Dopo lo scisma: la tradizione viva/3. La liturgia ridotta al gusto: un confronto con Alberto Melloni, cintura nera
Come capita in modo piuttosto frequente negli ultimi mesi, non è difficile scoprire che dopo 20 anni di “regime parallelo” tra il rito che celebrano i lefebvriani e il rito che celebra la chiesa dopo il Concilio, si è creata nella cultura cattolica una sottocultura liturgica, che vive di slogans e di luoghi comuni. Spiace rilevare che anche nomi autorevoli della cultura cattolica post-conciliare siano caduti nella trappola di queste verbalizzazioni superficiali e non riescano più ad essere lucidi sul tema della liturgia. L’ultima occasione per questa costatazione è stata offerta da Alberto Melloni, in una sua recentissima intervista. Non considero qui se non le tre risposte che riguardano la liturgia. Ne riprendo il testo e lo commento, punto per punto:
a) La prima affermazione è questa
“Io sono cintura nera di Concilio Vaticano II e di riforma liturgica, però ritengo che derubricare la questione della messa in latino a una questione di gusto sarebbe la cosa più sensata”.
Dunque una “cintura nera” del Concilio e della Riforma liturgica – nel linguaggio delle arti marziali nessuno può negare una tale affermazione – pensa che sia giunto il momento di “derubricare la messa in latino a questione di gusto”. Dunque che la messa sia in latino o in italiano, che segua un rito oppure un altro sarebbe, secondo il nostro Judoka, una questione secondaria. E’ legittimo chiedersi che cosa porti Melloni a fare una affermazione tanto avventata. La risposta si chiarisce con la risposta successiva.
b) Alla domanda del giornalista “In che senso “gusto”?” la cintura nera risponde:
«Il gusto tradizionalista, l’estetica, il prete girato, il latino: che male c’è? L’errore grosso l’ha fatto Ratzinger, che ha teologizzato la cosa, come faceva spesso nei suoi testa a testa puntigliosi con il cardinale Kasper. Non si può vietare un messale che si è usato per tanti secoli, disse Benedetto XVI. E in effetti occorre riconoscere che nella liturgia ogni comunità trova il suo equilibrio nel modo di interpretare la tradizione, nel canto, nella stessa velocità della funzione. Ma la questione è più ampia».
La risposta, dicendo due cose false, chiarisce però il senso del discorso di Melloni. Le due cose false sono:
- non c’è nulla di male nel gusto tradizionalista (chissà perché mai si è fatta una riforma? per scherzare?)
- Ratzinger avrebbe fatto l’errore di teologizzare la cosa
Qui occorre aprire una piccola parentesi, che tuttavia appare forse il chiarimento decisivo. La consapevolezza che la liturgia ha uno spessore teologico è nata agli inizi del XX secolo, con alcune premesse nel XIX. Se Raztinger ha compiuto un passo azzardato è consistito non nel teologizzare, ma nel deteologizzare la questione. Ratzinger ha introdotto, già negli anni 80 e 90, ma soprattutto nel primo decennio del XXI secolo, l’idea che la liturgia sia questione di gusto e di attaccamento. Proprio il fatto di aver creato un parallelismo tra riti tra loro contraddittori ha aperto una fase in cui il gusto e l’attaccamento sembrava decisivo: la teologia non contava più nulla. Non dovrebbe dimenticare, Melloni, che al centro di Summorum Pontificum sta il principio “ciò che è stato sacro per le generazioni precedenti, deve esserlo anche per le successive”.Questo non è un principio teologico, ma un principio affettivo e sapienziale, con cui Ratzinger ha giustificato la operazione e ha aperto l’età del gusto in liturgia. A questa svolta ora apprendiamo appartiene anche Melloni. Ma questa non è la soluzione, bensì il problema. Ridurre la liturgia al gusto è un errore teologico grave,che stiamo pagando da 20 anni, anche se la cintura nera non se ne è accorta. Sta pronta alla presa dell’avversario, ma non riesce a riconoscerlo.
c) Si arriva così alla terza risposta, che arricchisce il quadro di altri dettagli.
«Se il gusto è il primo livello, c’è un secondo livello che è l’atteggiamento verso il Concilio, ma anche quello va valutato con serenità. A volte il Concilio è molto più tradito da chi fa finta di obbedirgli che da chi dice apertamente di rifiutarlo. Infine c’è un terzo livello: l’obbedienza al papa. Se non gli obbediscono sono fuori».
La soluzione sembra perfetta, e l’avversario della cintura nera dovrabbe essere al tappeto. Non solo il gusto decide della liturgia, ma il rapporto con Concilio non è quello che sembra (forse i suoi nemici sono quelli che meglio lo rispettano) e infine resta la obbedienza al papa, che è veramente dirimente.
Insomma, tutta la tradizione pre- e post-conciliare e il Concilio stesso viene ridotto a gusto e ad apparenza, con l’unica richiesta che è l’obbedienza al papa: dal Vaticano II si fa retromarcia al Vaticano I, con la cintura nera ben salda alla vita. Ma se una cintura nera di Riforma liturgica riesce a infilare una serie di strafalcioni di questa portata, mi sa che i campionati del mondo di Judo ce li possiamo sognare.
Resta l’impressione profonda che sul tema liturgico le opizioni espresse in pubblico da personalità autorevoli della Chiesa italiana manchino di spessore teologico e di vera consapevolezza storica. Dopo lo scisma, proprio a causa di ciò che ha rappresentato e di ciò che richiede alla Chiesa cattolica, una cultura liturgica di qualità resta un compito inaggirabile, che non può essere sostituito da battute ad effetto, ma davvero poco meditate.































Area personale









