Dell’uso selettivo del Messale Romano. L’unica pace liturgica possibile


Che vi siano, nella chiesa cattolica, varietates legitimae, legittime differenze, è una delle fondamentali acquisizioni che il Concilio Vaticano II ha potentemente recuperato dalla sana tradizione millenaria che lo ha preceduto. Questa nuova evidenza, che la fase moderna dello sviluppo ecclesiale dopo il Concilio di Trento aveva parzialmente offuscato, è tornata al centro della esperienza delle chiese, anche sul piano della celebrazione liturgica.

L’intero campo del rito, e in particolare l’Ordo Missae, ha subìto un processo di riforma nella direzione di questa straordinaria pluralità interna all’unico rito comune. Per quanto riguarda la celebrazione della eucaristia, le forme principali della variazione riguardano:

a) la maggiore ricchezza biblica del lezionario

b) la pluralità di lingue della celebrazione

c) la pluralità di “formulazioni” della preghiera eucaristica e delle altre preghiere

Il Messale Romano scaturito dalla riforma liturgica (Novus Ordo = NO) offre, da questo punto di vista, una ricchezza davvero incomparabile rispetto alla forma precedente, che risulta dotata di un lezionario ridotto, di una sola versione linguistica e di una sola preghiera eucaristica.

Nel dibattito che dopo la riforma liturgica ha caratterizzato il cattolicesimo, alcuni soggetti e alcune comunità hanno preteso di conservare la forma tridentina di Ordo Missae, spesso chiamata Vetus Ordo (= VO). Non solo nella forma scismatica lefebvriana, ma anche in forme che hanno conservato la comunione con Roma, pur contestando radicalmente la riforma liturgica.

Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito in sintesi a questi passaggi:

a) Nel 2007, con Summorum Pontificum, abbiamo preso la via di “forma parallele del medesimo rito romano”;

b) Nel 2011, con Universae Ecclesiae abbiamo ampliato le possibilità di far uso di tale parallelismo;

c) Nel 2021, con Traditionis Custodes ci siamo resi conto che era necessario tornare all’unica lex orandi ed evitare ogni parallelismo generale tra ordines;

d) Dopo il 2025, con l’arrivo di papa Leone, si è cercato di motivare in diversi modi la possibilità di tornare, in qualche modo, all’uso parallelo di NO e VO. Vi è chi ha proposto una soluzione tipografica (stampare Novus Ordo e Vetus Ordo in un solo libro), chi ha proposto una soluzione pattizia (chiedere una serie di condizioni a chi vuole usare il VO: riconoscere le Costituzioni Conciliari, riconoscere le altre preghiere eucaristiche, partecipare alla messa crismale…)

Il dibattito che queste proposte hanno sollevato si è mosso, largamente, sul registro delle “legittime differenze”. Spesso si è usato apertamente il riferimento alla pluralità per legittimare l’uso in parallelo di due messali tra loro difformi e non coerenti.

Proprio riflettendo su questo punto, mi pare di poter formulare una proposta diversa, ma realistica, con cui favorire una pacifica soluzione della questione.

Il Messale Romano, nella sua versione approvata da Paolo VI e poi precisata da Giovanni Paolo II, costituisce il testo comune ad ogni tradizione cattolico-romana. Anche il rito ambrosiano, cui spesso si fa riferimento per legittimare una pluralità interna al rito cattolico, ha avuto la sua riforma e perciò ha anch’esso una forma “vecchia” e una “nuova”. Rimandare al rito ambrosiano non risolve il problema del rito romano.

Tuttavia, ciò che è più rilevante è il fatto che il Messale Romano, nella sua versione riformata, ha una sua intrinseca pluralità. Ha versioni in molte lingue diverse e ha, all’interno di queste lingue diverse, diversi formulari di preghiere eucaristiche, di collette, di superoblata e di postcommunionem.

Dell’unico Messale, comune a tutti, è possibile fare un uso differenziato. E’ del tutto legittimo persino un uso selettivo. Proprio nella direzione di questo “uso selettivo” si può muovere il percorso di una riconciliazione con tutti coloro che nutrono una sensibilità particolare nella comune tradizione cattolico-romana.

In particolare, si può pensare a comunità che, per ragioni fondate, abbiano la determinazione di usare del NO soltanto in lingua latina e ricorrendo esclusivamente alla preghiera eucaristica prima, ossia al Canone Romano. Una tale opzione, certamente qualificante una particolare esperienza ecclesiale e spirituale, risulta del tutto legittima e non ha bisogno di condizioni. Usare il libro comune a tutti in un modo specifico e particolare è una possibilità di questo testo (ma non del precedente). E’ il testo a garantire la pluralità e allo stesso tempo la unità.

