Una teologia senza gambe e un diritto senza testa. I problemi di fondo della “Istruzione” sulla conversione pastorale della comunità parrocchiale


 

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E’ stato pubblicato un nuovo testo della Congregazione del clero – Istruzione sulla conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa che si presenta rigorosamente diviso in due parti: dal paragrafo I al paragrafo VI presenta una “ecclesiologia della parrocchia” e la sfida della conversione pastorale con una certa libertà, attingendo a piene mani ai testi del Concilio e di papa Francesco. Dal numero VII al n. XI, invece, il testo entra nella articolazione giuridica della organizzazione territoriale delle comunità, cambiando sia l’uso delle fonti, sia il respiro del discorso, come è evidente guardando semplicemente l’apparato delle note.

Nella prima parte si leggono anche testi forti, largamente tratti dalla profezia di questo pontificato: libertà, audacia, uscita da sé, inquietudine, collaborazione, nuove possibilità da scoprire, il coraggio di osare. Il tema è decisivo e centrale nel pontificato di Francesco, fin da Evangelii Gaudium.

Nella seconda parte, invece, le fonti normative, assunte quasi come una diversa e più alta autorità, bloccano ogni possibilità di movimento, abbassano ogni pretesa, riducono ogni possibile all’esistente, se non per dettagli poco rilevanti (le offerte delle messe o il ruolo marginale di laici con ruolo di presidenza).

Per una lettura complessiva e analitica del testo rimando ad un bel post di Umberto Rosario Del Giudice, pubblicato ieri, a caldo, nel quale si offre un quadro complessivo del documento e alcune valutazioni generali molto appropriate. Io vorrei soltanto soffermarmi su alcuni aspetti problematici, che hanno un valore esemplare e permettono una visione complessiva di ciò che la Chiesa sta vivendo negli ultimi decenni.

Un “genus abruptum” del magistero?

Dopo Veritatis Gaudium, e Querida Amazonia – documenti di altro livello e di più complessa elaborazione – questo è il terzo documento nel quale si manifesta una “interna discrasia”, che di fatto ne paralizza la efficacia. In quei casi si trattava o di un “proemio” cui seguiva una normativa dissonante (VG), o di “conclusioni” che entravano in tensione con i “sogni” di 4/5 del testo precedente (QA). Un singolo documento può sopportare solo fino ad un certo margine di incoerenza: quando lo supera, diventa non solo inefficace, ma introduce problemi nuovi, oltre a quelli che già ci sono. E’ evidente che questo fenomeno ha le sue ragioni, non dipende solo dalla “cattiva volontà” o dalla “incapacità” di chi stende i documenti. E’ il frutto di una “competenza universale” che deve tenere conto di moltissimi fattori, tra loro assai diversi, e che nella “composizione sintetica” tendono ad entrare in conflitto. Anche questa Istruzione, che non parla né solo alla Italia, né solo alla Europa, ma ai 5 continenti, deve tener conto di “forme” di comunità parrocchiali tra loro assai diverse. Ma se il compromesso è troppo spinto, sarà inevitabile che delle 20 pagine del testo si parli sono a proposito delle “poche vere novità”: le offerte per la messa, la presidenza del tutto eccezionale dei laici per alcuni sacramenti ecc. ecc.

Una operatività senza uscite?

In una Istruzione, però, questa “discrasia” è un difetto più grave, poiché il documento non è una Costituzione Apostolica o una Esortazione Apostolica, ma una Istruzione di Congregazione, dunque un documento espressamente operativo. Se esso presenta, al suo interno, una tensione così forte tra “riforma strutturale” e “eterno ritorno del medesimo”, tra una parrocchia che deve “uscire da sé” e una parrocchia che si “chiude nelle sue evidenze tridentine”, il problema passa dal livello occasionale a livello strutturale. Non è più il problema di qualcuno, ma diventa una questione per tutta la Chiesa. E con questa sua figura contraddittoria indica una questione strutturale di cui dobbiamo farci carico con tutta la lungimiranza e la decisione, con tutta l’audacia e la pazienza necessaria.

