Autobiografia di “Summorum pontificum”: la Riforma Liturgica incompresa


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Dopo aver scoperto ciò che H. U. von Balthasar pensava del Vetus Ordo nel 1980 (qui), voglio ora considerare un testo tratto dalla Autobiografia che J. Ratzinger ha scritto nel 1977, a 15 anni dal Concilio Vaticano II. Si tratta, come è evidente, di un testo «non magisteriale», che quindi può essere commentato dal teologo con una certa libertà. Anzitutto leggiamo da esso questa lunga citazione, che manifesta nell’allora Arcivescovo di Monaco — poi Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e infine Papa Benedetto XVI — una comprensione «tragica» dell’impatto che la Riforma Liturgica ha avuto per la vita e la identità della Chiesa. Per chiarire il senso e la portata di questo testo, vi si commenta emotivamente  ciò che accadde subito dopo il Concilio (negli anni 65 e seguenti), ma la stesura è di più di 10 anni dopo. Ecco il testo (tratto da J. Ratzinger, La mia vita. Autobiografia, Cinisello B., San Paolo, 1977, 113-115, i neretti sono miei):

«Il secondo grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l’irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di «riforme» liturgiche.

Non c’erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l’una accanto all’altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati.

Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti.

Non c’è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia «fatta», che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di «donato», ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna «comunità» voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita. Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita «etsi Deus non daretur»: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II».

Questo testo, con la sua sorprendente durezza, comporta alcuni «giudizi» talmente carichi di «pregiudizi» da risultare del tutto disorientanti per una valutazione pacata e serena dei fatti in gioco. Anche se oggi J. Ratzinger è Vescovo emerito di Roma, siamo evidentemente liberi di giudicare con grande libertà e parresia un suo «scritto autobiografico», che non rappresenta un documento magisteriale, ma può utilmente farci comprendere alcune delle logiche del magistero liturgico dal 2007 ad oggi.

Lo scandalo per il muovo messale

Anzitutto è singolare un primo aspetto: lo scandalo è suscitato in Ratzinger non dalla Riforma Liturgica, ma dalla «promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli». Curiosa espressione, legata a una ricostruzione storica del tutto ipotetica, congetturale e sorprendentemente ideologica. Mentre Pio V avrebbe semplicemente «rielaborato il messale in uso», il divieto di «quel messale» ha comportato «una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche». Ciò che qui viene affermato dipende da una ricostruzione assolutamente manichea della possibile continuità. Può esservi continuità soltanto se si continua a usare il messale tridentino. Mentre non si riesce a comprendere come dovrebbe essere concepita una «riforma» che non ricada in questa «tragica rottura». In realtà, la storia, se osservata con una sguardo meno pregiudicato dalla paura, dice proprio un’altra cosa. Ossia che, come Pio V ha fatto nel 1570, e dopo di lui altri papi in modo meno sistematico, Paolo VI, sia pure con altri mezzi e con altre competenze a disposizione, ha fatto nel 1969. Il rito romano trova continuità mediante la riforma, non accanto e nonostante essa. L’immagine utilizzata («si fece a pezzi l’antico edificio e se ne costruì un altro») dice bene questo modo pregiudiziale e ingiusto di considerare la storia concreta della Riforma.

Capovolgimento tra causa e effetto

Si deve aggiungere, di conseguenza, che questa ricostruzione congetturale della storia degli ultimi 60 anni approda ad un giudizio che capovolge la causa e l’effetto: a causa della Riforma postconciliare si sarebbe entrati nella crisi della liturgia. Non si dice una sola parola sul fatto che la crisi della liturgia preesisteva da almeno un secolo rispetto al Concilio. Anzi si pretende – qualche pagina prima – di dimostrare che anche nel rito preconciliare la «partecipazione attiva» era una realtà pienamente in atto.

Di qui, da questo animo turbato per una rappresentazione drammatica e tragica della identità compromessa dalla Riforma Liturgica, scaturisce l’intento di una «riconciliazione liturgica» e di un «nuovo movimento liturgico» per ritrovare la continuità perduta. È evidente che, all’interno di una tale ipotetica ricostruzione, sarebbe possibile una riconciliazione e una continuità soltanto «ripristinando la vigenza del rito preconciliare». Ciò costituisce una chiara premessa a ciò che, 30 anni dopo, si è tentato di fare attraverso il Motu Proprio Summorum Pontificum. Ma il «sistema» che ne è sorto – astrattamente – genera soltanto confusione e incertezza, insicurezza e dubbio. Non riconcilia, ma esaspera le differenze e i conflitti, mette in luce i risentimenti e i pregiudizi. Crea, di fatto, identità parallele irreconciliate e tuttavia pericolosamente ufficializzate.

Ma la Riforma Liturgica era necessaria?

