La legge, i giudici e la famiglia: questioni aperte intorno alle “analogie di famiglia”


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In un bell’intervento, nel quale manifesta le sue riserve rispetto ad alcune reazioni apparse su “Avvenire”, il prof. Pierluigi Consorti, canonista dell’Università di Pisa, mette in rilievo alcune questioni di fondo, sulle quali un vero approfondimento all’interno della Chiesa cattolica attende ancora uno sviluppo significativo. Vorrei riproporre qui di seguito il testo di Consorti, al quale farei seguire una serie di osservazioni, utili a continuare un dibattito necessario.

L’articolo di Pierluigi Consorti

Il testo di Consorti si legge a questo indirizzo:  http://people.unipi.it/pierluigi_consorti/lo-sguardo-etico-sul-diritto-laico/

Lo riproduco qui di seguito, per comodità del lettore:

Lo sguardo etico sul diritto laico

Lo scorso 10 marzo il Direttore dell’Avvenire   — sollecitato da un lettore che gli chiedeva di esprimersi in relazione alle recenti sentenze che hanno legittimato l’adozione da parte di coppie omosessuali — ha scritto che i giudici «non amministrano una giustizia nella quale ci si fa carico dell’interpretazione della legge, ma rivelano una attività normativa impropria […] che si fonda sulla disapplicazione della legge vigente in Italia e persino sul suo capovolgimento in nome di un’altra legalità». Opinione legittima per un giornalista, ma impropria per un giurista. Non trovo calzante che egli si sia appoggiato sul parere autorevolissimo di Carlo Cardia, che in realtà il giorno precedente aveva espresso critiche molto più raffinate, senza entrare nel merito delle sentenze richiamate. Né chiamerei in causa l’articolo di un magistrato amministrativo che sullo stesso giornale aveva giustamente avvertito che «le sentenze dei giudici scavalcano le leggi nazionali e ne travolgono i confini». Quest’ultima osservazione non è infatti una profezia catastrofica, ma un semplice dato di fatto, perché i giudici nazionali devono applicare le norme tenendo conto dei principi generali. Che a loro volta si traggono da un complesso di riferimenti desunti da Convenzioni e trattati internazionali, che funzionano come ineludibili “segnapista”. In questo senso bisogna far pace col fatto che il genere e l’orientamento sessuale non possono essere causa di discriminazione. I diritti fondamentali appartengono agli uomini e alle donne, ai bambini e alle bambine, ai vecchi e alle vecchie senza ulteriori distinzioni.

Vuol dire che oggi le famiglie sono plurali, monocolore e arcobaleno, e la stessa filiazione segue regole un tempo impensabili, ma oggi possibili. Ognuno può esprimere in proposito il proprio giudizio morale, anche negativo. Ma questo non può diventare un criterio guida per il diritto, che è e deve restare laico. Non voglio essere frainteso: quando dico laico non intendo senza valori o senza principi, ma libero dalla soggezione a criteri guida religiosamente o ideologicamente qualificati.

La laicità del diritto garantisce tutti, e anche i cattolici dovrebbero difenderla con tutte le loro forze. Invece sembra prevalere una resistenza, talvolta aperta e altre volte sottile, che nasconde un’idea tradizionale del diritto come espressione del potere. In altre parole, se non riesco a convincere della bontà (o della malignità) di certe scelte, chiedo al diritto di imporle (oppure vietarle). E quando mi accorgo dell’impotenza del diritto, me la prendo col mondo che disobbedisce. E se penso che si debba disobbedire, allora me la prendo con chi obbedisce. Questa visione cattolica – diciamolo pure, integralista – mi ricorda la tentazione antica di chi si affida alle regole perché non confida nella libertà della coscienza. Impone invece di proporre. Segue strade vecchie – che hanno dimostrato ampiamente la loro fallacia – in un mondo oramai distante anni luce dai riferimenti tradizionali. Il diritto, lo Stato, le Chiese, le religioni, il mondo si presentano in modo complesso e superdiversificato: chi vuole leggerlo attraverso codici nazionali assomiglia a chi cerca di svuotare il mare con un cucchiaio.

I giudici di Trento e di Firenze hanno scritto buone sentenze. Hanno risposto alle domande applicando correttamente la legge nazionale che disciplina l’efficacia interna degli atti stranieri. Hanno detto che il loro punto di riferimento deve essere l’interesse del bambino, e hanno ritenuto che per quei bambini la continuità degli affetti fosse più importante di altri criteri. Questo – in effetti – dice la legge. Possiamo non essere d’accordo con le unioni civili, possiamo considerare l’aborto un omicidio, possiamo deplorare le madri surrogate: ma non possiamo pensare di imporre il nostro punto di vista.

Sarebbe peraltro una battaglia persa. Possibile che i cattolici italiani non abbiano imparato nulla dal referendum sul divorzio, l’aborto, la procreazione assistita? È soddisfacente chiamare il matrimonio fra persone dello stesso sesso “unione civile”? Ha senso vietare l’adozione del figlio del partner? Quali diritti umani stiamo difendendo?