La difficile relazione tra teologia e diritto

Il problema di fondo, che emerge bene dal tenore e dalla articolazione di questa Istruzione, riguarda la relazione tra “proposizioni teologiche” e “disposizioni normative”. La coerenza assicurata dal sistema medievale e poi tridentino, in un mondo molto meno complicato del nostro, è diventata altamente problematica a partire dalla “riformulazione teologica” del Concilio Vaticano II. Nel disegno originario di Giovanni XXIII, la riforma del Codice era un passaggio percepito giustamente come inaggirabile. E’ arrivata 20 anni dopo il Concilio e ne ha recepito solo parzialmente la novità. Pertanto oggi abbiamo una teologia del ministero, del matrimonio, della Chiesa e della missione più dinamica, e una normativa molto più statica, tuziorista, diffidente, autoreferenziale. Due grandi studiosi, con posizioni anche assai differenziate, concordano su questo dato: una grande teologia che non sa tradursi in norme e una normativa priva di respiro teologico sono ora davanti a noi in modo plastico. Come hanno bene sottolineato in due libri recenti Severino Dianich (Diritto e Teologia – EDB) e Carlo Fantappié (Ecclesiologia e canonistica – Marcianum Press), dalle loro analisi emerge in piena luce un vizio della stagione postconciliare, che va ben al di là del singolo documento e riguarda il modo di “attivare istituzionalmente la teologia” e di dare “orizzonte teologico al diritto”. Il diritto come “mera tecnica”, aiutato dalla sua struttura di Codice tendenzialmente autosufficiente, costituisce una tentazione profonda della Chiesa post-conciliare, che può immunizzarsi da ogni “uscita” limitandosi ad “applicare il codice”. Non è un caso che tutte le riforme che papa Francesco ha potuto promuovere finora o sono “riforme di canoni” (come Magnum Principium) o sono “pretergiuridiche” (come la rilettura del “foro interno” promossa da Amoris laetitia).

Un limite istituzionale

Il limite è strutturale. Per come è configurata, per i procedimenti interni di elaborazione dei documenti, oggi la Congregazione del Clero (insieme a tutte le altre Congregazioni) può elaborare questo genere di testi: potranno eventualmente assumere il linguaggio di un Concilio o di un papa, ma le questioni di autorità dipenderanno sempre dalla vecchia logica della identificazione della Chiesa con la gerarchia, che non si lascia illuminare da altro che da se stessa: è un presupposto del sistema giuridico che “fa teologia” in modo implicito, ma efficacissimo. Il lessico potrà essere anche quello delle Costituzioni conciliari o del Francesco più profetico, ma il canone resterà quello tridentino. Senza una riforma della Congregazione, dei suoi procedimenti e delle sue strutture, i frutti saranno sempre ad immagine di questo albero.

Si consideri, ad es., il fatto che l’Istruzione di cui si sta parlando riguarda la “conversione pastorale della comunità parrocchiale”, ma la competenza del Dicastero è sui “chierici”. Nessuno può negare la relazione tra chierici e parrocchia, ma la tentazione di ridurre la comunità al suo capo è, per così dire, nell’organigramma stesso che istituisce la questione. E’ un “limite strutturale” della organizzazione del lavoro che non possiamo considerare meramente contingente e che va esplicitamente posto come questione.

Riforma della curia come “condizione di intelligenza del reale”

Quello che Rosmini denunciava già nel 1832 come una “piaga” – la divisione tra clero e laici – potrà forse essere la risorsa per attuare la conversione pastorale con il bilancino da farmacista? E addirittura, per rendere più facile il lavoro, possiamo forse pretendere di “imporre un lessico vincolante” che nasconda i problemi già sul piano del linguaggio? La difficoltà nel percepire il “cambiamento d’epoca” si vede bene in questa caduta “paternalistica”, con cui ci si arroga il diritto di spiegare a tutti come devono parlare, quando fanno esperienza di autorità nella Chiesa. Una cattiva teologia genera una normativa distorta. E una forma istituzionale si legittima con una dogmatica giuridica vecchia di 100 anni. Questo scivolone comunicativo rivela la autoreferenzialità del sistema, che può concedersi anche di parlare linguaggi più freschi e spigliati sulla comunione, sulla corresponsabilità, sulla invenzione di nuovi stili, sulla audacia della apertura a nuove situazioni, ma appena decreta sulla autorità, non ha più “segni dei tempi” da imparare o “forme di vita” da considerare. Il documento, proprio con la sua interna discrasia, ci consegna un compito comune da assumere con coraggio: la riforma delle procedure teologiche e delle categorie giuridiche. La teologia deve saper essere “procedurale” e non solo astratta, mentre il diritto deve assumere la profezia come compito, non come pericolo. In tutto questo dobbiamo fare come fecero gli antichi: restare fedeli alla tradizione traducendola in forme nuove. Così fecero i medievali nel nuovo mondo comunale. Così fecero i padri tridentini all’inizio dell’età moderna. Ora dobbiamo farlo noi, nelle contingenze nuove, spaventose e promettenti, del nostro tempo. Il cambiamento non solo non deve spaventarci, ma ci è richiesto: Sic transit gloria mundi, sic transit figura Congregationis.

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