H. U. von Balthasar e la fine del Vetus Ordo


piccolaguida

In un testo di quasi 40 anni fa, H. U. Von Balthasar esaminava, con grande lucidità, i destini del Vetus Ordo. Era chiaro, per lui, già 40 anni fa, che quella “forma” del rito romano fosse stata superata dalla riforma liturgica, in modo definitivo. Vorrei qui riportare le pagine fondamentali di quel testo, alle quali intendo aggiungere solo alcune considerazioni rivolte alla attualità ecclesiale. Riporto dunque anzitutto il testo, tratto da H.-U. Von Balthasar, Piccola guida per i cristiani, Milano, Jaca Book, 1986 (ed. orig. 1980), 111-114, di cui sottolineo in neretto le parti più significative :

 

«Da non molto… la protesta si leva da quei gruppi che si sono appartati a destra, e si leva parte in franca opposizione all’ultimo concilio in nome della tradizione antecedente, parte restando ai margini della Chiesa e appoggiandosi dove può: sugli evidenti errori dei progressisti, sul mantenimento delle vecchie forme di liturgia e di pietà, e, non da ultimo, su numerose rivelazioni private, siano esse riconosciute dalla Chiesa ufficiale o non lo siano (come il più delle volte). [...]

L’altalenare fra questi due estremi – attaccamento ostinato a vecchie forme e umile implorazione al volere del cielo – rivela una mancanza di centralità e di equilibrio. Si sottolinea l’ecclesia apostolica e sancta, ma il gruppuscolo protestatario vuol essere al tempo stesso l’una, ed è impossibile, e la catholica, che per natura sua non può consistere in un’opposizione. Ciò che più inquieta, nella situazione della Chiesa odierna, è questo: all’ala sinistra, alquanto caotica ma forte in fatto di media, si contrappone a destra una quantità di formazioni certo zelanti ma più o meno introverse, quasi settarie, che naturalmente avanzano tutte la pretesa di essere loro il centro, mentre di fatto impediscono che ne prenda corpo uno che stia al di sopra di esse e rappresenti vivamente la viva tradizione.

Prende o dà scandalo, come ebbe a sentenziare Guardini, chi pretende di aver ragione adducendo argomenti «penultimi», cioè non perentori. Simili ragioni penultime sono in questo caso il clamoroso abuso del nuovo Ordo liturgico da parte di un gran numero di ecclesiastici, mentre la ragione ultima parla, nonostante tutto, per la Chiesa del Concilio e contro i tradizionalisti. La S. Messa aveva urgente bisogno del rinnovamento, soprattutto di quell’attuosa partecipazione di tutti i fedeli all’azione sacra che nei primi secoli era qualcosa di assolutamente pacifico. Tutt’al più- come hanno ribadito P. Louis Bouyer e anche il cardinale Ratrzinger — si sarebbe potuto tollerare ancora per un determinato tempo la vecchia messa preconciliare (nella quale, dai tempi di Pio V, sono state apportate a più riprese numerose e sostanziali modificazioni); a poco a poco questa messa avrebbe finito per estinguersi organicamente. Quel che, inoltre, i tradizionalisti non considerano, è che quasi tutto il «nuovo» inserito nel messale di Paolo VI deriva dalle più antiche tradizioni liturgiche, che il suo pezzo forte, il Canone Romano, è rimasto immutato, che il ricevere l’ostia nelle mani e in piedi è stato abituale fino al IX secolo e dei padri della Chiesa ci testimoniano che i fedeli si toccavano devotamente occhi e orecchie coll’ostia prima di consumarla. Non dovremmo dimenticare, dice Ratzinger, , «che impure sono non le sole nostre mani, ma anche le nostre lingue» — Giacomo dice che la lingua è il nostro membro più peccaminoso (Gc 3, 2-12) — «e anche il nostro cuore… Il massimo rischio e nel contempo la massima espressione della misericorde bontà di Dio è che sia lecito toccare Dio non solo con le mani e la lingua, ma anche con il cuore» (J. Ratzinger, Eucharistie — Mitte del Kirche. Vier Predigten, Muenchen, Erich Wewel, 1978, 45) .

