“Solo la mamma e il papà ti vogliono bene”: il tabù di Camisasca e Mueller.


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Credo che sia giusto, di fronte ad affermazioni aberranti come quelle che in questi giorni sono state rilasciate da pastori della Chiesa cattolica, mettere da parte la emotività e usare la testa. La teologia ha anche questo compito: esaminare gli argomenti che si portano per prendere una determinata posizione. A me pare che nelle dichiarazioni sia di Mons. Camisasca, sia di Mons. Mueller, ci sia la presenza di un “argomento nascosto”, che comanda l’intero ragionamento e che conduce entrambi a conclusioni del tutto inadeguate all’oggetto della discussione. E’ giusto che la città ne parli, e si scandalizzi. E’ giusto che la chiesa ne parli, e si scandalizzi anch’essa. Procedo molto semplicemente riportando anzitutto alcune affermazioni dei due pastori e poi esaminandone la debolezza. Preciso che di Mueller abbiamo due lunghe interviste (del 23/10/2020, su cui, con Riccardo Saccenti ho già scritto qui), di cui prendo solo tre frasi esemplari. Mentre Camisasca ha rilasciato una breve intervista-video (del 24/1072020), della quale esamino la frase centrale.

Alcune espressioni della “sofferenza teologica”

In una delle interviste, Mueller fa la seguente affermazione, rispondendo alla domanda in cui si dice: “Francesco, tuttavia, non parla di matrimonio”

“Le unioni civili per la Chiesa non significano nulla. Esistono amicizie non-erotiche fra persone dello stesso sesso e dell’altro sesso ed entro questo perimetro la Chiesa deve stare. Il resto non le appartiene”

E poi, riferendosi alle parole del papa aggiunge:

Le sue parole hanno provocato una confusione nella dottrina cattolica

E nell’altra intervista Mueller è ancora più esplicito. Alla stessa domanda che chiede: “Ma Francesco non ha parlato di matrimonio…ma di unioni civili” Mueller risponde con queste parole:

“E quale è la differenza, in fondo? In molti Stati le cosiddette unioni civili sono state soltanto la premessa del riconoscimento del matrimonio gay. Per questo tanti fedeli sono disturbati, pensano che queste parole sarebbero solo il primo passo verso una giustificazione delle unioni omosessuali, per la Chiesa, e questo non è possibile”

Da parte sua Camisasca, pronuncia solo tre brevi frasi, a braccio, con cui “interpreta” ciò che il papa ha detto: che le persone omosessuali devono essere accolte come figli di Dio; poi ha aggiunto due frasi che trascrivo:

“Il papa ha detto che hanno diritto di avere una famiglia, questa famiglia è la famiglia dei loro genitori. Il papa non ha equiparato unioni civili e matrimonio: il matrimonio riguarda un uomo e una donna, le unioni civili riguardano altre situazioni”.

Il “tabù” di Mueller e Camisasca

Come è evidente, le due posizioni non coincidono nell’intento di fondo: mentre Mueller contesta “paolinamente” il papa, Camisasca offre una interpretazione che gli garantisce il più ampio consenso. Ma entrambi non colgono la novità positiva, ossia il recupero della “pluralità di fori” di cui ha bisogno la esperienza familiare. Era stato Paolo Prodi, in un mirabile studio sulla “idea di giustizia” a notare come il medioevo avesse conosciuto la possibilità di giudicare la stessa realtà su diversi livelli paralleli. In questa linea come non dimenticare che S. Tommaso d’Aquino, da uomo medievale, dice che il matrimonio è “generatio ad diversa: ad naturam, ad civitatem, ad ecclesiam?

Proviamo a scoprire quale sia, per Mueller e per Camisasca, il “punto cieco” del loro ragionamento. Credo che sia la nozione di “famiglia”, che entrambi non riescono a distinguere dalla nozione di matrimonio. Per entrambi funziona un doppio sillogismo massimalistico che potremmo formulare così:

Primo sillogismo:

a) c’è vita familiare meritevole di tutela giuridica solo dove c’è matrimonio

b) per le persone omosessuali non può esservi matrimonio

c) Ergo l’unica forma familiare che essi possono conoscere è la famiglia di origine.

