Il grande scisma e il piccolo scisma: i diversi tradizionalismi alla resa dei conti


Lo scisma consumatosi quest’oggi, 1 luglio 2026, non è una grande novità e conferma una situazione che si è costruita negli ultimi 40 anni, progressivamente, dopo lo scisma del 1988. Una parte della curia romana e della chiesa universale, dopo quella data, ha iniziato a pensare che quello scisma fosse il segnale di eccessive aperture del cattolicesimo. E ha iniziato a lavorare per riavvicinare le posizioni: in altri termini per far rientrare i lefebvriani mediante una serie di concessioni da parte della curia romana. Le cose sono iniziate con Giovanni Paolo II, ma si sono intensificate con il pontificato di Benedetto XVI, che è arrivato a concedere ai lefebvriani il loro argomento più antico: che la riforma liturgica non fosse normativa per tutti e concedesse, a qualcuno, di farne a meno, senza perdere la comunione con Roma. Se questa idea, che Lefebvre aveva imparato da Giuseppe Siri, fosse diventata “parola comune della chiesa romana”, forse si sarebbe potuto ridurre la distanza e aprire una fase nuova. Ovviamente il prezzo pagato, dopo il 2007, è stato assai alto. Per ridurre le distanze dal tradizionalismo scismatico, si è alimentato un tradizionalismo istituzionale ancora più pericoloso, perché illudeva alcuni gruppi di cattolici di poter restare cattolici fermando l’orologio della liturgia a prima del Concilio Vaticano II.

Lo scisma di oggi segnala, ufficialmente, che quella prospettiva è priva di fondamento. Certo, la liturgia è solo una componente della vita cattolica. I lefebvriani hanno problemi con tutti i documento del Concilio, non solo con Sacrosanctum Concilium. Ma ancor più se la prendono con la libertà di coscienza, con il pluralismo delle culture, con la forma ecclesiale di comunione, e con mille altre determinazioni della chiesa degli ultimi 60.

Ma questo vale anche per i tradizionalisti che chiedono “solo” la messa in latino secondo il messale del 62 (ultimo messale tridentino). Anche loro, in modo trasparente, non accettano non solo la riforma liturgica, ma il volto ecclesiale emerso dal Concilio, a tutti i livelli.

Qui allora sta il problema: che fare di questi cattolici illusi di poter restare cattolici senza accettare il Vaticano II? Sono stati illusi negli ultimi 20 anni in modo scandaloso, direi vergognoso. Una delle conseguenze dello scisma di oggi è il fatto di aver smontato definitivamente questa illusione. Come ha osservato in un recente articolo ben fondato Arthur Holquin, tutte le soluzioni predisposte per la questione della “messa antica” risultano fallite: sia la prelatura personale, sia la parrocchia personale, sia la soluzione tipografica di due ordines in un solo libro, sia il parallelismo di forme istituito da Summorum Pontificum.

Che cosa resta, allora, come concreta possibilità?

Mi pare che non resti altro che riconoscere il valore di mediazione della riforma liturgica, che offre una liturgia accogliente per tutti: per chi vuole una forma più classica e per chi vuole una forma più dinamica. A tutti coloro che sono stati illusi da 20 anni di ubriacatura sul Vetus Ordo, non resta che tornare nell’unica chiesa e nell’unica liturgia. Una chiesa che, nel Novus Ordo, permette alle comunità, se lo vogliono, di celebrare solo in lingua latina e di usare solo il Canone Romano. Ma non permette che il calendario e il lezionario sia spezzato tra prima e dopo il Concilio. Né permette che, sotto la liturgia tridentina, possa covare una ostilità alla libertà di coscienza, al dialogo interreligioso, al riconoscimento della dignità delle persone e alla integrazione delle forme irregolari di vita e di famiglia. Tutta questa ipocrisia, che predica la compatibilità tra forme ecclesiali incompatibili, finisce con lo scisma del 2026. E tutti, i fedeli come i pastori, i vescovi come i cardinali, gli intellettuali come i teologi, dovranno evitare di fare affermazioni vuote, di usare principi sofistici, di pensare a concordanze impossibili, pur di negare la evidenza. La parola più chiara l’ha detta papa Leone: “Noi andiamo avanti”. Questo non vale solo per lo scisma grande, ma anche per quello piccolo. Provvedere al secondo significa dire “noi andiamo avanti” anche sul piano liturgico: chi vuole il latino e le forme classiche, le trova nei riti di Paolo VI e Giovanni Paolo II, non altrove. Una parola chiara, che oggi possiamo pronunciare con maggiore evidenza, visto che il rito tridentino, usato nel 2026, può generare solo scisma e divisione.

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