Nuova teologia eucaristica (/11): “Hoc Facite” di Zeno Carra (/1)


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Talvolta accade che, nel bel mezzo di una ricerca, quando le scoperte sono interessanti e le strade che si aprono non piccole, di colpo, ci si imbatte in un testo di sintesi, che manifesta una lucidità e una autorevolezza del tutto particolari. Siamo di fronte a uno di questi casi. Tanto più è sorprendente che anche in questo caso – come già abbiamo visto per i lavori di M. Belli, L. Della Pietra, M. Rouillé d’Orfeuil e C. U. Cortoni – ci troviamo di fronte ad un’opera prima di un giovane studioso, che, sotto la guida di una teologa esperta come Stella Morra, ha scritto Hoc facite. Studio teologico-fondamentale sulla presenza eucaristica di Cristo (Assisi, Cittadella, 2018, pp. 287).

Si tratta “soltanto” del testo di una “licenza” presentata alla Pontificia Università Gregoriana, ma che manifesta una lucidità di analisi e una profondità di elaborazione degne della massima attenzione.

Vorrei iniziare qui a presentarne il contenuto, che meriterà almeno un secondo intervento di recensione. Prima di offrire una breve sintesi del lavoro e del suo cuore, vorrei indicare un pregio strutturale del lavoro.

1. Una struttura originale

Fin dalle prime righe il libro di Zeno Carra muove da una urgenza “spirituale”: come dire la presenza di Dio oggi. Ma per rispondere a tale questione fondamentale, che trova proprio nella eucaristia uno dei suoi “luoghi” classici, Carra costruisce una “macchina” raffinata di mediazioni. Anzitutto collocando la propria ricerca sul piano non immediatamente sacramentale o liturgico, ma a livello di teologia fondamentale. In particolare egli coglie, dire quasi visceralmente, la esigenza di mettere a tema il “modello teorico” di comprensione della “presenza eucaristica”, e lo ricostruisce con finezza e precisione. All’interno di questa “ingegneria del modello” – more geometrico demonstrata – egli riesce a maturare una libertà di giudizio e una lucidità di sguardo sul piano della teologia del sacramento e della liturgia che difficilmente si possono incontrare altrove. Vorrei dire che proprio la “mossa teorica” di collocarsi sul piano di quella “teologia fondamentale” – che papa Francesco, con una battuta irresistibile , ha tradotto nella penosa esperienza di “succhiare un chiodo” -  si rivela capace di liberare un gusto di rilettura e una profondità di comprensione altrimenti impossibile. E in tal modo rende evidente come il lavoro dei teologi dei sacramenti  e dei teologi della liturgia, se non elabora una profonda consapevolezza del modello di “ratio” mediante cui essi strutturano le loro teologie, non riescono a “servire pienamente” il proprio oggetto, rischiando di passare la vita a succhiare chiodi, bulloni, viti, falci o martelli.

2. La trama del racconto

La trama del “romanzo” di Z. Carra è presto detta. La tradizione medievale (S. Tommaso) e moderna (Concilio di Trento) ha elaborato un poderoso modello di “spiegazione” e di “fruizione” della presenza eucaristica, che ha isolato l’”ente” dal rito, con conseguenze pesanti sulla concezione di Cristo, dell’uomo e della Chiesa (Cap. I) . Tale modello è rimasto pressoché immutato fino agli inizi del XX secolo quando una serie di novità (Movimento Liturgico, teologia sistematica e Riforma liturgica) hanno iniziato una serie di “operazioni sul modello”, il cui esito è ancora aperto (Cap. II). Di qui scaturisce la esigenza di configurare un “nuovo modello”, che custodendo il patrimonio di fede e di esperienza della tradizione, sappia “pensarla” e “viverla” in modo più profondo e più pieno (cap. III).

3. Il cuore del testo

Dove sta il cuore del testo? Credo che si possa descrivere così: per assicurare una presenza non astratta, ma “reale” di Cristo nella Chiesa, occorre destrutturare e decostruire il modello classico, al cui interno si creano sempre più interferenze distorte e mutilazioni della esperienza. Al centro di questo profondo ripensamento sta la “forma” del sacramento, che deve essere riconosciuta come “processualmente agita”. Questa ricomprensione della forma rilegge con lucidità i passaggi fondamentali della riforma liturgica come decisivi per rendere di nuovo accessibile l’eucaristia come sacramento che “non ha la sua realizzazione in ciò che accade in un ente spazialmente considerato nella sua inseità, attorno al quale si designerebbe secondariamente e consequenzialmente una forma rituale” (241). La riscoperta della “forma rituale” come essenza della eucaristia  impedisce la grave scissione tra sacramento e uso e costringe ad un ripensamento del modello che si identifica con la “transustanziazione”, perché esso, nel nostro mondo, non permette – a priori – di pensare e di vivere adeguatamente né Cristo, né l’uomo né la Chiesa.

Per questo, al centro della celebrazione eucaristica, non stanno “parole dette su pane e vino”, ma una azione complessa, una sequenza, che inizia dalla preparazione dei doni, attraversa tutta la preghiera eucaristica, passa attraverso la frazione del pane e giunge alla comunione. “Agire tale azione è la forma strutturale della messa” (207).

La lucida evidenza di questa rilettura coinvolge la teologia liturgica e la teologia sistematica in una nuova e appassionante collaborazione, resa urgente dalla necessità di predisporre un modello nuovo per la teoria e per la prassi, che ha il suo cuore nel superamento di questa antica opposizione tra sacramento e uso, cui corrispondono storicamente le due discipline di studio e di formazione. Su questo crinale rischioso Zeno Carra si è mosso con una accuratezza e una autorevolezza davvero fuori dal comune.

Stella Morra ha scritto giustamente una bella Prefazione a questo libro. Forse un Prefetto di Congregazione avrebbe potuto o dovuto scrivere una Presentazione. Siamo invece abituati a Prefetti che, in materia liturgica, scrivono prefazioni solo a libri brutti, dal disegno quasi sempre nostalgico, senza vero respiro e che spesso trovano nella prefazione autorevole l’unico vero motivo di rilevanza. Questo è un segno di debolezza: oggi, quando la teologia è di alta scuola, e apre prospettive promettenti, theologi adsunt, absunt Praefecti.

(segue – 1)

 

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