Da “uso selettivo” a “uso elettivo” del rito romano: una lettera di Fratel MichaelDavide Semeraro


In risposta al mio post di ieri, Fratel MichaelDavide riflette sul senso dell'”uso selettivo”, come proposta di riconciliazione e, fondandolo sulla comune prassi post-conciliare di adattamento di ogni celebrazione allo spazio-tempo ecclesiale, propone di definire “uso elettivo” uno stile differenziato di recezione liturgica del rito romano. Mi sembra un approfondimento sul modo creativo di attuazione della tradizione che il rito romano domanda a partire dalla riflessione che il Movimento Liturgico ha introdotto nella sensibilità ecclesiale del XX secolo, superando le forme moderne (ossia tridentine) di lettura della tradizione come “applicazione di norme generali e astratte”. Ringrazio di cuore per questo nuovo contributo ad un dibattito sempre più vasto sul tema del rito romano condiviso. (ag)

Novalesa, 9 Giugno 2026

Caro Andrea,

ho letto con attenzione e quasi con sollievo la tua conclusione-proposta per superare la querelle VO/NO con l’adozione di un “uso selettivo” dei libri liturgici approvati in ottemperanza alle disposizioni del Concilio Vaticano II e della sua attuazione in questi ultimi decenni… visto che, in Italia, siamo già alla terza edizione del Messale.

Ho cercato di comprendere, a mio modo, ciò che tu intendi come <uso selettivo> e mi è venuto del tutto naturale interpretarlo come attitudine <creativa> nell’uso del Messale e degli altri libri liturgici. Mi sembra, ma in questo posso sbagliarmi non essendo un liturgista patentato, che sotto tutto il lavoro di questi decenni c’è stata la ricerca di un sano e armonico equilibrio tra la fedeltà ai testi e alle rubriche unitamente ad una creatività di chi presiede la Liturgia di saperla adattare opportunamente alla comunità celebrante senza omettere di coinvolgerla nella preparazione delle celebrazioni.

Un esempio tra tutti è, certamente, il modo assai diversificato con cui si celebra nei monasteri e nelle parrocchie o nelle cappellanie di un ospedale o con un gruppo scout/Agesci diversamente di un gruppo scout d’Europa. Se capisco bene, tu proporresti ai nostri fratelli, che attualmente usano il VO, di usare il NO con la stessa creatività e disciplinata libertà di un prete che segue un campo dell’AGESCI in montagna. Senza silenziare il fatto che alcune volte certe “libertà creative” sono al limite dell’abuso liturgico!

In ogni modo, sarebbe l’estensione di ciò che viene vissuto da decenni nei monasteri e altre realtà ecclesiali – non “tradizionalisti” ma classici – di usare i nuovi libri liturgici approvati mantenendo la lingua antica – il latino – e lo stile o, più precisamente, l’atteggiamento più “ieratico” della liturgia tridentina.

Se fosse così ci troveremmo tutti nella stessa situazione di obbedienza canonica al dettato dei libri liturgici approvati unitamente ad una giusta e doverosa creatività che verrebbe modulata nel senso di una maggiore o minore ieraticità, minore o maggiore prossimità tra chi presiede la celebrazione dei Misteri e la comunità che li celebra. Si manifesterebbe così il pieno ossequio da parte di tutti alla prima e fondamentale rubrica dell’Ordo Missae: populo congregato (NO) che sostituisce il sacerdos paratus (VO).

Se così fosse: pax liturgica facta est, alleluia!

Ma ho l’impressione che la diatriba nel suo aspetto più basico riguarda proprio il fatto che chi pratica il VO lo fa nella pretesa e nella protesta che il VO non è espressione di una serena “creatività” possibile all’interno dello stesso Ordo, ma espressione di fedeltà alla tradizione e di denuncia di infedeltà alla tradizione da parte degli altri. Mentre da parte mia – e penso anche da parte tua – non ci sarebbe nessun problema nel prendere atto che in una comunità si usi solo ed esclusivamente il Canone Romano, sarebbe auspicabile che dall’altra parte non si ritenga “infedele alla tradizione” l’uso abituale delle altre Preghiere Eucaristiche – specialmente le più recenti il cui linguaggio è più fraterno che sacrificale – con l’esclusione abituale e persino totale del Canone Romano il cui uso rimane facoltativo persino nella Messa in Coena Domini.

Per fare un piccolo esempio di “creatività”, da anni nel nostro monastero – e non solo – il presidente pronuncia le Orazioni dell’Eucaristia e della Liturgia delle Ore sempre rivolto <ad Orientem>. Mi piace condividere con te quanto è avvenuto domenica scorsa nel nostro monastero di Novalesa. Alla fine della Liturgia Eucaristica domenicale – era il Corpus Domini – un presbitero che accompagnava un gruppo e ha concelebrato con il fratello di turno alla Presidenza mi ha detto in sagrestia: <Me che bella Messa… bisogna proprio dirlo il latino nella Messa è proprio bello, è un’altra cosa>. Non ho potuto fare altro che annuire! In realtà, in latino avevamo cantato solo il Salve Regina alla fine della celebrazione, per il resto i canti erano stati in parte in italiano e in parte in francese a motivo della presenza di ospiti francofoni.

Mi sono chiesto: ma come mai questo prete aveva avuto la percezione di “pregare in latino”? Molto probabilmente, pur pregando in lingua vernacolare e avendo celebrato la solennità del Corpus Domini senza processione eucaristica, il suddetto prete ha avuto l’impressione di una celebrazione in cui aveva potuto respirare quel senso di trascendenza e di mistero che, normalmente, si reputa potersi trovare solo in ambienti classico-tradizionalisti. È stata così forte la sensazione e la percezione da pensare, in automatico, di avere pregato in latino o in gregoriano mentre i testi e i canti erano in italiano e in francese, gli ornamenti tessuti in un nostro monastero, le suppellettili per nulla antiche né tantomeno antiquate.

Questo “qui pro quo” mette in risalto la necessità e l’urgenza di una verifica della modalità celebrativa nell’ordinario della vita delle comunità cristiane in cui si rischia di confondere la creatività e l’adattamento con la sciatteria e l’insensibilità alla dimensione misterica. Forse questo è un cantiere di cui prendersi cura per ridare credibilità e fruibilità spirituale al cammino coraggioso e intelligente di questi ultimi decenni in materia liturgica.

In conclusione, per ritornare alla tua proposta di <uso selettivo> sono pienamente d’accordo, nella misura in cui il conseguimento della pax liturgica sia espressione e scuola di pax vitae. Se mi permetti, suggerirei di parlare piuttosto di <uso elettivo> che mi sembra sottolineare un’operazione di attento e onesto discernimento nella scelta di come modulare parole e gesti della Liturgia in armonia con la sensibilità spirituale e l’opportunità pastorale. Personalmente penso che l’ordine però debba essere gerarchicamente corretto dando la precedenza alla pax vitae per generare e godere armonicamente la pax liturgica.

Mi accompagna da anni una meravigliosa espressione di Guillaume de St. Thierry nel proemio al suo De diligendo Deo: <Che l’amore della verità non offuschi la verità dell’amore>. E ci risiamo con il Vangelo… che è la nostra rovina come “mal diceva” l’Autore di tutte le divisioni e fazioni gridando contro il nostro Signore Gesù Cristo: <Sei venuto a rovinarci?> (Mc 1, 24).

Grazie di cuore per il tuo contributo di appassionata intelligenza per non lasciare che l’incitamentum divinum cui Giovanni XXIII obbedì profeticamente sia vanificato dalle nostre paure e dai nostri comodi spirituali.

Fratel MichaelDavide, osb

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