Potremmo pensare che esistono, all’interno della comune appartenenza alla Chiesa romana, una serie di luoghi, di persone e di comunità in cui l’uso del Messale Romano è selettivo. Anzi, dovremmo ammettere che ogni uso del messale, in quanto prevede scelte, è sempre selettivo. Ogni messa è “selettiva” delle possibilità offerte dal rituale. Questa consapevolezza permette di coltivare, della tradizione comune, un aspetto particolarmente classico, sia dal punto di vista della espressione, sia dal punto di vista del contenuto.

Questo uso selettivo permetterebbe di evitare due equivoci gravi, che si manifestano nel parallelismo proposto da SP e dalle proposte ad esso successive:

a) la tensione tra un testo elastico e un testo rigido: avvicinando al NO il VO, non si alimenta la pluralità, ma lo scontro tra una visione aperta della Chiesa e una visione chiusa, che non ha alternative a parlare latino e a usare il Canone Romano. Se la medesima scelta (del latino e del Canone Romano) avviene come opzione all’’interno di un testo comune, assume il volto e la sostanza di una scelta legittima, di una sensibilità riconciliata, non di una lacerazione della tradizione e di una opposizione agli altri.

b) le legittime varietà interne al NO conservano sul piano comune le acquisizioni irreversibili a livello del Lezionario e del Calendario, offrendo un terreno condiviso di testi autorevoli e di tempi festivi, per quanto vissuti con scelte rituali e linguistiche legittimamente diverse. Se si usano due ordines diversi, si perde la comunione dei testi biblici e dei tempi del calendario, ossia si mina la comunione di ascolto e di ritmo.

Un “uso selettivo” del Messale Romano può ampliarsi anche ad un uso selettivo del Rituale Romano, del Pontificale Romano e della Liturgia delle Ore romana. Già oggi è possibile notare come a Roma, a San Pietro, non sia raro, anzitutto per ragioni di opportunità, che nel caso di frequentissime assemblee internazionali, si possa usare di questi riti (del Messale o della Liturgia delle ore o del Pontificale) la versione latina. Questo è del tutto possibile e legittimo, come “uso selettivo” del rito romano. Anche questo è un uso selettivo.

Si può pertanto affermare che il NO subisce sempre un uso selettivo: nel momento in cui si attua la celebrazione occorre fare scelte tra alternative (di lingua e di formulari). Si potrà però distinguere un uso selettivo elastico (che permette di volta in volta soluzioni diverse) e un uso selettivo rigido, che opera una scelta generale, che vale sempre e comunque. La oscillazione tra queste diverse selezioni resta, comunque, nell’ambito della legittimità, non mina la comunione, pur esprimendo sensibilità diverse.

Estendere questa consapevolezza e mostrare questa possibilità può essere la via principe per custodire due beni che non sono in contraddizione: la pluralità di esperienze liturgiche, ospitata solo dai rituali successivi al Concilio Vaticano II, e la comunione tra queste esperienze, assicurata dal riferimento all’unica lex orandi.

Questa idea, che ho maturato grazie al confronto con Enzo Bianchi (qui), con Alberto Melloni (qui) e con Michael David Semeraro (qui), mi sembra poter comporre bene il riconoscimento della diversità con la comunione universale. Un uso selettivo del rito romano è la via per la pace liturgica. La opzione avviene non tra “ordines” diversi, ma all’interno dell’unico ordo, inteso come casa comune di diverse sensibilità, da valorizzare nella loro differenza relativa. La scelta non avviene più contro qualcuno o contro qualcosa, ma all’interno dell’unico rito comune: è il segno di un arricchimento reciproco, senza lacerazione e senza contrapposizione. E’ diversità riconciliata. In sintesi si può affermare: mentre l’uso conflittuale del VO contro il NO introduce una inevitabile lacerazione ecclesiale, teologica e spirituale, l’uso selettivo del NO lavora in un orizzonte di differenze riconciliate.

Per contrasto, e come monito per tutti, la vicenda della esperienza lefevbriana, prossima ad un probabile nuovo scisma, mostra bene come il fatto di giocare sulla contrapposizione tra ordines rituali diversi, il rifiuto di accettare la riforma liturgica e la forma di chiesa che essa rappresenta ed istituisce, non sia una delle forme della pace, ma alimenti soltanto la incomprensione e la perdita di comunione. Un uso selettivo e differenziato del medesimo libro rituale, così come concepito dalla stessa riforma successiva al Concilio Vaticano II, può assicurare quelle varietates legitimae di cui la Chiesa cristiana è ricca fin dal suo inizio, fin dalla parola diversificata – in quanto attestata non in uno, ma in 4 vangeli – di cui essa vive in ogni tempo e in ogni terra, senza vergognarsi di questa origine plurale e non del tutto concorde dei propri atti istitutivi.

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