Lund, la comunione e la donna Vescovo. Questione ecumenica e questione cattolica


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Come è evidente, il gesto storico che papa Francesco ha compiuto il giorno 31 è molto più avanti delle parole con cui tutti noi possiamo commentarlo. La fraternità e la sororità che ha saputo esprimere e far sperimentare sta molto oltre i concetti e le rappresentazioni che possiamo utilizzare per descriverlo e per valutarlo.

Due esempi possono farci capire che cosa significa questa “distanza”.

In primo luogo, nella Dichiarazione congiunta, si auspica un rinnovato impegno ecumenico anche a livello teologico sul piano della eucaristia. Le differenze tra luterani e cattolici non possono più essere comprese semplicemente sulla base dei “canoni tridentini di condanna”. La prassi liturgica del cattolicesimo, nella sua storia recente, ha conosciuto un grande rinnovamento che contribuisce ad avvicinare le parti. La riscoperta della “comunione” come luogo centrale della celebrazione eucaristica permette di rileggere la nostra tradizione in una nuova sintonia con quella protestante. Ma ciò esige un “lavoro profondo” di comprensione e di spiegazione della “presenza di Cristo” che esca dalle contrapposizioni storiche tra “transustanziazione” e “consustanziazione”. Poter dire, oggi, una comunione possibile tra cattolici e luterani nella Santa Cena richiede un lavoro accurato sulle categorie teologiche e sulle loro premesse e conseguenze pratiche, spirituali e oranti.

Allo stesso modo possiamo dire del discorso sul ministero ordinato. In questo campo alla esperienza differenziata e articolata della tradizione protestante corrisponde una “esperienza bloccata” in campo cattolico. Noi non riusciamo ad uscire da un “blocco” che riguarda ogni altra “figura” di ministro che sia diversa dall’“uomo maschio celibe”.

Da un lato una elaborazione diversa della necessità della “vita celibataria” e la rilettura di una possibilità del “ministero uxorato” – non solo a livello diaconale – potrà avere un suo spazio di obiettivo sviluppo.

D’altro canto, una reale integrazione della donna nel ministero ecclesiale, deve superare blocchi molto più radicali e pregiudiziali, che si alimentano di una serie di “indistinzioni” sulle quali sarebbe giusto – almeno ecumenicamente – soffermare lo sguardo. Provo ad elencarli qui, per favorire un dialogo più sereno sul tema:

a) ministero ecclesiale è più che “donna-prete”: il dibattito che di recente si è aperto, su impulso di papa Francesco, circa la opportunità di “ordinazione diaconale” per le donne costituisce un tema delicato e decisivo. Purché si comprenda che il diacono è “ministro ordinato” e che in questo senso la donna entrerebbe, così, nell’ambito dell’ordine sacro.

b) la autorità della Chiesa implicata nella decisione: che la ordinazione diaconale delle donne, quando fosse ritenuta possibile e opportuna, non intaccherebbe minimamente quanto stabilito da “Ordinatio Sacerdotalis”, la Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II, che non riconosce alla Chiesa la autorità di estendere alle donne la ordinazione “sacerdotale” (ossia al presbiterato e all’episcopato);

c) la non irreformabilità di Ordinatio Sacerdotalis: che, in una prospettiva più lunga, la autorità ecclesiale potrebbe riconoscere domani di avere la autorità di estendere la ordinazione sacerdotale anche alla donna. Infatti il testo del 1994 è “definitive tenendum”, ma non in modo assoluto. Solo finché la Chiesa non riterrà di avere quella autorità che nel 1994 ha ritenuto di escludere. Mancando dei requisiti di “infallibilità”, il documento è solo relativamente irreformabile.

Il Viaggio a Lund, tra andata e ritorno, ha mostrato che accanto a una questione ecumenica rimane una questione cattolica, su cui papa Francesco è alle prese da quasi 4 anni. Non si affronta la prima senza affrontare anche la seconda. E il papa è il primo ad essere consapevole di tutto ciò. Senza una teologia della eucaristia e del ministero all’altezza della sfida, non si farà molta strada.