Dopo lo scisma: la tradizione viva/2. Una lezione da Écône: non può esserci una Chiesa cattolica senza il Concilio Vaticano II (di Luigi Mariano Guzzo)
In questo secondo intervento, parla un canonista: Luigi Mariano Guzzo, che ringrazio. La questione sollevata dallo scisma mette a nudo la inadeguatezza drammatica delle categoria con cui il diritto canonico pensa e serve la Chiesa cattolica. Uscire da una visione della Chiesa come “stato toecratico” è la via obbligata per essere davvero “altro dai lefebvriani”. Lo scisma mette a nudo non solo la posizione degli scismatici, ma ma fatica della comunione cattolica nel porre con chiarezza la elaborazione della identità voluta ed imposta dal Concilio Vaticano II, non solo sul piano liturgico, ma anche sul piano istituzionale.
Una lezione da Écône: non può esserci una Chiesa cattolica senza il Concilio Vaticano II
di Luigi Mariano Guzzo
Non deve sorprendere più di tanto il fatto di nuovi quattro vescovi consacrati nella Fraternità San Pio X senza mandato pontificio. I lefebvriani, li conosciamo, si sentono i custodi di una sacra tradizione da mantenere e tramandare. Tant’è che la scomunica arriva come automatica. Il decreto romano non infligge, bensì “dichiara” uno stato di fatto, facendo riferimento al delitto di scisma. Ma condivido quanto scrive Andrea Grillo: con lo strumento della scomunica la Chiesa cattolica pretende di andare “avanti”, continuando ad usare un linguaggio “antico” per rispondere a fedeli che rivendicano la loro posizione “antica”. La questione meriterebbe ovviamente una riflessione molto più ampia, che tocca il nodo centrale del rapporto tra “peccato” e “delitto” nell’ordinamento canonico, nonché, più in generale, il senso e il significato della potestà punitiva in una Chiesa che si è autocompresa, e continua ad autocomprendersi, più come uno Stato teocratico di stampo medievale che non come un sacramento di salvezza, luogo in cui poter testimoniare la grazia divina.
Tensioni ecclesiali irrisolte
Comunque sia, mi sembra che il decreto e la relativa nota esplicativa del Dicastero per la dottrina della fede rappresentino una cartina tornasole di tensioni ecclesiali irrisolte. Parlare di scisma significa fare riferimento ad un problema di disobbedienza nei confronti dell’autorità pontificia. Come se essere essere cattolici significasse soltanto essere “romani”. Eccoci, nuovamente nel vortice di una visione assolutista del ministero petrino. D’altronde è così che è stata liquidata la questione dei lefebvriani persino sui media vaticani: un atto di disobbedienza al Papa. Così facendo, però, si mette nel cassetto in maniera deliberata tutta la riflessione pluridecennale sulla conversione del papato in chiave ecumenica. Il problema a me sembra diverso e più profondo: al di là della disobbedienza o meno, l’atto della Fraternità San Pio X come deve essere interpretato sul piano sostanziale? Provo ad essere più esplicito: se ci fosse stato l’assenso del Papa all’ordinazione di quei quattro vescovi, il rito di Écône avrebbe comunque rappresentato un’espressione liturgica di una comunità cattolica? Immagino già che molti saranno portati a dare una risposta positiva a questa domanda, considerandola banale e proponendo gli argomenti noti circa il fatto che il vecchio rito non sia mai stato abrogato. Sul piano formale, potrei persino pensare di dare ragione ad una simile lettura. Eppure, mi sembra chiaro che non si possa parlare di comunità “cattolica” laddove la liturgia antica sia utilizzata come clava per rinnegare il Concilio Vaticano II.