Un’ultima considerazione vorrei farla sul presunto «diritto dei figli a essere allevati da papà e mamma» richiamato da Carlo Cardia. Che offre così un’immagine idilliaca, eppure mitica. Quanti sono i bambini cresciuti senza uno dei due genitori? E quanti sono curati da mamme e papà che non li hanno concepiti? Il mondo è pieno di ferite. Che la legge non può ignorare: adottare significa dare un padre e una madre a chi non li ha. Talvolta basta uno dei due. I bambini hanno diritto ad una famiglia, e le famiglie sono plurali. Forse non lo capiamo o non lo apprezziamo, ma i diritti non nascono dalla legge: sono un prodotto dei bisogni umani. La legge deve essere capace di tradurre certi bisogni in diritti, altrimenti è ingiusta (questo me lo ha insegnato il Prof. Cardia: forse ha cambiato idea?)

(Pieluigi Consorti)

Alcune osservazioni per continuare il dibattito 

I punti-chiave che meritano attenzione in questa analisi sono tre:

a) La “posizione cattolica” – almeno per come appare espressa su “Avvenire” – sembra inclinare alla pretesa di una prassi giudiziaria che non tenga conto di condizioni di fatto significative. Se è vero, infatti, che l’ordinamento voluto dal legislatore nulla dice intorno ai diritti di “filiazione” di coppie dello stesso sesso, è altrettanto vero che il giudice debba procedere “per analogia” a tutelare i diritti dei figli ad avere un riferimento parentale stabile. Certo, nel caso della “maternità surrogata” vi sono questioni non piccole, che possono condurre ad uno “scontro tra diritti” che appare drammatico. Ma lo scandalo per il provvedimento dei giudici risulta, da questo punto di vista, poco realistico. Ignorare la realtà non è un buon modo per onorarne le istanze, per quanto esse possano apparire problematiche e ambigue. E mettere sullo stesso piano diritti di coppie omoparentali, questoni sulla “teoria del gender” in ambito educativo, possibilità di eutanasia, obiezione di coscienza e offese al sentimento religioso non sembra una scelta efficace. Tende ad un “discredito dell’individualismo moderno” che è, quanto meno, unilaterale.

b) La esperienza nazionale – che l’Italia ha già conosciuto almeno in tre casi (divorzio, aborto e fecondazione assistita) – segnala la esigenza di una accurata distinzione tra ciò che è moralmente raccomandabile o preferibile e ciò che sul piano giuridico può essere riconosciuto e tutelato. Saper comprendere questa differenza e saperla declinare nella storia diviene oggi una esigenza fondamentale per il dialogo con la cultura contemporanea. Famiglia, matrimonio, adozione, filiazione sono termini che si declinano anche analogicamente. Questa analogia non è semplicemente un modo di “distruggere” la famiglia, il matrimonio e la filiazione, ma un modo di “viverlo diversamente”. Che il diverso non sia il nemico è un insegnamento che la Chiesa dovrebbe aver ben chiaro, piuttosto che farselo insegnare dalla cultura moderna. Ma, lo ripeto, un approccio apologetico “antimoderno” non è utile e perde molte distinzioni, alle quali il giurista non può rinunciare. Questo non significa non rilevare molti punti critici della situazione normativa ed etica del nostro tempo: ma pretendere di giudicarla sommariamente non aiuta ad essere più saggi e lungimiranti.

c) Una concezione esclusivamente “pedagogica” della legge tende a pensare che i diritti scaturiscano solo dalla legge. E che quindi ci si debba opporre alle leggi che fanno sorgere “diritti sbagliati”. Consorti ricorda, in conclusione, che il luogo sorgivo dei diritti sono sempre anche i “bisogni degli uomini e delle donne”: questo è un punto che qualifica tutta la storia dell’epoca tardo-moderna. La Chiesa ha avuto spesso la tendenza a leggere i diritti come “minacce per l’autorità”, prima che come risposte a nuove possibilità di vita e di esperienza. Un accurato discernimento delle “ferite” dovrebbe indurre a più moderate reazioni. Un ordinamento istituzionale composito, fatto di parlamento, governo e magistratura, trova di volta in volta equilibri nuovi per rispondere adeguatamente a bisogni nuovi. Come dice Amoris Laetitia (n.304), pretendere di giudicare ogni persona e ogni situazione solo sulla base della legge oggettiva, senza tener conto delle circostanze, è una soluzione “meschina”. Non vorrei che, dopo aver letto questo grande testo, e averlo anche lodato, tutti noi continuassimo a fare come se queste alte parole – che certo implicano un svolta culturale non piccola – non fossero in grado di incidere sul modo con cui giudichiamo non solo le pastorali familiari di una Chiesa, ma anche le politiche familiari di una nazione. Le quali hanno bisogno di un approccio capace di nuovo slancio, di coraggio, di autentica lungimiranza, ma non possono mai alimentarsi né di resistenze integralistiche né di argomentazioni fondamentalistiche.

(Andrea Grillo)