Dietro a tutto ciò, tuttavia, si profila un’ombra. Il testo non lascia intendere che cosa l’autore pensi della «necessità» della Riforma liturgica. Ed è anche evidente che il testo autobiografico, pur arrivando indirettamente alla medesima conseguenza del successivo «Motu Proprio», è molto più esplicito e pesante nel giudizio negativo circa la Riforma Liturgica. La persuasione di un possibile «regime parallelo» tra rito vecchio e rito nuovo può essere sostenuta — al di là delle questioni pratiche che ne derivano irrimediabilmente — solo se si è convinti che la Riforma non sia stato un «atto necessario» successivo al Concilio Vaticano II. Nonostante le rassicurazione che il Motu Propri (e la lettera che lo accompagna) si affrettano a precisare, rimane molto chiara la presa di distanza obiettiva che tale documento rappresenta circa la «necessità» della Riforma Liturgica. Su questo, io credo, dovrebbe essere puntata oggi l’attenzione. Se quando riformo un rito, lascio che il rito precedente continui tranquillamente la sua corsa, posso affermare di essere veramente convinto della necessità della Riforma? La «pedagogia rituale» può considerarsi riconosciuta? La questione, più di 40 anni dopo, resta aperta. E, dopo Summorum pontificum non è per nulla una questione semplicemente autobiografica.

Un Nuovo Movimento Liturgico?

L’auspicio verso un «nuovo Movimento Liturgico», con cui si chiude il brano che abbiamo considerato, manifesta una profonda difficoltà nella comprensione equilibrata della storia con cui il ML si è mosso nell’ultimo secolo. Soprattutto dimostra una coscienza molto limitata della «questione liturgica», come orizzonte problematico che ha dato vita al ML fin dal XIX secolo. E, come abbiamo visto, tende a far credere che la questione liturgica non sia la causa della Riforma Liturgica, ma un suo effetto! Per evitare queste conseguenze improvvide, occorre oggi proporre una riflessione più adeguata dello sviluppo storico del ML, che qui voglio brevemente abbozzare.

Poiché negli ultimi tempi si sono moltiplicate le prese di posizione intorno al tema della Riforma Liturgica e del ruolo del la Tradizione rituale per la fede cristiana, è bene cercare di precisare, con tutta la serenità necessaria, e fuori da ogni spirito polemico, alcune grandi questioni di fondo, sulle quali è facile fare affermazioni che, a causa dello loro unilateralità, costituiscono poi la premessa di molte conseguenze inopportune o dannose addirittura.

La Riforma come atto di continuità

La Riforma liturgica non è e non vuole essere una «rottura» della liturgia cristiana, ma vuole garantire la continuità con la grande tradizione originaria del pregare e del celebrare cristiano i fronte a una crisi che in Europa ha toccato la liturgia dalla fine del 1700. Non è il 1968 l’inizio della crisi, ma il 1790 o il 1833. Tuttavia, per sostenere questa tesi, occorre maturare uno sguardo molto equilibrato. Perché non bisogna cadere nella tentazione di contrapporre, drasticamente, continuità e discontinuità. La Riforma è la coscienza maturata nella Chiesa — e che non si può improvvisare — circa la necessità di favorire la continuità mediante una certa discontinuità. Poiché se è vero che la Riforma vuole realizzare una continuità più autentica e più efficace della Tradizione, è altrettanto vero che può realizzare questo obiettivo solo a costo di alcune decisive discontinuità. Bisogna infatti ricordare che una Riforma, se vuole essere tale, deve cambiare alcune cose importanti, dalle quali dipende il senso stesso della Tradizione. Una Riforma che non toccasse minimamente la prassi rituale della Chiesa, che non incidesse sui suoi riti, sulle sue priorità, sulla lingua o sulla relazione ecclesiale, sarebbe una Riforma falsa o la negazione stessa della Riforma. Se si decide di fare una Riforma, ma può anche non cambiare nulla, allora è evidente che si entra in una regione della incertezza che non si può più chiamare Riforma.

Riforma Liturgica e unità del rito romano

D’altra parte è importante ricordare che la giusta ermeneutica del Concilio, richiamata anche da Benedetto XVI in un noto discorso alla Curia Romana nel 2005, non contrappone discontinuità a continuità, ma discontinuità a Riforma. Il che si potrebbe tradurre in questo modo: quando si tratta di fare i conti con la Tradizione in un passaggio critico, la discontinuità necessaria è quella della Riforma, non quella della rottura. Anche in questo caso la continuità, se la tradizione è in crisi, può mantenersi solo a costo di una certa discontinuità.

Su questa base è sorprendente notare come nella argomentazione comune spesso si voglia equiparare la «non rottura» necessaria a ogni vera Riforma con la considerazione secondo cui non c’è antitesi tra le due forme del rito romano, del 1962 e del 1969. In realtà dalla premessa che abbiamo pacificamente acquisito non discende affatto questa pretesa conseguenza. Se si fa una Riforma, ciò che viene cambiato non è più come prima. Ma questa discontinuità, che non si può negare senza negare l’idea stessa di Riforma, non può essere compatibile con la sopravvivenza di quella prassi che appunto si è voluto modificare. Qui siamo di fronte ad un problema che non è tanto liturgico o ecclesiale, ma logico e genealogico. Provo ad affrontarlo partendo da più lontano. Nella lettera inviata ai vescovi nel 2007 in occasione del motu proprio, il papa Benedetto ha scritto: «Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande».

