Dopo lo scisma: una tradizione viva/13. Sinodalità e Novus Ordo Missae (di Mons. Tomaš Holub)
La questione dell’uso del Vetus Ordo, esaminata con cura dopo lo Scisma del 1 luglio, appare una priorità anche per le singole diocesi. Il vescovo della Diocesi di Plzen, nella Repubblica Ceca, alla quale appartiene anche la comunità che su questo blog è stata presentata da Alvaro Grammatica in un post precedente, ha voluto prendere la parola sul tema. Si tratta di una riflessione importante, segnata da uno stile sinodale che può diventare prezioso anche per affrontare in modo nuovo la questione del “vecchio rito”. Nel testo che ha inviato e del quale lo ringrazio, mi pare emerga con forza la determinazione a orientare tutte le richieste di liturgia classica nel solco segnato dal rito scaturito dalla riforma liturgica successiva al Vaticano II. Portare ogni sensibilità ecclesiale a riconoscersi nel medesimo Novus Ordo, che può essere celebrato con sensibilità diverse, ma che impedisce lacerazioni, mi pare un orientamento illuminato, su cui sarebbe importante aprire anche a livello episcopale un dibattito serio e argomentato. La parola del Vescovo Holub, consapevole della esigenza di superare le forme tridentine e moderne del celebrar e dell’essere chiesa, può essere un buon inizio di questo dialogo fruttuoso, in vista di una profondo mutamento negli orientamenti di molte curie, che ancora restano piuttosto confusi e approssimativi sul tema. (ag)
Sinodalità e Novus Ordo Missae
di Mons. Tomas Holub
Sono Tomaš Holub, vescovo della diocesi di Plzeň, Repubblica Ceca.
La diocesi di Plzeň ha visto nascere grandi monasteri che hanno evangelizzato questa terra, che però nel tempo sono decaduti per via di tristi circostanze storiche, politiche e religiose. Il risultato è una terra in cui rimangono le vestigia di una fede che con fatica e limitatamente è sopravvissuta ed ora stenta a diffondersi.
Non è una terra atea. Secondo una ricerca sociologica del 2016 (cfr. indagine operata da CBK e IBRS) risultava esistere in diocesi un 54% di persone sensibili al messaggio evangelico, composto da un 7,6% di sostenitori, un 13,2% da coloro che lo apprezzano e un 33,2% da coloro che sono in ricerca. Il restante 46% invece risultava essere un pubblico non aperto alla chiesa, composto da critici per un 13,8%, da coloro che parlano male della chiesa per un 17,4% e infine un 14,4% formato da indecisi e un 0,4% da altre religioni. Emergeva quindi un‘alta percentuale di coloro che erano e sono potenziali riceventi del messaggio.
La gente è in ricerca di una “trascendenza”; a noi sta intercettare questa ricerca proponendo una versione sana e attuale del vangelo.
La diocesi di Plzeň è una terra di missione nel senso che è piena di opportunità a cui rispondere con creatività pastorale e strutturale per fare rinascere quelle radici, che hanno sopravvissuto alle diverse infauste vicende storiche, e lavorare per una nuova primavera come auspicava San Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio (cfr. RM 1-2).
Esperienza del Sinodo diocesano
Una terra che, seppure inconsapevolmente, ha sete di trascendenza e una chiesa che vuole rispondere in maniera nuova a questa sete, consapevole che gli strumenti antichi hanno fatto il loro tempo e non rispondono più alle esigenze della gente attuale, sono, accanto ad altri, i motivi fondamentali che mi hanno spinto ad indire un sinodo diocesano che si è sviluppato in tre tappe: una consultazione generale, un’assemblea dei delegati e una elaborazione di priorità. Dopo due anni, 2024-2026, ora ci attende la fase attuativa. Dalla riflessione di chi siamo e dove andiamo, abbiamo riflettuto su cosa faremo. Rispettivamente tre slogan ci hanno accompagnato: Maestro dove vivi? (Gv 1,38), Io sono la via (Gv 14,6) e Seguimi (Gv 21,19).
