La sepoltura è una elemosina. A margine di una riflessione per il Festival Francescano 2026


Finalmente possiamo svelarvi la nuova identità visiva del Festival Francescano! 🥁 Perché arrivati alla 18^ edizione, alla maggiore età, è arrivato il momento di fare un passo importante. 😊 💜 La nuova

Diceva H. De Lubac che la teologia è quasi sempre “teologia d’occasione”. Non deriva anzitutto da una esigenza sistematica di coerenza, ma da una interrogazione diretta, che nasce dalla storia e dalle sua imprevedibili circostanze. Buone occasioni possono presentarsi spesso ad un teologo, quando viene chiamato ad intervenire o su temi classici o su fatti di attualità. Queste occasioni possono portare a pensieri nuovi, a comprensioni diverse, al dischiudersi di prospettive promettenti e prima impensate. Si deve aggiungere, però, che al teologo è sempre aperta la possibilità di proporre un “gazzosino” (per usare la espressione ironica inventata da un caro amico): ti chiamano, raccogli le idee già maturate da tempo, le presenti in modo accattivante e ti sei meritato anche un complimento, ma non ti muovi di un millimetro da quel che pensi. Questo può succedere sempre.

Mi sto riferendo al caso in cui una domanda, che potrebbe suscitare un dignitoso gazzosino, scatena invece un interesse nuovo e porta a scoperte interessanti. Questo dimostra, tra l’altro che non si studia mai abbastanza e che, davvero, non si smette mai di imparare.

Dunque, il caso è questo: mi chiedono, per il Festival Francescano del 2026, un intervento “liturgico” sul “seppellire i morti”, visto che il tema del Festival è sintetizzato nella locuzione di Francesco “sorella morte”.

La domanda sulla sepoltura mi ha diretto, immediatamente, verso la ripresa di un piccolo lavoro che avevo fatto 10 anni prima sul tema, collocando il tema tra le “opere di misericordia corporale”. Ma 10 anni fa, nello scrivere, non mi ero chiesto, in nessun modo, da dove venisse questo elenco di 7 opere di misericordia corporale (unito in parallelo con le 7 opere di misericordia spirituale). Così mi metto alla ricerca della storia della categoria. In questo oggi sono diverso da 10 anni fa: mi interessa non soltanto la “cosa”, ma la categoria di pensiero con cui la si pensa E così mi accorgo che l’elenco proposto dal Catechismo (dal CCC ma già dal Catechismo di Pio X) – 7 opere di misericordia corporale e 7 opere di misericordia spirituale – ha una storia molto complicata, anche dal punto di vista terminologico.

Pur essendo presente un uso scolastico che le chiama “opera misericordiae” (ad es. in Guglielmo Durando) la terminologia scolastica prevalente è quella di “eleemosynae”: così ne parla Alberto Magno e, sulla sua scia, Tommaso d’Aquino. E’ Alberto Magno a distinguere tra “elemosine corporali” e “elemosine spirituali” e da lui Tommaso eredita la distinzione.

Una cosa altrettanto interessante è che in Tommaso, dal punto di vista sistematico, le “elemosine”, intese appunto nel senso ampio di “opere di misericordia”, si collocano in una zona sistematica diversa rispetto al “sapere condiviso”. E’ interessante vedere che nelle due opere principali di Tommaso le troviamo collocate in parti diverse del sapere:

a) Nel Commentario alle Sentenze tutto il discorso sulle “elemosine” si colloca all’interno della trattazione del sacramento della penitenza, soprattutto nel commento alle distinzioni 15-16 del IV libro.

b) Nella Summa Theologiae il tema delle “elemosine” si colloca invece negli effetti esteriori della virtù della carità, nella parte II-II del testo, alle questioni 32 e 33.

D’altra parte il CCC colloca le 14 azioni o nell’ambito del 3 comandamento (santificare la festa) o del 7 (non rubare), e qui vengono definite, con una ratio ancora diversa.

La domanda che può sorgere spontaneamente è la seguente: perché in antico si è utilizzato il termine “elemosine” al posto di “opere di misericordia”. La risposta si può trovare nel testo latino della Vulgata, dove una serie di testi sulla “elemosina” hanno assunto, per i medievali, un valore decisivo in ordine al “fare penitenza”. Vi è qui una sovrapposizione interessante tra AT e NT: il valore generale dell’elemosina, che si trae dai testi latini di Daniele e Tobia, comanda una recezione della triade “oratio, ieiunium, eleemosyna” che diventa la forma piena e compiuta della penitenza. Il soggetto che si converte deve lavorare su tre livelli, che oggi potremmo tradurre con questo schema:

  • oratio è preghiera, come linguaggio di domanda, perdono, lode, rendimento di grazie, benedizione. Imparare a parlare con Dio e a Dio diventa la prima scuola di penitenza; si tratta di imparare a parlare così, a Dio e con Dio, per esserne ricchi col prossimo e verso il prossimo;
  • eleemosyna è azione di misericordia al cui interno viene distinta una dimensione corporale ( nutrire gli affamati, dissetare gli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti) e una dimensione spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti). Tutta questa “non-indifferenza” da coltivare, da esercitare, diventa non solo “conseguenza” di una virtù, ma scuola e forma di vita del discepolo di Cristo.
  • ieiunium è sospensione di alcune azioni necessarie come il nutrimento, la generazione, il divertimento, la parola, il movimento…imparare la temperanza e l’astinenza è una via inaggirabile per essere umani e per essere cristiani. Saper interrompere e resistere diventa decisivo, per restare umani.

