Il laboratorio di Palermo. La iniziazione cristiana, la chiesa e la cultura della città


Con una certa sorpresa ho letto delle proteste che soggetti commerciali della città di Palermo (ristoratori, fiorai, negozi di bomboniere…) hanno sollevato contro la decisione della Diocesi di modificare profondamente il percorso di iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adolescenti, nella prospettiva che da 50 anni è stata riaperta dal RITO DI INIZIAZIONE CRISTIANA DEGLI ADULTI, con una adeguata opera di adattamento, nelle forme, nei tempi e nelle sequenze rituali.

Se affrontiamo la questione con la dovuta distanza dal calore delle emozioni, vediamo che il caso di Palermo sale all’onore delle cronache quasi solo perché una “protesta di categoria” tende a sindacalizzare la questione. La richiesta di un “tavolo di confronto” con le categorie interessate rischia di trasformare la cosa in una sorta di contesa tra Diocesi come “datore di lavoro” e “categorie” come “soggetti lavorativi discriminati”. Occorre cambiare prospettiva, anche se questo aspetto non deve essere dimenticato, come parte di una tradizione che ha bisogno urgente di essere superata, in particolare come “modello moderno” di concepire il rapporto tra i sacramenti cristiani e la vita della città.

La domanda radicale e necessaria da porre è: in che senso dobbiamo “uscire da un modello tridentino” di amministrazione dei sacramenti?

L’età moderna, che ha visto il sorgere del profilo individuale di ogni uomo e di ogni donna, che ha assunto una forma prima impensabile, ha conosciuto almeno due tappe fondamentali di forte sviluppo e discontinuità. La prima, nel XVI secolo, con la riforma protestante e la la riforma cattolica. In questo primo momento, si sono poste le basi di una “cura pastorale” che ha iniziato a pensare se stessa come una “grande burocrazia centralizzata”, che amministra i sacramenti come “uffici di salvezza”. Questo modello ha creato un grande sistema cattolico di amministrazione della grazia, con tanto di registri, annotazioni, certificati, autorizzazioni, impedimenti. Questa “forma canonica” che ha assunto un valore nuovo a partire dal 1500, ha poi subito una ulteriore revisione, spesso indiretta, con il sorgere degli stati liberali e con la perdita del “potere temporale” nel 1870. La forma con cui i sacramenti sono entrati nella vita delle persone si è caricata di maggior peso giuridico e formale, anche a seguito della Codificazione, che ha iniziato ad esercitare la sua influenza a partire dal 1917.

Di fronte a tutto questo sviluppo non sono mancati tentativi di resistenza in nome di un modello diverso. Il caso più esemplare, che molto ha pesato sulla tradizione del XX secolo, è stato lo spostamento della “prima comunione”, voluto da Pio X nel 1910, ad una età molto più bassa di prima: dai 12 anni classici si è anticipato il sacramento di 4-5 anni e così pure la catechesi, che iniziava ora a 6 anni. Questo portava, allora, ai primi del XX secolo, la Chiesa cattolica a collocarsi in asse con lo sviluppo recente di un “obbligo scolastico” a 6 anni, voluto dagli stati liberali. In questa scelta Pio X fu capace di interpretare il suo tempo con lungimiranza. Ma il suo tempo non è più il nostro tempo.

Da questi sviluppi tardo-moderni nasce il travaglio che la chiesa cattolica sta attraversando da più di un secolo, a partire proprio da Pio X: si tratta di cambiare la “forma canonica” che il Concilio di Trento aveva pensato per la chiesa moderna, uscendo da stili ecclesiali che, lungo i secoli, sono diventati il contrario di quello che volevano essere. Ma questo cambio non è facile, perché le forme tridentine hanno creato non solo “abitudini ecclesiali”, ma “culture condivise”.

Qui si colloca il travaglio delle diverse chiese, che vogliano assumere responsabilmente il compito di cambiare, ossia l’unico modo possibile per restare fedeli alla tradizione. Non mancano le chiese che preferiscono “non toccare nulla” e finiscono nel non senso di abitudini che non iniziano più nessuno. Fai tutto come 400 anni fa e il risultato è la totale indifferenza alla fede. La tradizione non si alimenta solo di ripetizione, ma anche di salti, di colpi di reni e di colpi d’ala, necessari per riprendere quota. E tuttavia il mutamento necessario e inaggirabile deve mettere in conto una crisi su due fronti: dal lato ecclesiale, perché si tratta di imparare nuovi ritmi, nuovi linguaggi e nuove sequenze: dal lato culturale, perché occorre mostrare pazientemente a tutti i limiti della forma precedente e i vantaggi delle nuove pratiche.

