Perseguitati per il rito tridentino? Piccola storia di una grande mistificazione


Tra le parole che colpiscono, nella intervista di A. Roche al Tablet del 29 luglio scorso, ci sono quelle sul “sentirsi perseguitati” da parte di quei cattolici che pretendono di celebrare secondo il rito tridentino. Per capire la psicologia e la sociologia di questa contestazione, bisogna risalire indietro di 20 anni, quando il regime canonico cambiò sulla base del MP Summorum Pontificum. Se ci chiediamo che cosa accadesse fino ad allora, dobbiamo riconoscere che nessuno poteva celebrare con il rito tridentino se non per mezzo di un indulto ottenuto da parte del Vescovo competente. Così era avvenuto, sostanzialmente, dal 1969 al 2007. Una variante interessante si era però manifestata a partire da metà degli anni 80, con la previsione di concedere l’indulto da parte dei Vescovi nei casi di gruppi legati alla celebrazione con rito tridentino. Ma nulla più di una logica di indulto: ossia eccezione personale e particolare che consente, singolarmente, di derogare ad una norma universale. Il sistema subisce un cambiamento brusco nel 2007: in una legge generale si riformula la posizione di tutti i soggetti secondo una “duplice forma” del rito romano: quella ordinaria e quella straordinaria. Ciascun presbitero può celebrare indifferentemente con una o con l’altra forma se si trova senza popolo. Questo è forse, al n.2 di SP, il punto di abissale novità: si costituisce ogni presbitero titolare di un diritto soggettivo assoluto a celebrare  o secondo la Riforma, o senza minimamente considerare la Riforma. Di conseguenza si alimenta, in tutto il popolo di Dio, una percezione nuova delle cose: ogni soggetto e ogni comunità può celebrare o secondo la Riforma, o senza tenerne conto. La indifferenza verso il Vaticano II diventa legge. Va aggiunto che questa nuova normativa veniva posta al massimo livello della gerarchia e perciò dispensava i Vescovi da ogni noiosa incombenza: in altri termini i Vescovi e la Congegazione del culto venivano scavalcati dalla competenza della Commissione Ecclesia Dei. Dal 2007 al 2021 questo modo di ricostruire la realtà è stato posto e imposto in tutta la Chiesa cattolica. Non senza eccessi che meritavano ben maggiore denuncia. Ne faccio due esempi, che sorprenderanno.

La nozione spudorata di “gruppo”

Quando SP fu approvato, nel 2007, prevedeva un periodo di tre anni di esperimento. Alla fine del triennio la Commissione Ecclesia Dei produsse una nota “Universae ecclesiae”, che rispondeva alla domanda: come deve essere intesa la parola “gruppo”? La risposta, quando la lessi, non credevo a quanto leggevo: si doveva considerare “gruppo valido” un insieme di almeno “tre soggetti”, anche appartenenti a Diocesi diverse! Questo significava che solo tre persone, di tre diocesi diverse, potevano costituire, in tre diocesi, tre gruppi validi. Non era difficile accorgersi del fatto che la “generosa accoglienza” alla domanda di rito tridentino era, in realtà, una maestosa iniziativa contro la Riforma Liturgica. La ingenuità di qualche teologo arrivò a definire questa bassa operazione di mistificazione tradizionalistica una “lezione di stile cattolico”: era solo bassa manovalanza per insinuare il veleno scismatico in tutto il corpo ecclesiale.