Personalmente, durante lo svolgimento del sinodo nella maggior parte dei delegati ho visto prendere forma un corpo ecclesiale motivato a riscoprire la sua chiamata battesimale e il suo impegno di corresponsabilità. Si potrebbe sintetizzare che alla fine tutti i partecipanti potevamo dire: noi siamo chiesa!
Non che non esistesse un corpo ecclesiale, ma si è acquisita una consapevolezza che lo ha reso attivo. La chiesa non è più solo una questione di qualcuno, dei sacerdoti, non è neppure solo una struttura da amministrare, ma è la nostra vita fatta di tante membra unite che vivono in comunione.
E questo rinnovato dinamismo non fa altro che trasformare la chiesa in un segno eloquente della presenza di Dio in questo mondo e una sorgente di una missione che annuncia il Regno dove un popolo ecclesiale è ritornato ad essere protagonista, non più solo fruitore di servizi, un popolo fatto di chierici e laici, uomini e donne, uniti indistintamente in un comune battesimo.
Partecipazione attiva del popolo al processo sinodale
I delegati, chierici, laici uomini e donne, la maggior parte eletti dai fedeli, si sono fisicamente ritrovati insieme, hanno vinto le prime comprensibili resistenze e si sono conosciuti più umanamente e profondamente. Hanno imparato ad ascoltarsi, a rispettare le varie posizioni, a cercare ciò che accomuna, a discernere ciò che unisce per fare insieme ciò che è ragionevolmente realizzabile per gli uomini e le donne appartenenti alla chiesa e per tutti coloro che sono in attesa di una risposta alle loro attese.
È nata così una visione sinodale, che auspico si trasformi in uno stile di vita, dove ci si incontra, ci si ascolta, e insieme ci si scopre popolo di Dio che sa discernere le vie da percorrere e assumere tutte le responsabilità dell’essere e dell’agire come chiesa.
La visione sinodale non è quindi solo una tecnica comunicativa, ma è un modo di vivere la fede, di vivere la comunione diventando un recinto aperto, pronto ad accogliere e a condividere le gioie e le speranze degli uomini del nostro tempo per scoprire la presenza del Cristo risorto.
Non si tratta di fare un sinodo, ma di diventare un sinodo per seguire Gesù e diventare suoi discepoli.
Nuovo senso di appartenenza
Ecco che il sinodo, assunto come stile di vita, implementa nei fedeli un senso di appartenenza dove la passività è vista come mancanza di responsabilità nei confronti, prima di tutto, del proprio battesimo per in quale siamo stati resi un popolo sacerdotale, profetico e regale proprio perché incorporati a Cristo sacerdote, profeta e re. Non è solo una nota sociologica, ma teologica: ci si scopre fratelli e figli di un unico Padre come ben dice la costituzione dogmatica Lumen Gentium al numero 9: Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo… Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall’acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono « una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo… Questo popolo messianico ha per capo Cristo… Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio…
Riscoperta della ministerialità e corresponsabilità
Una unità così teologicamente intesa, aiuta a riscoprire una corresponsabilità che si manifesta in una ministerialità diffusa dove i talenti di ciascuno vengono valorizzati e accompagnati per l’edificazione dell’intero corpo ecclesiale. I sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto i laici contribuiscano al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste nel comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a questi, in maniera tale che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune (Lumen Gentium 30).
In questo modo si aprono nuove vie di ministerialità che vivacizzano e edificano la chiesa, permettendole di includere ogni persona e raggiungere ambienti ancora impensati.
L’influenza del sinodo nella vita liturgica
Un frutto, che deve essere continuamente custodito e coltivato, è che la mentalità sinodale aiuta a riscoprire la vita liturgica della chiesa nella sua dimensione ecclesiale. Ogni azione liturgica non è un’azione che riguarda solo un individuo o solamente i chierici o fine a se stessa; essa è fonte e culmine di unità. Ogni azione liturgica è sempre ecclesiale tale deve essere anche visibilmente vissuta. Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10)… Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo (Lumen Gentium 10).