E’ evidente che in questo schema il termine “elemosina” assume un significato che va a coprire un mondo di azioni sorprendentemente vasto, che noi abbiamo ridotto, per molti motivi, alla semplice consegna di una monetina a chi la domanda, ad un atto di devozione del tutto marginale.

Altrettanto evidente è che la diversa collocazione, in ambito morale e in ambito sacramentale, suppone una comprensione diversa e anche una relazione più complessa tra morale e liturgia. Se preghiera, elemosina e digiuno vengono recepite dal mondo moderno come “devozioni” tendono a perdere sia il legame con la fonte liturgica e sacramentale, sia con la serietà del compito morale. D’altra parte è stata proprio la trascrizione morale di elemosina e digiuno (collegate alla virtù della carità e alla virtù della temperanza) a preparare, indirettamente, la trascrizione “devota”.

Soprattutto deve sorprendere il compito di risignificazione che oggi è richiesto alla tradizione cristiana, sulla base di questa sapienza antica, che ci porta a ripensare tanto il sacramento quanto la morale. Vorrei qui mostrare le prime conseguenze di questa riscoperta.

a) La Quaresima appare, alla luce di questa nuova accezione di elemosina, non come il “contenitore di devozioni”, ma il tempo di esercizio della azione di misericordia come verità della esistenza. Entrare più radicalmente nella “misericordia-elemosina” significa spostare il centro della identità sull’altro.

b) La comprensione della penitenza diventa molto più articolata. In particolare il suo senso di virtù e il suo senso di “soddisfazione” subisce un cambiamento di fondo. In effetti da un lato è la vita cristiana tutta ad essere segnata da una sequenza che la tradizione esprime con una “triade” (preghiera, elemosina e digiuno) che abbiamo fatto scivolare tra le devozioni individuali, ma che è stata elaborata in rapporto alla conversione del soggetto battesimale e penitenziale. Sono i tre registri (di parola, di azione e di omissione) che pensiamo, nel Confiteor, come occasioni di peccato, ma che strutturano anzitutto la vita di grazia: nella vita cristiana si impara a pregare, si impara ad agire con misericordia e ad essere temperanti, capaci di resistenza.

c) Un senso di “elemosina” non legato strettamente al danaro è una grande conquista. Pensare la elemosina come “azione di misericordia” trasforma il modo di essere cristiani e apre la tradizione a nuove, inusitate possibilità. Il recupero di senso è però atto ecclesiale e atto culturale. Proprio la forza con cui la Chiesa cattolica ha saputo “fare cultura” diventa un ostacolo, nel momento in cui dobbiamo fare un “passaggio di paradigma” e uscire da una visione ristretta e meschina della tradizione. Che annunciare il Vangelo significhi imparare a vivere il compito della elemosina sembra oggi quasi una stupidaggine. Che questo non sia vero esige un lavoro teologico e un investimento pastorale e una elaborazione culturale di prima qualità.

d) Lo statuto della misericordia come “pratica” cambia il suo ruolo nella identità. Se ricollochiamo le “pratiche di misericordia” alla radice della forma di vita cristiana, usciamo dalle tristi opposizioni tra interiore ed esteriore e torniamo a nutrire la esperienza di relazioni che crescono per il fatto di essere concretamente esercitate. Un diverso concetto di “elemosina” come pratica di misericordia diventa anche un obiettivo di una autentica formazione cristiana, di una vera iniziazione.

Vorrei finire con una espressione utilizzata in una catechesi da papa Francesco, proprio parlando delle “opere di misericordia” in occasione dell’ultimo giubileo. Egli ha citato una formula felice di S. Agostino, quando dice: “Timeo Jesum transeuntem”. Temo che passi Gesù. In che senso si può fare una simile affermazione? Solo se resta chiaro, nei cristiani, che la “elemosina”, ossia la azione di esercizio della misericordia verso il prossimo, è il luogo teologico del giudizio finale, nel quale nel povero, nel nudo, nello straniero, nel molesto o nell’inconsolabile si mostra Cristo stesso o, meglio, un “alter Christus”. Non sia mai che, nella indifferenza all’altro, noi diventiamo indifferenti a Cristo stesso, che passa, e che rimane, senza che noi lo riconosciamo.

In sintesi e per concludere, la domanda di parlare di “seppellire i morti”, intesa come opera di misericordia, e quindi come “elemosina”, nel contesto del Festival Francescano mi ha fatto scoprire sotto un altro lato, e secondo una prospettiva davvero impressionante, la bella espressione di “alter Christus” che ha avuto, proprio nei testi francescani, o meglio, nei testi più antichi che definiscono Francesco, uno dei suoi luoghi più originari. Francesco viveva di elemosina, ma nel senso che faceva del “fare elemosina” lo stile di chi vigila sul passaggio del Signore in mezzo ai suoi, che appare in quel tanto di pratiche di misericordia di cui ci consentiamo la libertà.

 

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