Munera 2/2019 – Ghislain Waterlot >> Il senso della morte per la vita. Sfide per un’etica (cristiana) della finitezza

Munera 2/2019 – Ghislain Waterlot >> Il senso della morte per la vita. Sfide per un’etica (cristiana) della finitezza

La tesi che intendo sostenere è che una parte essenziale del senso della vita umana è legata alla presenza e alla realtà della morte.

«L’uomo che vivrà 1000 anni è già nato»: è lo slogan dei transumanisti, ripetuto infinite volte in Francia dal dottor Laurent Alexandre, con variazioni a seconda degli ascoltatori e delle obiezioni che gli vengono avanzate (egli fa riferimento a un periodo di tempo tra i 200 e i 1000 anni a seconda del pubblico presente). Ma, parlando seriamente, se questo slogan può avere successo, è perché parte dall’idea che la morte è considerata da tutti come una maledizione che bisogna sconfiggere, e che noi, contrariamente ai buddisti, desideriamo vedere l’esistenza durare all’infinito.

D’altronde, la tradizione biblica potrebbe apparentemente avallare le teorie dei transumanisti. Non si legge forse nel libro della Genesi (3,3) che non avremmo dovuto morire, ma che è per effetto della nostra colpa, del nostro peccato, se la nostra condizione, inizialmente immortale, è divenuta mortale? Apparentemente sarebbe la trasgressione del divieto di mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male che ci ha condannati a diventare mortali. Si tratta, in realtà, di una lettura affrettata. Da una parte, il testo sembra indicare che mangiare dell’albero della conoscenza potrebbe far morire o provocare la morte – ed è in effetti a partire dalla proliferazione del peccato che la morte, inflitta dall’uomo, entra nel mondo con Caino e Abele, il che era impensabile nel giardino dell’Eden. D’altra parte, però, sempre nel libro della Genesi si può leggere poco più avanti: «Che ora [l’uomo] non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!» (3,22). Dunque la Bibbia non è affatto chiara riguardo alla longevità dell’essere umano prima del peccato. Di fatto non dà risposta a questa domanda, ma sembra suggerire la finitezza dell’uomo, pur essendo questi «a immagine di Dio».

Nel contesto di una vita umana limitata, vivere 1000 anni rappresenta l’immortalità (il numero rimanda a Apocalisse 20,1-6). È la prospettiva della morte alla morte: non la morte intesa in senso assoluto (ci saranno sempre incidenti, suicidi), ma la morte per cause naturali. Non saremo più soggetti alle malattie e alla vecchiaia e potremo vivere all’infinito.

Possiamo augurarcelo? Possiamo veramente volerlo?

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