Perché usare Messori contro papa Francesco? L’incomprensibile mossa di Andrea Tornielli
Con un editoriale uscito su VaticanNews Andrea Tornielli svolge un ragionamento a proposito dello scisma consumatosi il giorno 1 luglio. Vi si esprime il dolore, la irritazione e si censura la postura tradizionalista. Fin qui tutto bene. Ma poi, nel momento in cui si tocca la questione del rito tridentino, anche Tornielli perde lucidità e precipita nei luoghi comuni del tradizionalismo non scismatico. Sì, perché abbiamo fior di teologi, pastori e anche giornalisti che sono diventati tradizionalisti “malgré soi”.
Dove sta il problema? Per capire bene la questione debbo riportare integralmente il doppio passo problematico di Tornielli. Ecco il suo testo:
Il punto vero, però, è un altro. E non ha nulla a che vedere con la Messa in rito preconciliare (erroneamente definita “Messa in latino”), dato che ai fedeli attaccati a quella forma liturgica è ancora permesso di celebrarla in piena comunione con Pietro. Il vero nodo cruciale è che cosa sia la Tradizione e soprattutto chi debba custodirla facendo crescere la nostra comprensione della Tradizione sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Se la Tradizione viene cristallizzata in un sistema ideologico, se ci si arroga il diritto di giudicare un concilio presieduto da due Papi santi con la partecipazione di tremila vescovi del mondo, che ha promulgato documenti votati praticamente all’unanimità; se si pretende che il Successore di Pietro e la Chiesa cattolica tutta debba accettare e far proprie le idee teologiche di un gruppo particolare, c’è qualcosa di profondamente contraddittorio.
Ma soprattutto c’è qualcosa di molto lontano dalla fede cattolica, il cui segreto – spiegava il grande scrittore Vittorio Messori, scomparso lo scorso Venerdì Santo, che tanto si era prodigato per il rientro della Fraternità San Pio X nella piena comunione – è e rimane “l’et et”, non “l’aut aut”. E dunque c’è posto nella Chiesa per i fedeli attaccati all’antica liturgia, c’è posto nella Chiesa per discutere, per leggere e rileggere i documenti e interpretarli. Non però per giudicare il Papa e per disobbedirgli compiendo atti che lacerano l’unità del “Corpo Mistico” di Cristo che è la Chiesa, non però per creare di una gerarchia parallela contro un esplicito divieto di colui a cui Gesù ha detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
In questa seconda parte del suo testo gli scivoloni teologici e liturgici si moltiplicano in modo preoccupante:
a) mentre si affermano cose ragionevoli sulla pretesa lefebvriana di contraddire lo sviluppo degli ultimi 60 anni, si fa premettere la frase giusta da una negazione che ci sia in gioco “il rito preconciliare”, presentato come una forma liturgica che è permesso celebrare in piena comunione con Pietro. Ma dove ha preso Tornielli questa informazione? Ha l’agenfa aggiornata a 10 anni fa? Vuole rassicurare tutti che sul fatto che la messa tridentina è coerente con la storia degli ultimi 60 anni? Ci vuole raccontare ancora una volta questa barzelletta?
b) Ma più grave è l’ultimo capoverso, dove Tornielli fa una operazione veramente poco lineare. Cita Vittorio Messori, guarda un po’, uno dei più grandi amici dei lefebvriani, per ricordare a noi tutti che, come cattolici, siamo quelli dell’et-et, non dell’aut-aut. Ma a che cosa serve questo luogo comune riferito alla parola di Messori? A rendere compatibile nella Chiesa quello che non può esserlo. E qui torniamo alla affermazione, gravissima: “c’è posto nella Chiesa per i fedeli attaccati alla vecchia liturgia”. Ma come fa Tornielli a dimenticare che solo 5 anni fa, nel 2001, papa Francesco ha detto una cosa molto diversa da Messori: che una sola è la lex orandi della chiesa cattolica e che non si può vivere la liturgia con l’et-et. La pluralità non è tra forme rituali, ma interna all’unica forma comune. Perché usare Messori per far tacere Francesco?
c) Una terza cosa grave è la scelta di Messori, per parlare dell’et et. Se si lascia esprimere la “posizione cattolica” ad un autore così compromesso con i tradizionalisti, perché mai Tornielli, che è uomo di lettere, non ha scelto veri teologi che hanno riflettuto con ben altra profondità su questo famigerato et-et? C’erano a disposizione Guardini e Von Balthasar, con la loro autorità. Perché scegliere invece un giornalista discutibile come Messori? Forse per poter far dire all’et-et quello che non può dire? Ossia che va bene una cosa e anche il suo contrario? A questi punti arriva la mancanza di lucidità? A tal punto possiamo fare a meno di un pensiero teologico serio e affidarci a pubblicisti che non conoscono a fondo la tradizione?
Questi tre svarioni, piuttosto marcati, dimostrano che c’è un tradizionalismo istituzionale, che Tornielli sembra aver assunto come una seconda pelle, che impedisce di essere lucidi dopo lo scisma. Pensare che dopo 40 anni di compiacimento dei lefebvriani, accompagnati anche dalle nostalgie di Messori, noi possiamo ignorare che queste debolezze, queste inclinazioni, queste scimmiottature hanno condotto ad un secondo scisma, mi pare una cosa paradossale. Quando si parla di liturgia, anche i migliori perdono la testa e dicono cose campate per aria.
Dopo lo scisma si deve dire: chi ha la passione per la forma antica del celebrare cattolico, o la trova nell’unico rito vigente o rompe con la comunione cattolica. Solo un uso differenziato dell’unico rito comune è legittimo. Si può accettare che una comunità, la cui sensibilità è molto classica, celebri solo in latino e usi solo il Canone romano. Ma il calendario, il lezionario e la struttura rituale deve restare quella comune a tutti. Il rito tridentino, quello approvato nel 1570 e da ultimo nel 1962, poi superato dalla riforma liturgica, è ormai un documento del passato, che può essere usato, come tale, solo da chi vive nel passato, come i lefebvriani.































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