Si crea l’esigenza che in modo particolare la celebrazione eucaristica sia il momento culminate della vita ecclesiale locale, una celebrazione che esprima tutto il dinamismo e l’unità del popolo riunito. Celebrare un sinodo comporta necessariamente un celebrare che sia ecclesiale. Diversamente produrrebbe una schizofrenia teologica, spirituale e pastorale. Ecco che siamo stimolati a vivere e a preparare bene la celebrazione domenicale perché sia un momento celebrativo unificante dove si rigenera questa comunione ricevuta dal Cristo per diventare un effettivo corpo ecclesiale. È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, « stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato » (1 Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia. Essa infatti è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d’anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un’adeguata formazione. Ma poiché non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d’anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri, è assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero (Sacrosanctum Concilium 14). Una formazione, aggiungo, che riguarda l’intero popolo di Dio.
Proprio il Vaticano II pone la necessità che la celebrazione sia espressione e fonte di questa unità, di questa spiritualità sinodale, comunionale, dove le differenze non si annullano, ma diventano parte di un unico mosaico che fa risplendere la bellezza di Cristo.
Ne consegue che anche l’opera di evangelizzazione diventa espressione non di una volontà ideologica di propaganda, ma frutto di una vera comunione, di uno stile di vita sinodale. Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei «sacramenti pasquali», a vivere «in perfetta unione»; prega affinché «esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede»; la rinnovazione poi dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall’eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa (Sacrosanctum Concilium 10).
Ecco quindi che il Novus Ordo permette di applicare questa sinodalità in campo liturgico. Diversamente sarebbe molto difficile dato che il Vetus Ordo è espressione di una visione di Chiesa tridentina e moderna, che non risponde più alle esigenze odierne.
Il filo che unisce sinodalità e azione liturgica è proprio una visione di chiesa promossa dal Vaticano II, una chiesa assembleare e non clericale, una chiesa ministeriale, una chiesa comunionale che testimonia e celebra la sua unità.
In cerca di soluzioni
Molti fedeli, alcuni anche della mia diocesi, sono attratti da celebrazioni di stampo tradizionalistico e fanno fatica ad accogliere la riforma liturgica del Vaticano II. Partecipando a queste azioni liturgiche si convincono della corretta visione ecclesiologia che questi riti propongono. In questo modo si creano fratture che facilmente sfociano in sospetti e anche possibili rifiuti di ogni legittima riforma, confondendo tradizione con tradizionalismo. Il risultato è la diffidenza ecclesiale e una problematica unità.
Penso sia saggio usare anche con loro un discorso sinodale: incontrarsi, ascoltarsi per diventare capaci di discernere insieme. Serve un atteggiamento benevolo, ma anche fermo e cioè la capacità di partire da una indiscussa piattaforma teologica comune, il Vaticano II come espressione di vero Magistero. È mettere in campo non una mera accoglienza per tentare di recuperare qualcuno, ma attuare un processo di accompagnamento, formativo e sinodale.
Nello stesso tempo, essendo vescovo di una terra missionaria nel cuore dell’Europa, non dobbiamo dimenticare la stragrande maggioranza di coloro che sono al di fuori della Chiesa o sono al margine, quella moltitudine silenziosa che attende una Chiesa che sappia di odore di pecore, di essere un ospedale di campo, non lasciandoci risucchiare da diatribe intraecclesiali che ci chiudono in un recinto troppo stretto, inadatto e incomprensibile ai tempi odierni. Lavoriamo per una Chiesa che sia veramente universale proprio perché sinodale, aperta al futuro, al mondo di oggi.































Area personale