La relazione tra liturgia e chiesa
A me le immagini e i video proveniente dalla controversa cerimonia che si è tenuta a Écône mi hanno trasmesso solo un’evidente ostentazione barocca del gusto dell’antico, visibilmente fuori dai tempi, fuori dai nostri tempi. Una roba da museo d’antiquariato, quasi. È un errore fermarsi alla superficie, derubricando lo sfarzo di pizzi, merletti, pianete riccamente decorate d’oro e gesti ieratici a un semplice fatto estetico. La forma è sostanza, tocca la fede. Lex orandi lex credendi. Vale a dire, il come preghiamo rappresenta il cosa crediamo. Ed è evidente che i seguaci del vescovo Lefebvre non credono in una delle acquisizioni teologiche fondamentali che il Concilio Vaticano II ha fatto maturare nella Chiesa cattolica: la necessità di interpretare la rivelazione del Vangelo alla luce dei “segni” dei tempi. Ne consegue: essere fuori dai tempi, dal tempo, significa non riconoscerne i segni. Che, sia chiaro, è cosa ben diversa dall’adeguarsi alle mode del momento. Vuol dire, più propriamente, dimenticare che è il principio stesso dell’incarnazione divina, sul quale si fonda la nostra fede in Gesù Cristo, ad imporre di non estraniarsi dal contesto storico e sociale che si abita. Da questo punto di vista, la faglia teologica relativa alla discussione tra vecchio e nuovo rito deve essere reinterpretata. Si è di fronte a due modi di pregare una stessa fede oppure a due modi di intendere la Chiesa? La seconda, per quanto mi riguarda. Basti pensare che il rito tridentino esalta l’immagine di un presbitero, unico e vero sacerdote, mediatore delle grazie celesti, isolato dal mondo e separato dal popolo. Mentre, la riforma conciliare restituisce la liturgia all’intero popolo di Dio, di cui anche il pastore fa parte; che è, in tutte le sue componenti, popolo sacerdotale mediante il battesimo.
Il rito tridentino e i giovani preti
Se l’idea della Chiesa come popolo di Dio è una questione di fede, com’è possibile continuare ad ammettere un rito che esprime visibilmente una realtà teologica ormai superata? Si dice (semplifico): “ma santi e padri della Chiesa hanno pregato in quel modo”. Vero, dal punto di visita storico. Ma oggi come Chiesa abbiamo maturato una consapevolezza differente, che è una consapevolezza teologica, perché ha a che fare con la dimensione divina della realtà in cui si crede, e crediamo.
Mi preoccupa pensare che oggi a diversi giovani presbiteri cattolici le immagini di Écône abbiano potuto fare una certa impressione positiva per il modo in cui la liturgia è stata celebrata. In questo momento non ho dati sociologici in mano, ma è sotto gli occhi di tutti un certo fascino di ritorno che sta contagiando la parte più giovane del clero. È sufficiente scrollare qualche post su Facebook, quale foto su Instagram o qualche video su TikTok per fare i conti con talari d’ordinanza rispolverate, fasce di seta, cappelli d’altri tempi, mantelline nere completamente in disuso fino ai pochissimi anni addietro, pianete ostentate nelle occasioni liturgiche più diverse. Probabilmente, come Chiesa, come Chiesa italiana, dovremmo essere più diretti nel dire che l’utilizzo della pellegrina nera o di altri indumenti dal sapore barocco non è questione di gusto estetico, di decoro, di eleganza, di senso del sacro. Tutt’altro. Dietro la riesumazione di questi simboli si nasconde il tentativo, più o meno consapevole, di introdurre surrettiziamente l’ecclesiologia della quale il vecchio rito è espressione (piramidale, gerarchica e clericale) dentro una Chiesa che ha scelto la strada della comunione, della sinodalità e della prossimità. Bisognerebbe così imparare a prendere le distanze da una rigidità formale che cerca risposte rassicuranti in un passato idealizzato, ponendosi in aperta, e talvolta consapevole, rottura con il cammino tracciato dal Concilio Vaticano II.
Vaticano II, non paura della storia
La lezione che proviene da Écône è chiara: non può esserci, non può più esserci, una Chiesa cattolica senza il Concilio Vaticano II, come ha dimostrato il profetico magistero di Papa Francesco. Così l’esperienza della Fraternita San Pio X ci mette davanti alla responsabilità di non frenare, non bloccare, non fare arretrare di un millimetro il soffio di novità, di libertà, di fiducia nel presente e nel futuro che è promanato dal Concilio Vaticano II. Questa verità bisogna affermarla anche, e soprattutto, nelle nostre liturgie. Una fede che si barrica dentro un museo per paura della storia non è più cattolica. È solo l’idolo di se stessa. Un idolo che rassicura le fragilità esistenziali di chi ci si scherma dietro, ma non è più capace di parlare alle donne e agli uomini del nostro tempo della speranza e della libertà evangelica.































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