Liturgia e scismi: dieci punti da ricordare


L’avvicinarsi del 1 luglio, come data in cui la FSSPX ha annunciato di voler procedere alle nuove ordinazioni episcopali, può suggerire una serie di considerazioni, che sono state largamente trascurate e ampiamente sottovalutate negli ultimi due decenni, da parte di non pochi soggetti ecclesiali. Provo a presentarle ordinatamente, per fare memoria del loro riflesso pesante sulla “questione liturgica”.

  • 1. Nella sua origine, la opposizione al Concilio Vaticano II ha preso la forma della contestazione alla prima riforma introdotta, quella che simbolicamente è diventata la prima traduzione del Concilio in realtà: ossia il nuovo Ordo Missae. Resistere al nuovo Ordo Missae è stato, per decenni, l’emblema del rifiuto del Concilio, interpretato emotivamente come “tradimento della tradizione”.
  • 2. M. Lefebvre, le cui obiezioni al Vaticano II riguardavano soprattutto GS e DH, ossia il rapporto chiesa-mondo e il ruolo della libertà di coscienza, ha trovato però nella opposizione al nuovo modello di celebrazione il “cavallo di battaglia” per resistere a quella che riteneva, in modo del tutto unilaterale, come una ingiustificata modernizzazione e protestantizzazione del cattolicesimo.
  • 3. Di qualche interesse è il fatto che proprio Mons. Lefebvre, per giustificare la sua posizione, proponesse negli anni 70 un argomento che era già stato utilizzato 20 anni prima di lui, all’epoca della “prima grande riforma liturgica” voluta da Pio XII: la riforma della veglia pasquale. In quel caso, Mons. Giuseppe Siri, e 20 anni dopo Mons. Marcel Lefebvre, sostenevano che il papa avrebbe dovuto permettere di considerare “opzionali” le riforme che promuoveva e approvava. Secondo loro, chi voleva poteva usare la nuova forma della Veglia Pasquale (o più tardi del Messale), ma chi la pensava diversamente, poteva continuare a ricorrere alla forma precedente. Fu, quella apparsa allora, la prima teorizzazione di un “uso parallelo” del rito romano.
  • 4. Purtroppo è stato proprio questo argomento, caratterizzato da un sofisma piuttosto accentuato, a segnare pesantemente la fase che dal 2007 al 2021 ha agitato la chiesa cattolica. Con il segreto intento di “riconciliare” la chiesa proprio con i soggetti dello scisma lefebvriano, il MP Summorum Pontificum concedeva, di fatto, ai lefebvriani il loro argomento più antico: rendere opzionale la riforma liturgica.
  • 5. A questo, non lo si deve dimenticare, seguì nel 2009 la “remissione delle scomuniche” nei confronti dei vescovi della FSSPX e il lavoro di “dialogo” che la Commissione Ecclesia Dei alimentò a partire da quel momento: la strategia, piuttosto confusa, immaginava che, cedendo sul piano degli argomenti e cancellando le scomuniche, non sarebbe stato difficile per Roma ritrovare la piena comunione con queste comunità.
  • 6. In realtà, quella tattica si scontrò contro la strategia adottata da parte degli interlocutori, che provvedevano ad “alzare continuamente la asticella”, fino a giungere alla pretesa di estendere la opzionalità, dalla liturgia, all’intero Concilio Vaticano II, che a loro avviso era da ritenersi come integralmente “non vincolante”. La cosa fu chiara già negli anni 2010-2015, ed è stata ribadita recentemente, di fronte alla nuova fronda che si stava preparando. Il famoso “protocollo” di intesa – che riduceva il Vaticano II ai minimi termini – era solo uno specchietto per le allodole. E non si capiva bene, a un certo punto, da quale parte del tavolo ci fosse la posizione più critica verso il Concilio! Per fortuna tutto rientrò rapidamente, soprattutto dopo il 2021.
  • 7. L’annuncio di prossime nuove ordinazioni episcopali, fissate per il 1 luglio 2026 , ha mostrato apertamente che l’avvenire di quella illusione si era ormai concluso. Se si rincorrono i lefebvriani adottando i loro falsi argomenti, non si genera comunione, pace, riconciliazione, ma maggiore lacerazione e più ampia rottura, non solo al di là, ma anche al di qua dei confini della comunione cattolica.
  • 8. Per questo è utile capire bene questo principio: il ragionamento che ipotizza la presenza, nel corpo della chiesa cattolica, di due forme parallele del medesimo rito romano, ha al suo interno, fin dalla sua origine, una rottura, un rifiuto e un risentimento. Lo sapeva Siri, che infatti abbandonò subito il suo argomento dopo il 1951. Lo sapeva Lefebvre, che lo ha mantenuto fino in fondo, arrivando per questo alla rottura con Roma. In modo arrischiato lo ha usato Summorum Pontificum, anche con l’applauso di qualche teologo: ma questa concessione agli scismatici non ottenne nulla in cambio, se non lacerazione interna alla comunione cattolica e introdusse così, contro la sua intenzione, ma oggettivamente, la possibilità di un piccolo scisma in ogni comunità cattolica. Come avrebbe detto, irresponsabilmente, la Nota “Universae ecclesiae” del 2011, un gruppo liturgico era da considerarsi legittimato a chiedere la “forma straordinaria” del rito romano quando si fossero incontrate almeno tre persone, anche se di diocesi diverse. In questo modo in tre diocesi, solo tre persone, potevano costituire tre gruppi di fedeli. L’anarchia era assicurata e la moltiplicazione mistificata dei “gruppi sensibili” era garantita a priori.
  • 9. L’immaginario dei riti paralleli è un immaginario bellico. Il rito romano ha ottenuto, dopo il Concilio Vaticano II, una forma accogliente, perché può contenere al suo interno, selettivamente ed elettivamente, diverse sensibilità. Questa è l’unica strada per fare pace: consentire generosamente all’uso selettivo ed elettivo del rito di Paolo VI. Questo possono farlo tutti, anzi lo debbono fare!
  • 10. Chi invece ha scelto il rito tridentino come trincea su cui resistere, rifiuta il Concilio Vaticano II perché rifiuta una Chiesa accogliente. Le ordinazioni del prossimo 1 luglio, se si terranno, cadranno come pietra tombale sulle illusioni – alimentate a sproposito, anche nella comunione cattolica – da parte di una narrazione fittizia, che prometteva la convivenza pacifica tra “riti paralleli”. L’unica via, per fare pace nella comunione cattolica, è assumere il rito comune come lo spazio aperto, non escludente, bensì accogliente e rispettoso delle legittime differenze e delle diverse sensibilità.
Share