Non basta un Cordileone per custodire la tradizione. Gli errori sul Vetus Ordo del Vescovo americano


Appena ieri, su questo blog, mettevo in guardia dai pregiudizi che spesso sovraintendono ai pareri che Vescovi o teologi esprimono sulla liturgia; come in un disegno segreto, oggi ho letto questa intervista di Mons. Cordileone, Arcivescovo di San Francisco, che viene interpretata come una presa di distanza dalla precedente intervista del Prefetto del Dicastero del culto, A. Roche. Essendo questo testo un piccolo capolavoro di luoghi comuni senza fondamento e di giudizi avventati, mi pare giusto esaminarne i contenuti fondamentali, per ricondurli a quella “visione distorta” che si è originata dopo il prima scisma lefebvriano del 1988 e che ha preso una forma pericolosamente scismatica proprio con SP, a partire dal 2007. In altri termini, vorrei dimostrare che Cordileone, senza averne alcuna consapevolezza, utilizza in modo spregiudicato e non più giustificato dai dati istituzionali, una idea di “rito tridentino” come “forma più tradizionale” della liturgia cattolica. Qui egli commette almeno tre errori gravi, che da un Vescovo non ci si aspetterebbe e che occorre mettere in luce, perché sono comuni a diversi soggetti (chierici e laici) nella chiesa cattolica di oggi.

a) L’idea di unità della chiesa e le “restrizioni”

Il primo punto da mettere in rilievo è il modo di considerare quella unità, verso la quale papa Leone ha così insistito dall’inizio del suo pontificato. La cosa curiosa è che Cordileone sembra dubitare che il papa pensi ciò che ha detto Roche: ossia che per la unità della Chiesa è fondamentale avere tutti il medesimo ordo rituale. Questa, a ben vedere, non è una idea di Roche, ma.  è l’idea che papa Francesco ha rimesso al centro della attenzione nel 2021 con Traditionis Custodes. Qui c’è il primo abbaglio grave di Cordileone, che parla di TC come se fosse semplicemente una serie di “restrizioni”. Questo è grave. Parla proprio come i tradizionalisti, che vedono soltanto il loro diritto di celebrare, conculcato dal potere della Chiesa romana. No, si tratta invece di uscire dalla tentenza scismatica con cui SP aveva introdotto, in tutta la chiesa, una concorrenza tra riti che non hanno il medesimo rapporto con la tradizione: un rito è il frutto della tradizione viva, l’altro è la ripresa di una tradizione che è stata superata. Per Cordileone la unità si dovrebbe perseguire consentendo a ciascuno di celebrare con il rito che preferisce: ma questa è la visione che SP ha introdotto, ma che ha spaccato la Chiesa in mille pezzi. La visione tradizionale, quella di Paolo VI, di GIovanni Paolo II e poi di Francesco, non lascia alcuno spazio per questa visione della unità. La unità si realizza nell’unica lex orandi comune. Qui Cordileone aggiunge la solita “richiesta”, che dovrebbe essere una garanzia, ma che è solo ipocrisia: egli dice che coloro che volessero celebrare con il rito tridentino, dovrebbero dare garanzie di accettare il Vaticano II. Sono 20 anni che sentiamo ripetere questa menzogna, che non diventa meno falsa per il fatto che viene ripetuta. Non si può accettare il Vaticano II se si vuole celebrare con il rito di Pio V: infatti uno dei testi fondamentali del Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, chiede di riformare il rito di Pio V. Perciò o si obbedisce al Vaticano II, o si entra in conflitto con esso.