Il tradizionalismo si appoggia a forme non basate su di una teologia e una filosofia vive e che già per questo non possono rivendicare una validità oggi persuasiva. Ovviamente la situazione varia a seconda delle regioni; altro è che in un certo paese interi ambienti si appartino rabbiosamente e pubblichino i loro fogli, altro è che in un cert’altro manipoli di laici generosi ingaggino una battaglia col clero progressista, costituendo gruppi di preghiera intensiva, sostenendo case di esercizi spirituali con un ampio raggio di influenza, pubblicando volantini realmente edificanti. Qui lo spirito genuino ha una chance di vincere il Golia di una lettera possentemente organizzata in entità burocratica. Qui la cosiddetta «destra» si avvicina a quel centro che è l’unico da cui possa promanare l’auspicato rinnovamento conciliare e sul quale possa edificarsi una teologia aperta sia a una rivelazione non sminuita sia alle necessità dell’ora: il centro che solo — al di sopra di destre e sinistre, divenute incapaci di dialogo — è in grado di conferire nuova forza anche fra gli uomini alla Parola di Dio»

La singolarità dell’approccio di von Balthasar, che pure, come è del tutto evidente, non può essere considerato «ideologico» e in nessun modo “progressista”, non esita a formulare con grande chiarezza la necessità dell’atto riformatore, anzitutto per la S. Messa. Ora è chiaro che, nel momento in cui si ammette a chiare lettere la necessità della Riforma, il rito precedente, quando anche continui a sussistere, può esserlo solo per carità, per prudenza pastorale, per contingente opportunità, ma in vista della sua «sparizione» e per nulla secondo un parallelismo strutturale, che in tal caso si opporrebbe non solo alla tradizione, ma anzitutto al più elementare buon senso. Questo a me sembra il punto su cui von Balthasar enuncia una verità antica e che oggi esige una rapida acquisizione non soltanto da parte della ufficialità ecclesiale, ma direi soprattutto in quella fascia di teologi e pastori che mostrano di essere diventati stranamente indulgenti con questa idea che accanto al rito riformato possa “strutturalmente convivere” il rito precedente.

Se la autobografia ratzingeriana ci lascia pensare che la Riforma dovesse assumere carattere accessorio, considerando «intoccabile» il rito tridentino nella versione del 1962 – e possiamo constatare quanto di autobiografico abbia in sé anche “Summorum Pontificum” – viceversa la lettura balthasariana sente il bisogno di sottolineare con chiarezza la necessità insuperabile della Riforma, anche se può ammettere un regime limitato e provvisorio di tutela della forma precedente del rito romano, che però riconosce “destinata ad estinguersi”. Se riascoltate attentamente a distanza di quasi 40 anni, le parole di von Balthasar indicano l’unica via possibile, per uscire da un imbarazzo sempre più paralizzante:

- la ripresa della Riforma Liturgica non può procedere se non si lavora tutti su un unico rito;

- l’accesso al rito precedente, destinato ad estinguersi, può avvenire solo per condizioni eccezionali, sotto la vigilanza della autorità territoriale competente;

- la “elaborazione” del nuovo rito, con tutte le correzioni e le promozioni necessarie, può accadere su un “unico tavolo”: non esiste alcuna possibilità che due forme rituali, di cui una è nata per emendare e sostituire l’altra, possano produrre altro che divisione, lacerazione e discordia.

Proprio il profilo “conservatore” e, diremmo, orientato “a destra” di von Balthasar risulta al di sopra di ogni sospetto. Egli sapeva, già 40 anni fa, che il disegno di “parallelismi rituali strutturali” non era la rivincita ecclesiale del passato contro il futuro, ma il delirio settario su un passato ormai senza futuro.

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