Non è difficile capire con quali lenti deformate questo ragionamento guarda al di là della sacrestia.

Il secondo sillogismo è questo

a) L’unico luogo di esercizio della sessualità è il matrimonio

b) Le persone omosessuali non possono sposarsi

c) Ergo la loro condizione di peccato può essere salvata solo da “relazioni non-erotiche”

Si scambia il compito con il fatto e si ragiona come se questo non fosse l’ideale, ma il reale.

Il nuovo orizzonte

Che cosa dobbiamo ammettere, diversamente da Mueller e da Camisasca? Le due affermazioni sulle quali oggi occorre riflettere, e che il magistero di Francesco ha “messo in cantiere” fin dal doppio Sinodo sulla famiglia, possono essere così sintetizzate:

- il primo sillogismo parte da una affermazione “astratta”: la coincidenza di famiglia e matrimonio. Questo non è mai stato vero, e non lo è neppure oggi. La forma di vita familiare e l’istituto del matrimonio non sono mai stati sovrapposti. Soprattutto occorre riconoscere con lucidità che oggi – come nel mondo antico, medievale e moderno, sia pure in modalità differenti – si danno “famiglie” che non hanno alla base un matrimonio. Il “fatto familiare” pone gesti, relazioni, generazioni, vite conviventi, di fronte alle quali la Chiesa mai ha potuto cavarsela dicendo “non ci appartiene”. Il primo errore “di logica ecclesiale” sta qui.

- il secondo sillogismo è correlato al primo, ma si muove piuttosto sul piano “morale”. Ed elabora una “teoria generale della sessualità” ristretta soltanto alla sfera matrimoniale. Tutta la sessualità esercitata “fuori dal matrimonio” è “offesa alla castità”. Di qui tutti i “vizi della castità”, contemplati dal catechismo sotto il lemma “de sexto”. Se passiamo dal “compito” al fatto, dobbiamo riconoscere, non solo da oggi, che l’esercizio della sessualità esiste e fiorisce anche prima e accanto rispetto al matrimonio. Può non piacerci, ma è così. Pensare di poter ridurre tutta la esperienza al principio dell’unico luogo legittimo come luogo matrimoniale è un ideale che si idealizza e diventa violento. Assumere con lungimiranza il fenomeno della “sessualità” non semplicemente come una “funzione della riproduzione” implica un ripensamento profondo di queste categorie troppo rigide e perciò disumane.

Lo scandalo della città e lo scandalo della chiesa

La durezza e la rigidità con cui i due pastori si sono espressi sul tema “unioni civili” è il risultato di un doppio pregiudizio che paralizza il rapporto con la esperienza. Siccome si assolutizzano categorie vecchie del pensiero istituzionale e morale della Chiesa – elaborate per altri mondi rispetto al nostro – si cade in affermazioni di una estrema gravità. La indifferenza verso la “cura civile” e la proposta di soluzione “familiare” con quello che spesso è il problema – la famiglia di origine e non la famiglia elettiva – indica che la mancanza di buona teologia diventa, per i pastori e per i cristiani, una sorta di analfabetismo di ritorno, che altera non solo la possibilità di dare risposte sensate, ma la capacità di vedere i problemi nella loro evidenza. Questo è grave e, se si tratta di vescovi, è anche scandaloso. E’ scandaloso che questi pastori non riescano a cambiare ottica, neppure se glielo dice un papa. E preferiscano o contestarlo visceralmente o farlo passare per un vecchio rimbambito che alla domanda di un giovane di “smammare da casa” rispondesse “solo la mamma e il papà ti vogliono bene”. Paternalismo morale e vecchi pregiudizi antimodernisti non permettono di capire neppure la domanda che sale dalla vita e suggeriscono così risposte che suonano, allo stesso tempo, comiche e arroganti.

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