Le forme ecclesiali possono darsi nuova figura in tempi ragionevoli, mettendo in movimento la coscienza dell’obiettivo iniziatico: il percorso di formazione, che coinvolge in modo nuovo le famiglie, in una relazione strutturale con i figli in cammino, mira ad un punto di arrivo nuovo, ossia ad un “primo accesso alla comunione eucaristica” che abbia qualche possibilità di diventare stabile appartenenza, regolare ripetizione domenicale, alimento di vita e punto di convergenza di ideali. L’eucaristia come “punto di arrivo” sembra la cosa più nuova, in realtà è antichissima, ma occorre perseguirlo con nuova e radicata competenza.

Questa nuova prospettiva impatta piuttosto duramente sulle attese sociali, culturali e persino familiari. Proviamo a mettere in fila che cosa ci si attende, per lo più:

a) Il bambino nasce e viene subito battezzato: ciò che conta è una grande festa sociale, con una grande comunità di pasto;

b) Verso gli otto anni, dopo un prima Confessione senza festa alcuna, grande festa di Prima comunione, festa sociale e festa familiare.

c) Verso gli 11-12 anni la Cresima e nuova festa. La iniziazione è compiuta, tutti i sacramenti sono stati registrati e ci si saluta con un congedo che può durare vuoi fino al matrimonio (con grande pranzo), o, nel peggiore dei casi, fino alle esequie (anch’esse non senza importante pranzo di consolazione)

E’ evidente che la tradizione sociale coglie le soglie e le celebra con grandi pranzi. Ma questa forza sociale, che deve essere custodita, pretende di imporre alla chiesa soglie che la Chiesa ha avuto la responsabilità storica di proporre un secolo fa, ma oggi non trova la forza di trasformare.

La pretesa sociale di una sequenza di pranzi e cerimonie (in occasione del pedobattesimo, della prima comunione e della cresima) non tiene conto che questo di per sé non arriva ad altro che ad una “identità formale”, ad una registrazione burocratica, ad un diritto a “certificati” senza iniziare davvero i fanciulli e gli adolescenti,

Qui si colloca la legittimità di una trasformazione della sequenza, cui non mancheranno occasioni di “banchetti di comunità” anche nella nuova forma. Si tratterà di individuare, con pacata saggezza, le “nuove soglie”. Un nuovo stile, una tradizione che si rinnova, se è efficace e ben pensata, plasma la cultura. Così avvenne dopo il 1910. Fino ad allora, si rifletta, tutti vivevano un’unica celebrazione in uno stesso giorno, in cui cresima e prima comunione venivano “amministrate” ai/alle 12enni. La anticipazione della prima comunione ha creato, quasi d’incanto, un nuovo momento comunitario, anche per le famiglie, per dedicarsi ad un banchetto festivo.

Che cosa impedisce, al nuovo sistema, di identificare nuovi passaggi di vita che meritino un pranzo festivo? Se si legge il testo normativo del nuovo stile, approvato nel 2024 dalla Arcidiocesi di Palermo, che cosa impedirà alle famiglie e alla cultura cittadina di celebrare comunitariamente la entrata nel catecumenato o la consegna-restituzione del Padre Nostro? La immaginazione ecclesiale non esclude una reazione culturale all’altezza della sfida. Qui non ha senso un irrigidimento sui ritmi superati dalla storia.

Ovviamente, in tutto questo, si deve riconoscere, con franchezza, che anche le decisioni delle famiglie di ricorrere ai servizi di aziende di ristorazione, di addobbo e di intrattenimento, entreranno non solo nella possibilità commerciale, ma anche nel percorso di formazione e nella identità da acquisire. Perché una delle questioni da affrontare è se la iniziazione cristiana avrà la forza di decidere le forme di vita o se il vangelo della carità possa trasformarsi, 30 minuti dopo la fine della liturgia del sacramento, nella ostentazione del lusso e nella indifferenza verso la povertà. I piccoli discepoli di Cristo non saranno davvero iniziati se avranno intorno anzitutto la preoccupazione per vestiti alla moda o per regali griffati. Le opere di misericordia corporale e spirituale non dovrebbero restare lontane da ogni fanciullo e fanciulla, quando siano entrati solennemente nella comunione più piena con il Signore Gesù e con la Chiesa dei suoi discepoli.

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