I requisiti per diventare vescovi

Non basta ricordare ciò che stava negli strumenti “espressi” di questa fase, che ha costruito quella percezione generale di “avere il diritto di celebrare con il rito tridentino”. In quel tempo ci sono stati anche “strumenti non espressi”, ma assai efficaci per far passare questa idea naturale che ognuno può stare con il Concilio, oppure contro, ma non cambia nulla della sua identità cattolica. Forse di questo può aver avuto, da lontano, qualche piccolo indizio, anche il Cardinale Prevost, nel momento in cui diventò Prefetto del Dicastero dei Vescovi, nel 2023. I suoi due predecessori (Ouellet e Re) hanno conosciuto, fin dal 2007, la entrata solenne di SP nelle determinazioni dei futuri vescovi. In effetti è noto che immediatamente dopo la configurazione delle cose come SP pretese di impostarle, fu chiesto alla Congregazione dei Vescovi di inserire, tra i requisiti, le opinioni del candidato all’episcopato sulla celebrazione della messa tridentina. Sarebbe diventato vescovo solo chi non avesse dimostrato nessuna esitazione di fronte alla impostazione voluta da SP. Curioso fenomeno di condizionamento ideologico del futuro vescovo, quasi chiamato a sospendere la propria coscienza di fronte ai molti aspetti problematici di SP, sul piano teologico, istituzionale e spirituale. Forse in questo “nuovo requisito” per la episcopabilità si può trovare una ragione, non secondaria, del grande silenzio che su SP è calato per 15 anni. Il condizionamento riguardava infatti non solo il futuro vescovo, ma qualsiasi teologo (chierico) che non volesse precludersi l’episcopato solo per aver parlato poco bene di SP (come avrebbe dovuto per ministero).

Lo shock di Traditionis custodes e la generazione del rito vaticano

Una chiesa cattolica che per 15 anni si è sentita ripetere questa versione distorta e ideologica della tradizione, si è bruscamente risvegliata quando, nel 2021, ha sentito come parlava papa Francesco, nel suo testo TC: le stesse parole di Paolo VI (perché di questo si tratta), ripetute 45 anni dopo, venivano recepite come “violazione dei diritti acquisiti”. Coloro che per 14 anni erano stati illusi dalla audacia visionaria di SP ora si trovavano spaesati e turbati. Molti hanno gridato al tradimento, all’arbitrio e alla persecuzione. Papa Francesco ci perseguita! No, né papa Francesco allora, né papa Leone oggi vogliono perseguitare qualcuno. E’ il rito triedentino che non regge più, a distanza di tanto tempo dalla sua versione viva e vitale, come è stato almeno fino al 1965.  Chi ancora oggi può pensare di celebrare la fede cattolica con il rito che nel 1970 è stato formalmente sostituito, deve sapere di fondarsi su un principio scismatico, affermato da Lefebvre, che per 14 anni è stato assunto sconsideratatamente dal magistero romano, ma che non ha alcuna speranza di ricollegare la fede di questi cattolici con la vita della Chiesa. Il rito tridentino è morto nel momento in cui ha generato il suo figlio, il rito vaticano. In queste cose se il padre pretende di restare sempre accanto al figlio, il figlio non cresce. La versione di Lefebvre, e quella di SP, sono versioni paternaliste della liturgia cattolica, in cui ogni evoluzione resta sempre sorvegliata dalla forma precedente, che non cede di un passo. Ma la tradizione non è fatta così, mai. Rispetto al rito tridentino, il rito vaticano è un figlio molto diverso dal padre. E’ plurale, coinvolge radicalmente la comunità che lo celebra, non si occupa anzitutto di chi lo presiede ma guarda all’insieme dei ministeri convocati per la celebrazione di tutti. Arricchisce il lezionario, ripensa il calendario, cambia anche lo spazio della celebrazione. Onora il padre tridentino andando avanti, non limitandosi a ripeterlo. In questo rito vaticano, figlio del rito tridentino, tutti possono riconoscersi, perché è basato sulla selettività e sulla elettività delle sue sequenze. Nessuno è perseguitato perché non ha più il diritto di celebrare con un rito tridentino che il Concilio Vaticano II ha chiesto di riformare. Semmai nessuno ha più diritto di leggere in modo clericale quella azione che sta al fonte e al culmine di tutta la azione della Chiesa.  Questa cosa, dopo lo scisma di un mese fa, è diventata improvvisamente più urgente e impone orientamenti magisteriali del tutto coerenti.

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