Il Vetus Ordo dell’episcopato: storia e vulnus


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Il ragionamento teologico, che valuta la storia della Chiesa cattolica dell’ultimo secolo, non fatica ad identificare diversi motivi di aggiornamento e di rilettura della tradizione nel Concilio Vaticano II. Di esso, tuttavia, molto spesso si dimentica che, tra le più grandi novità che ci vengono offerte dai documenti conciliari, vi è non soltanto una “nuova figura di chiesa”, ma una potentissima rilettura del ministero episcopale. Tra coloro che con maggiore lucidità hanno contribuito a chiarire questa grande novità vi è senza dubbio il compianto Ghislain Lafont, fine maestro di pensiero teologico a S. Anselmo e alla Gregoriana per tanti anni. Molte volte lo abbiamo ascoltato dire con grande enfasi questa cosa: dal Vaticano II riceviamo una nuova teologia dell’episcopato. Anche su questo blog, quasi 4 anni fa, egli aveva scritto un testo luminosissimo proprio su questo punto (che si può leggere qui) e dal quale vorrei trarre due passi preziosi.

Due concezioni del vescovo

Ecco un primo testo di Lafont:

“il Concilio Vaticano II ha operato una trasformazione importante della teologia affermata dalla Scolastica medievale e dal Concilio di Trento. Il Vaticano II ha un concetto unificato di autorità episcopale e parla del prete nella stessa prospettiva: “…il vescovo, assistito dai suoi preti”: anche per il prete, a sostegno del vescovo, l’autorità è globale e riguarda l’insieme del ministero di “sorveglianza” (episcopé). La teologia precedente, invece, prima di parlare del vescovo, si interessava al prete e stabiliva in lui una separazione tra ciò che gli derivava dal sacramento, ossia il potere liturgico, e ciò che gli derivava per delega dal vescovo o dal papa, ossia il potere sulla comunità. Il carattere (…) lo qualificava soltanto per le azioni rituali, ossia quelle in cui tanto il significato quanto l’efficacia sfuggono al controllo dell’uomo: egli le esercita solo rispettando un programma del quale può essere soltanto strumento. La competenza pastorale, che deriva dal personale discernimento evangelico, non era considerata di origine sacramentale né era collegata al carattere: la si vedeva discendere dall’alto, per mezzo di determinazioni giuridiche che si strutturano in gradi. Questa origine, più o meno immediatamente divina, conferisce alla parola di colui che la detiene, non una autorità rituale, ma una garanzia di verità: “magistero” e “giurisdizione” sono termini che qualificano la parola del vescovo, e, sopra di lui, del papa, o, sotto di lui, del prete. Non c’è più sacralità ma potere, non più validità per fedeltà al programma rituale, ma esercizio prudente della autorità. Prendiamo dei termini coloriti: il titolare della più alta funzione è Sommo Sacerdote (per sacramento) e Imperatore (per elezione divina), cosa che si declina con sfumature diverse presso diversi gradi gerarchici.”

Questa lettura medievale e moderna, che arriva fino al Vaticano II, ha prodotto un effetto sorprendente, almeno ai nostri occhi: ha escluso l’episcopato dal “sacramento dell’ordine”. Così è stato per quasi un millennio, fino all’altro ieri. Ma la nuova inclusione del Vescovo all’interno del “sacramento dell’ordine” – come grado più alto e di pienezza – che cosa significa? Anche qui Lafont aggiunge parole di grande chiarezza.

Bisogna infatti chiedersi se “questa unificazione dell’origine delle funzioni e delle missioni del vescovo nel sacramento implichi o meno un cambiamento della fisionomia generale del ministero cristiano. E, dato che sembra difficile negare che qualcosa sia cambiato, ci si chiede se si possa dire in che cosa consista il cambiamento. In altri termini, questa autorità pastorale globale conferita dal sacramento dell’Ordine, inclina in direzione rituale o piuttosto in direzione della autorità? Si estende a tutte le parole del Vescovo il carattere sacro della ritualità liturgica oppure si riconducono le parole liturgiche alla sola condizione di parole d’autorità, senza efficacia specifica? Riprendo le parole utilizzate prima: il vescovo sarà più un Pontefice o più un Re? Oppure: categorie di questo genere sono ormai obsolete e allora che cosa dobbiamo proporre per definire il ministero cristiano?”

