La guerra del cardinale Sarah
In una recentissima intervista, il card. Sarah torna alle sue nostalgie tridentine. E dice cose davvero sorprendenti, capovolgendo la realtà, come fa da molti anni. Ecco le quattro affermazioni principali, che riporto letteralmente:
a) è sbagliato fare la guerra alla messa tridentina
“Non possiamo come Chiesa fare la guerra a chi partecipa devotamente alla messa, solo perché predilige una forma invece che un’altra: è un atteggiamento miope e del tutto ideologico, quindi non pastorale e non cristiano”
b) ammirazione per la grande intuizione di papa Benedetto
“Tra gli effetti della liberalizzazione della forma straordinaria (ossia della messa tridnetina da parte di papa Benedetto) c’è stata la positiva influenza, direi anche correzione, dei possibili abusi nella celebrazione della forma ordinaria”
c) denuncia della umiliazione subita da papa Benedetto
“[Benedetto XVI] ha inteso permettere la più ampia diffusione possibile del rito tridentino, così che il popolo di Dio potesse decidere da solo, nell’arco dei decenni, quale forma di vivere la fede fosse più aderente. Tutto ciò è stato annullato da Traditionis Custodes, con il papa emerito ancora in vita. Non mi è parsa una scelta saggia né rispettosa. Ma Benedetto, uomo mite come un agnello, si è lasciato umiliare, e, così, nel silenzio e la preghiera, ha offerto a Dio la sua sofferenza per meglio immedesimarsi nel dolore di Cristo per la sua Chiesa e purificarla”.
d) riaffermazione della regola aurea
“l’accesso alle forme rituali riconosciute ed esistenti da secoli non può mai essere artificiosamente limitato da decreti”.
Vorrei confutare, una per una, queste 4 dichiarazioni.
- La messa tridentina, riproposta da Lefebvre al posto del rito approvato dopo il Concilio Vaticano II, su indicazioni dello stesso Concilio, è stata un “atto di guerra” alla Chiesa di Roma. Capovolgere le cose e far diventare vittime i colpevoli non ha alcun senso e alimenta soltanto gli equivoci. Non si tratta di “fare la guerra alla messa tridentina”, ma di assumere, come rito comune, quello determinato ufficialmente dallo sviluppo organico della tradizione, ed entrato in vigore a partire dal 1970. Da quel momento in poi, ricorrere al “Vetus Ordo” è fare la guerra a Roma. Sarah sembra dimenticare questa storia e ragiona in modo capovolto.
- La soluzione proposta da papa Benedetto, nel 2007, non ha risolto la questione, ma l’ha aggravata. L’idea che due riti contraddittori possano generare “pace” è una illusione, che non ha tardato a mostrare i suoi frutti avvelenati. Alimentare, dal centro, una concorrenza sleale tra forme rituali contrastanti non è mai una soluzione. Tanto meno serve a correggere “abusi”, che sono certo una esperienza legata alla recezione del NO, ma che il VO risolve rinunciando alla partecipazione attiva. La questione decisiva è che il NO può subire abusi, ma il VO è un abuso di per sé, essendo pensato come rito clericale, frutto della apologetica moderna del cattolicesimo.
- L’immaginario della “umiliazione del papa”, da parte del successore, è una finzione da romanzo. Francesco ha semplicemente ristabilito il buon senso – che avevano Paolo VI e Giovanni Paolo II prima di lui – e che invece Benedetto aveva sovvertito, introducendo nel magistero ecclesiale lo stesso argomento che aveva portato Lefebvre allo scisma: ossia l’idea che la riforma liturgica non abbia la autorità di riformare il rito tridentino. Questa è una idea scismatica, di cui Sarah non sembra rendersi conto.
- Al fondo di tutto il ragionamento sta, appunto, la affermazione falsa, secondo cui un rito che esiste da secoli non può essere toccato. La Chiesa ha l’autorità per riformare se stessa, anche la propria liturgia, purché lo faccia in modo legittimo. Che cosa avrebbero potuto dire i vescovi al Concilio di Trento, quando il Concilio stabilì l’obbligo di residenza, la forma canonica matrimoniale, la istituzione dei seminari. Erano tutte cose nuove, che entrarono gradualmente a regime, sostituendo le precedenti. Lo stesso vale per il Concilio Vaticano II, che ha indicato chiaramente il compito ecclesiale di superare una forma liturgica inadeguata. Pensare che questa intenzione del Concilio possa essere ignorata, è fare guerra a Roma. Almeno a quella Roma che è convinta di camminare e di “dover andare avanti”, come si è espresso con chiarezza papa Leone. Il tentativo di mettere Leone contro Francesco è un atto grave, che il card. Sarah ripete da mesi in modo piuttosto sguaiato, trovandosi in compagnia di molti personaggi poco raccomandabili.































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