesa romana e nel quadro di una graduale partecipazione attiva – alla Messa bassa e alla Messa cantata – che il magistero preconciliare aveva già previsto. La via è stata tracciata da Pio XII prima del Concilio. Attende il suo ripristino.

Che cosa dobbiamo fare oggi?

Che cosa dobbiamo, dunque, ai fedeli che amano il rito antico e che sono rimasti fedeli alla Chiesa? Non una giurisdizione parallela. Non una finzione giuridica che finga che la riforma fosse provvisoria. Dobbiamo loro ciò che Papa Leone ha già iniziato a prefigurare e ciò che il magistero preconciliare aveva già previsto: generosità pastorale nell’ambito dell’unica regola di preghiera, la Messa antica celebrata in comunione incondizionata nelle parrocchie ordinarie della diocesi, secondo il calendario universale della Chiesa romana, nel quadro graduale di partecipazione comunitaria che lo stesso Pio XII aveva richiesto. Un’accoglienza spalancata sulla porta e inequivocabile nella casa in cui si apre.

Che tale generosità sia possibile è la più grave accusa contro ciò che accadrà a Écône il primo luglio. Alla Società viene offerto, in sostanza, proprio questo: un cammino di ritorno all’unica comunione, la liturgia antica onorata, i fedeli riuniti anziché dispersi. E la Fraternità Sacerdotale San Pio X con quattro consacrazioni illecite e ora con una Professione di Fede di ventotto pagine che, in diciassette articoli, ripudia apertamente il Concilio Vaticano II e arroga a una fraternità sospesa l’autorità di definire la fede cattolica, attribuendola al Successore di Pietro stesso. Il contrasto rivela, una volta per tutte, che la disputa non ha mai riguardato il messale. L’accomodamento è un’opera di misericordia; la capitolazione è una mancanza di coraggio mascherata da carità. C’è una sola casa. Il Santo Padre, finora, sembra aver compreso di esserne il custode e non il suo divisore. Deo gratias per questo. I cardinali si sono riuniti e Écône è ormai vicina. La Fraternità ha già dato loro la sua risposta.

Monsignor Arthur Holquin, S.T.L., è un sacerdote emerito della diocesi di Orange ed ex rettore della Mission Basilica di San Giovanni da Capestrano. Ha conseguito la licenza in teologia sacramentale e liturgica presso l’Università Cattolica di Lovanio e scrive per Liturgy and Truth. Il testo originale si può leggere a questo link: https://open.substack.com/pub/liturgyandtruth/p/one-house-not-an-annex-pope-leo-xiv?utm_source=share&utm_medium=android&r=28unnn

 

B) Il mio commento

Difficilmente si può trovare una analisi più lucida della storia liturgica degli ultimi 50 anni nel cattolicesimo romano.  La ricostruzione della storia e la consapevolezza delle questioni teologiche che essa solleva mi pare estremamente chiara. E’ evidente che la strategia per affrontare la questione deve uscire dalle 4 vie che si sono tentate in questi ultimi 50 anni . Proprio questa consapevolezza introduce un elemento nuovo nel dibattito. L’autore ne è consapevole e per questo ora proporre una “quinta via” rispetto alle 4 presenti nel dibattito. In realtà, come dice lui stesso, non si tratta di una vera e propria via alternativa. Si tratta, secondo Holquin, di riprendere il cammino secondo quanto già compiuto tra Pio XII e Giovanni XXIII, ossia tra il 1958 e il 1962, con l’affermarsi di una esigenza di “partecipazione attiva” che non si può attribuire al Vaticano II, ma che sta già nella storia che lo precede.

Il punto qualificante mi pare la presa d’atto che le 4 soluzioni in campo (prelatura personale, parrocchia personale, unione tipografica dei due messali e rilancio di Summorum Pontificum) sono tutte inadeguate. Perché dividono ciò che deve restare unito.

La soluzione proposta è quindi una ripresa, nell’unica casa, del percorso che inizia con Pio XII. Questa mi pare la parte migliore del testo, che però si infrange su due difficoltà residuali, che mi paiono piuttosto ardue.

a) La differenza, che Holquin propone all’inizio del suo testo, tra Lefebvriani e comunità che non vogliono lo scisma si fonda su un ragionamento che mi pare poco chiaro in radice. Holquin parla di Istituti il cui carisma è costituito dalla celebrazione del rito tridentino. Ma lo stesso Holquin dice, apertis verbis, che il rito tridentino non ha più modo di essere celebrato “così come era”. Allora qui si pone, in modo inaggirabile, la questione della identità mistificata di questi istituti, che si identificano in un compito improprio. Rivedere la natura e il fondamento di questi Istituti sarà un compito ecclesiale necessario. Perché non si definisca il reale con categorie che poi si vogliono giustamente criticare.

b) Il fatto che Holquin acquisisca la logica della “actuosa participatio” come condizione di necessità, impedisce di arrestare la storia ad una sua fase “pre-conciliare”. Certo è utile riconoscere, come fa Holquin, che già prima del Concilio si stava camminando verso un nuovo modo di celebrare e che la “assemblea silenziosa” non era un ideale già prima del Concilio. Ma non ci sono ragioni per concedere a qualcuno di celebrare, nella tradizione romana, con un rito diverso da quello che è stato riformato dopo il Vaticano II.

c) Questo, tuttavia, non impedisce che la logica di fondo, del testo di Holquin, debba essere onorata. Si tratta di riconoscere che la soluzione è una “casa comune”, non quella di una “depandance con fondamenta autonome”.  Nella casa comune ci possono essere usi differenziati, selettivi ed elettivi, del medesimo Ordo. La accoglienza e la ospitalità è la logica dell’ordo riformato per autorità del Concilio Vaticano II. In tale casa comune si può celebrare in tante lingue, compreso il latino. Si può celebrare con tante preghiere eucaristiche, compreso il Canone Romano. Ma tutti hanno lo stesso calendario e lo stesso lezionario.

L’uso differenziato, selettivo ed elettivo, del Messale Romano (e di tutti gli ordines rituali) è la via più convincente per affermare la logica della casa comune, proprio quando i lefebvriani non esitano a rompere tale comunione, per motivi che vanno largamente al di là della liturgia.

 

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