Munera 2/2020 – Calogero Miccichè >> Dal Trionfo della morte al trionfo della Vita. Il Coronavirus nel prisma dell’arte

Munera 2/2020 – Calogero Miccichè >> Dal Trionfo della morte al trionfo della Vita. Il Coronavirus nel prisma dell’arte

Viviamo giorni tremendi nei quali una particella invisibile agli occhi è riuscita in poche settimane a mutare la nostra vita e la consapevolezza che avevamo di noi stessi e dell’umanità. Se tanti cadono dolorosamente come foglie scosse dal vento, i più ci ritroviamo immersi in un mondo che sembra destinato a mutare rapidamente i propri colori, cioè i propri punti di riferimento culturali, sociali e geopolitici.

Sappiamo che il sole tornerà a risplendere tra qualche tempo, ma come sarà dopo? Mentre andiamo alla ricerca di risposte, credo che una chiave per leggere gli eventi di questi giorni possa venire dall’arte.

Le prime reazioni al diffondersi del virus sono state di spiritosa normalizzazione. Ne è un esempio il murales realizzato qualche settimana fa dall’artista Tvboy, che ha reinterpretato in chiave emergenziale il famoso bacio di Hayez dotando gli amanti di mascherine e amuchina. Dinanzi a una malattia inizialmente descritta come poco più di un’influenza (almeno per quanti non avessero superato una certa età) la reazione istintiva dei più è stata quella di non fermarsi (#Milano non si ferma) e di riaffermare piuttosto la vitalità e la voglia di normalità applicando mascherine alle principali icone dei nostri giorni.

Poi i morti hanno continuato a crescere inesorabili, i servizi ospedalieri e cimiteriali a collassare, i decreti legge e le ordinanze governative a moltiplicarsi e allora l’atteggiamento è cambiato, anche l’arte si è resa conto che non c’era più spazio per la normalità. Così, mentre taluno ha svuotato da ogni soggetto i luoghi rappresentati in opere celebri (una per tutte il Cenacolo vinciano), l’immagine diventata il simbolo di questi giorni è la foto che mostra una colonna di mezzi militari carichi di bare.

La morte ha fatto così il suo ingresso nell’immaginario collettivo benché ancora de relato, con una sorta di metonimia (il camion contenitore per il suo contenuto) che esprime la fatica tutta contemporanea di confrontarsi con questo momento della vita.

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