I “gradi gerarchici” dell’episcopato

Nel momento in cui, per molti secoli, il Vescovo non aveva direttamente a che fare con il sacramento dell’ordine, ma si limitava soltanto al “magistero” e alla “giurisdizione”, poteva essere trattato, sostanzialmente, nelle logiche del “re” e della sua corte. E così si è potuto usare per secoli un “Caerimoniale Episcoporum”, un cerimoniale di corte che faceva concorrenza a quello dei conti, dei baroni e dei marchesi.  D’altra parte la teologia giustificava con molti argomenti questa condizione “funzionale” dell’episcopato. Dovendo gestire il controllo della dottrina e l’esercizio del potere, esso non dipendeva da una “ordinazione sacramentale”, ma da una “consacrazione” che aveva i caratteri non del sacramento, ma del “sacramentale”, vale a dire di ciò che ha una efficacia come “azione della Chiesa”, non come “azione di Dio”. Questa lettura “burocratica” dell’episcopato non si faceva troppe illusioni. E perciò poteva moltiplicare le “dignità” e i “privilegi”, sapendo di lavorare con una dimensione seconda e penultima. In un tale mondo era ben possibile che il titolo di “arcivescovo”, ottenuto per un incarico a cui non corrispondeva alcuna diocesi da amministrare, potesse essere “personalizzato” e attribuito al funzionario ecclesiale come un mero “titolo”, come una “onorificenza”. Non si deve dimenticare che, in una tale logica, era addirittura possibile che il Vescovo non risiedesse nella Diocesi in cui doveva esercitare il suo potere di giurisdizione. Il Concilio di Trento cercò di rimediare a questa pecca secolare, senza avere immediato successo.

La rilettura sacramentale e le sue smentite giuridiche

Oggi le cose non stanno più così. O, meglio, non dovrebbero stare più così. Perché l’inerzia della storia, con cui sempre la Chiesa e ogni istituzione fa i conti, ci riserva, accanto al sopravvivere delle forme vecchie, una nuova comprensione dell’episcopato, che in una nuova fedeltà con i primi secoli, legge il ministero episcopale con una logica diversa da quella medievale e moderna. Tutti e tre i munera battesimali (sacerdotale, profetico e regale) trovano una “forma ministeriale” a livello di diaconato, di presbiterato e di episcopato, che costituiscono i tre gradi del ministero ordinato. Perciò l’intera Chiesa è accomunata da una competenza sul culto, sulla parola e sul governo. In una chiesa così concepita e vissuta, i concetti giuridici di “vescovo titolare” e di “arcivescovo ad personam” risultano scandalosi, perché pretendono di imporre, nel nuovo assetto, le categorie vecchie. In un certo senso sono “dispositivi di blocco”, che impediscono la trasformazione del ministero ecclesiale, perché lo paralizzano in una concezione “personale”, “burocratica”, senza legame con il popolo di Dio.  Utilizzano la parola “Vescovo” e “Arcivescovo” con un significato che non è più compatibile con la comprensione ecclesiale e personale del ministero episcopale. Perché si è Vescovi “ad populum”, eventualmente “ad officium”, ma mai “ad personam”. Questo è, teologicamente, un concetto che il Concilio Vaticano II ha reso aberrante. La teologia dell’episcopato lo esclude e se è nelle normative, deve essere cancellato, prendendo congedo da una aberrazione.

Un “vetus ordo” nel modo di essere e di fare il vescovo?

Nel mondo di prima, dove la figura del Vescovo poteva essere ridotta “teologicamente” ad essere funzionario del papa, non era affatto scandaloso che si fosse consacrati Vescovi per fare lavoro d’ufficio.  Anzi, la riduzione a funzionari era, in fondo, una possibilità di tutti i Vescovi, che potevano essere soddisfatti di una buona amministrazione del personale e di un efficace controllo della dottrina. Questo, allora, poteva essere compatibile anche con una dimensione di “sacramento dell’ordine” ridotta a celebrare messe ed eventualmente assolvere dai peccati. Lo stesso vescovo poteva limitare la sua “vita sacramentale” alla messa privata del mattino, in una cappella privata, da solo. Questo era un mondo coerente e efficiente, al quale il Concilio Vaticano II ha detto: “sei inadeguato e autoreferenziale”!

Ma se oggi, grazie a categorie giuridiche antiquate, a teologie da farmacisti e a prassi compiacenti, in una Chiesa che del sacramento dell’episcopato dovrebbe fare il suo fiore all’occhiello, noi continuiamo a ordinare Vescovi senza diocesi, che forse anche oggi, a Roma e anche altrove, celebrano messa da soli prima di dedicarsi ai doveri di ufficio, restiamo nel modello vecchio: ogni episcopato “ad personam” è uno scandalo dal quale dobbiamo liberarci. Diciamo meglio: è un Vetus Ordo che resta come un “basso continuo” almeno a livello di Curia Romana. E anche un papa che come segno limpido di autorità del Concilio Vaticano II, celebra ogni mattina col popolo a S. Marta, e che in Argentina, da Arcivescovo non “ad personam”, con la Metropolitana raggiungeva le comunità con cui celebrare, nei meandri della Curia romana, può arrivare a celebrare “privatamente” la Messa in Coena Domini nella cappella privata di un cardinale o  a consentire che sia trasferito in periferia un Ufficiale forse sgradito, o stanco, o ingombrante, conservandogli però il titolo “ad personam”. Qui la periferia non è un concetto teologico nuovo, ma la vecchia nozione residuale e marginale: è allontanamento dalla corte, forse per scrivere nuovi Tristia. Ma triste è anzitutto vedere la Chiesa cattolica ridursi nel 2022 a questi mezzucci da “ancien régime”. Anche contro questo Vetus Ordo episcopale abbiamo bisogno di “traditionis custodes”, di forti e coraggiosi custodi della tradizione sana, non di quella malata.

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