Dalla mia finestra vedo alberi sui quali piccole foglie verde chiaro si moltiplicano…


Dalla mia finestra vedo alberi sui quali piccole foglie verde chiaro si moltiplicano. È la primavera, è il mondo si risveglia e che posso guardare con un senso di sicurezza, protetta dalle mura della casa in cui mi trovo. Un amico mi manda le foto di un’aiuola fiorita che la mamma aveva curato fin che le era stato possibile e che ora può guardare dalla finestra man mano che si trasforma al mutare delle stagioni. Mentre la madre sta protetta in casa, il figlio con pochi attrezzi può curare l’aiuola. La madre la riconosce, ma non solo sua, è di ambedue.

 Come a me, il risveglio della vita comunica anche a loro un’armonia dello svolgersi del tempo – il grande mistero della vita – che non sta nelle nostre mani. per quest’esperienza basta l’aprirsi del giorno e il movimento leggero delle foglie sugli alberi o di un fiore che si apre.

dipinto di Vah Gogh:Primavera

dipinto di Vah Gogh:Primavera

Anche la casa che ci protegge è un attrezzo, un artificio si dice con termine più tecnico, un prodotto tecnologico che abbiamo saputo costruire a nostro vantaggio, un incontro tra la natura in cui siamo inseriti e la cultura che abbiamo elaborato. In questo periodo nulla è stato per me prezioso come la casa, condizione per proteggermi dall’invasione di un virus che si comunica nelle relazioni più normali; nulla contemporaneamente ha mostrato con evidenza tanto quotidiana il paradosso in cui siamo inseriti. Portiamo in noi uno strano conflitto tra natura e cultura che si incardina sulla indispensabile coesistenza tra natura e artificio, attraversato però dal risorgere continuo di un’armonia, di una vita armonica che si lascia percepire ancora e nonostante tutto. Mi è stato inevitabile rileggere l’enciclica Laudato si’, pubblicata da papa Francesco il 24 maggio 2015, ormai cinque anni fa. Ne ho trascritto liberamente alcuni passaggi che non vorrei dimenticare. Mi ha fatto riflettere anche il fatto che quest’enciclica si inscriva in una presa di coscienza ecclesiale che emerge in documenti papali dal 1963, più di mezzo secolo fa.

Magritte, La casa

Magritte, La casa

1 – La natura, nostra casa comune è una sorella, cantava san Francesco d’Assisi, con la quale condividiamo l’esistenza, è come una madre bella che ci accoglie tra le braccia. San Francesco chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode.

2- Il tempo della vita, del mondo e nostra, ci inserisce in un continuo mutamento. Ma: benché il cambiamento faccia parte della dinamica dei sistemi complessi come quello naturale, la velocità che le azioni umane gli impongono oggi contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. Il cambiamento è auspicabile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita. Il funzionamento degli ecosistemi naturali è esemplare: le piante sintetizzano sostanze nutritive che alimentano gli erbivori; questi a loro volta alimentano i carnivori, che forniscono importanti quantità di rifiuti organici, i quali danno luogo a una nuova generazione di vegetali. Al contrario, il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie.

3- La costruzione degli artefatti, oggi inserito in un processo industriale di straordinaria velocità, è prigioniero di un Circolo vizioso - É vero che l’essere umano deve intervenire quando un geosistema entra in uno stadio critico, ma oggi il livello di intervento umano in una realtà così complessa come la natura è tale, che i costanti disastri causati dall’essere umano provocano un suo nuovo intervento, in modo che l’attività umana diventa onnipresente, con tutti i rischi che questo comporta. Si viene a creare un circolo vizioso in cui l’intervento dell’essere umano per risolvere una difficoltà molte volte aggrava ulteriormente la situazione.

4- L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme. Il rapporto fisico, personale, con la natura è vitale, non lo è vivere in un pianeta sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli. Non dovrebbe stupire il fatto che, insieme all’offerta dei prodotti artificiali, vada crescendo una profonda e malinconica insoddisfazione nelle relazioni interpersonali, o un dannoso isolamento.

5- La scienza e la religione, che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe. Come si passa dalla relazione armonica al conflitto: i racconti della creazione nella Bibbia suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate.

6 – Tutto è in relazione/tutto è connesso.  Nei racconti biblici era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri. Non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali. In ordine ad un’adeguata relazione con il creato, non c’è bisogno di sminuire la dimensione sociale dell’essere umano e neppure la sua dimensione trascendente, la sua apertura al “Tu” divino. Infatti, non si può proporre una relazione con l’ambiente a prescindere da quella con le altre persone e con Dio. Sarebbe un individualismo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’immanenza.

7- Dire creazione è più che dire natura - Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale. il pensiero ebraico-cristiano ha demitizzato la natura.

8- Il nostro impegno nei suoi confronti. Un ritorno alla natura non può essere a scapito della libertà e della responsabilità dell’essere umano, che è parte del mondo con il compito di coltivare le proprie capacità per proteggerlo e svilupparne le potenzialità. Se riconosciamo il valore e la fragilità della natura, e allo stesso tempo le capacità che il Creatore ci ha dato, questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. La trasformazione della natura a fini di utilità è una caratteristica del genere umano fin dai suoi inizi, e in tal modo la tecnica «esprime la tensione dell’animo umano verso il graduale superamento di certi condizionamenti materiali. La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l’essere umano

9- L’eccezionalità del cambiamento attuale- L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Non si può pensare di sostenere un altro paradigma culturale e servirsi della tecnica come di un mero strumento, perché oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante. La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. L’antropocentrismo moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché l’uomo non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio. La vede senza ipotesi, obiettivamente, come spazio e materia.

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