b) La tradizione che i giovani desiderano

Cordileone passa poi al registro retorico dei giovani, di ciò che i giovani cercano e desiderano. E qui la sua frase ad effetto suona: i giovani amano la tradizione e la forma più classica con cui la chiesa celebra la sua fede. Supponiamo che questo sia vero: che cosa meritano di vedersi proposto i giovani? TC dice il rito romano riformato dai papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Questo è il contenuto e la forma che loro deve essere offerta: con tutte le caratteristiche “care” ai giovani, ma pensate e realizzate nel contesto del NO. La pretesa, che Cordileone sembra far salire dal popolo, di celebrare con il rito tridentino è scismatica per la Chiesa. Sembra davvero sorprendente che Cordileone non abbia imparato nulla dalla vicenda lefebvriana, che ha rinnovato il suo scisma un mese fa: se coltivi il rito tridentino, entri in conflitto con la Chiesa cattolica di Roma, che ha camminato nella storia, non si è fermata alle sue evidenze moderne, ottocentesche e neppure al 1962. Volendo essere realistico, Cordileone perde il senso di responsabilità episcopale per la unità, che pensa di realizzare mettendo insieme “gusti diversi” in fatto di liturgia. No, la liturgia è sostanza. Se celebri con un rito clericale, senza partecipazione attiva e solo in latino, rendi tutti pezzi da museo, non cristiani coinvolti nella storia. Se i giovani amano la tradizione, è la tradizione il problema: Cordileone, ingenuamente, identifica la tradizione con il rito tridentino. Non ha studiato abbastanza teologia per capire che tradizione è il rito romano vigente, non quello del 1570 o del 1962, ma quello del 1970 e del 2026. Scambiare per tradizione il tradizionalismo è un errore che da un vescovo americano non ci si aspetterebbe e che compromette il giudizio pastorale e la autorità stessa.

c) Il lavoro comune sul Novus Ordo

Un terzo punto interessante è costituito dal giudizio di inefficacia di TC rispetto alle esigenze attuali. Per Cordileone, che sembra capace di leggere nel futuro, la tendenza sarà verso una sempre maggiore domanda di “liturgia tradizionale. Bene, anche qui supponiamo che questo sia vero. Come si risponde? Si prende semplicemente il dato o lo si orienta? Un Vescovo deve semplicemente “assecondare la domanda” o deve anche “governarla”. Nel parlare di questo punto il testo di Cordileone sembra attraversato da un bagliore di luce. Dice infatti l’arcivescovo che questo fenomeno non riguarda soltanto la domanda di “rito tridentino”, ma anche la forma celebrativa della messa riformata. Qui si apre un ambito di dialogo possibile e necessario, che purtroppo nella impostazione di Cordileone sembra semplicemente uno “spazio residuale”. Il lavoro sulla “celebrazione comune”, di cui Cordileone cita solo alcuni aspetti (orientamento, musica sacra, solennità, riverenza…) sembra secondario, essendo la domanda polarizzata verso la “pretesa del rito tridentino”. Qui però Cordileone deve capire che TC va precisamente in questa direzione: riorienta la domanda in modo diverso. TC non è anzitutto un elenco di “restrizioni” a SP, ma è un cambiamento di logica, di prospettiva, di punto di vista. TC dice: non si duplica il rito romano, con il rischio di creare logiche scismatiche in ogni comunità, ma si assume in modo più ricco e complesso l’unico rito comune. Di questo è stato consapevole anche J. Ratzinger, fino al 2001, fino a quando, di fronte al Monastero di Fontgombault, ricordava che permettere a qualcuno di scegliere tra rito tridentino e rito vaticano in modo generale avrebbe minato l’unità della Chiesa. La scommessa che qualche anno dopo ha giocato con SP è andata male. Papa Francesco ha ristabilito la regola aurea: un solo ordo per tutti i cattolici romani. Ma questo ordo, il rito vaticano, ha una sua ricchezza nuova, che fa sintesi della tradizione, in modo molto più ampio e alto di quanto non abbia fatto, ai suoi tempi, il rito tridentino. La tradizione è in questo rito riformulato, ampliato, reso elettivo, selettivo e articolato. Chi ama la tradizione, non ha scelta. Altrimenti, giovane o vecchio che sia, sostituisce la tradizione con il proprio desiderio: qui si nasconde la tentazione scismatica cui si espone in modo troppo marcato il vescovo di San Francisco.

 

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