Il papa ha ragione se ci chiede di restare ben piantati nella dinamica di una storia che si articola nello spazio e nel tempo: nella successione storica delle due forme non c’é nessuna contraddizione tra rito vecchio e rito nuovo. Ma appunto, solo nella successione temporale di due forme diverse! Se invece si pretende di far convivere nella stessa unità di spazio e tempo queste due forme, senza subordinarne una all’altra in modo netto e definitivo, si perde immediatamente l’orientamento e così anche il senso della tradizione. La Riforma liturgica è stata un atto necessario, un passaggio che la Chiesa ha avvertito e giudicato, al suo più alto livello, conciliarmente, come evento decisivo della propria identità, mentre la cosa grave è che documenti come Universae Ecclesiae, e già prima Summorum Pontificum, la riducono a una opzione semplicemente possibile. Qui sta una differenza delicatissima, sottile come un capello, ma assolutamente decisiva. Se si riconosce la necessità storica della Riforma non si può affiancarle di nuovo quel rito che essa ha voluto e dovuto intenzionalmente superare. Questa non è «rottura», è vita, è sviluppo organico, è logica giuridica e vitale delle istituzioni. Quando si proponesse come ufficiale questa concentrazione contemporanea di una successione storica, si altererebbe irrimediabilmente tutto il senso e l’impatto dell’atto di riforma. D’altra parte, bisogna dire che se oggi ci si preoccupa di evitare che la tradizione subisca «rotture», bisogna evitare anche di procurarne di peggiori: se la polemica sulle «ermeneutiche del concilio» è ricondotta alla sua vera intenzione, è facile vedere come non si tratta di contrapporre continuità e discontinuità, ma di contrapporre due diverse accezioni di discontinuità (ossia la Riforma e la discontinuità tout court!). Ogni Riforma introduce un certo grado di discontinuità per poter garantire un più profonda e autentica continuità.

La continuità riformata del rito romano

È vero, la storia non è un insieme di spaccature, ma non è neppure un accumulo di forme diverse: se nel divenire garantiscono la continuità, quando invece vengono assunte come contemporanee creano solo una crescente confusione e un grande pasticcio. La continuità della identità del rito romano oggi viene garantita dai riti della riforma liturgica, non dalla giustapposizione di questi con quelli che, a causa dei loro limiti, sono stati sostituiti dai nuovi. C’è una chiara visione dello sviluppo organico del rito romano solo se si procede secondo questo sviluppo storico, rispettandone la diacronia che è vita, non invece se lo si considera astrattamente sul piano di una astorica contemporaneità di forme tutte ugualmente disponibili. Se il modello è quello della crescita organica, nell’adulto c’è il bambino, ma la continuità è garantita non dalla compresenza di membra bambine e adulte, di linguaggio bambino e adulto, ma nell’assumere, da parte dell’adulto, la ricchezza della propria infanzia, lasciandone cadere i limiti, le fragilità e le inconseguenze.

La Riforma Liturgica è una fine o un inizio?

Infine, una parola sulla Riforma liturgica come inizio o come fine. Mi sembra di dover concordare del tutto sul fatto che la Riforma Liturgica non è una fine, ma un inizio. Si può dire anche così: la riforma liturgica è necessaria — non opzionale — ma non è sufficiente, bensì deve compiersi in una formazione/iniziazione che i nuovi riti devono operare sul corpo della Chiesa. Riforma Liturgica non è più tanto la riforma che la chiesa fa dei propri riti, ma la riforma che i riti sanno fare della Chiesa. Per questo, però, non è necessario un «Nuovo movimento liturgico». È necessario continuare il Movimento liturgico che per molti decenni ha preparato il Concilio e la Riforma, che poi si è espresso nel preparare i testi della Riforma Liturgica con tutte le competenze necessarie, e che infine oggi, con un compito ancora più complesso e prezioso, deve ridare parola e azione ai riti stessi. Anche in questo trovo che ci debba essere un bella continuità, tra coloro che hanno preparato e coloro che oggi attuano la Riforma. Non è vero che ci sia in questo una rottura necessaria. Non è vero che molti di coloro che hanno fatto la Riforma oggi si siano pentiti. Io non ne conosco uno. Chi sono? Dove sono? Non è vero che si debba ricominciare daccapo a Riformare. È vero invece che la Riforma ha bisogno di una terza fase dell’unico Movimento Liturgico, che nello sviluppo organico di questo ultimo secolo, non senza difficoltà, ieri come oggi, cerchi di mantenere in comunicazione il passato con un presente aperto al futuro di Dio. In tutto questo restiamo convinti che occorra onorare la memoria di ciò che è avvenuto nella Chiesa cattolica in questi ultimi 60 anni. Ma dobbiamo farlo con narrazioni equilibrate e non unilaterali. E possiamo farlo solo in quello Spirito che grazie al Concilio Vaticano II «abbiamo visto chiaramente passare tra noi (e chi ora lo nega, e c’era, purtroppo sa bene che cosa fa: la sua parlata lo tradisce)» (Pierangelo Sequeri).

 

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