La curia romana e la messa privata: un problema secolare


messeindividuali

Le dichiarazioni contenute nella lettera del card. R. Sarah, a proposito della “messa individuale”, devono essere lette alla luce di una questione secolare. Da quando la Chiesa Romana si è data una burocrazia centralizzata, i soggetti di tale organizzazione burocratica centrale, almeno a partire dal medioevo e in modo ancora più accentuato dopo il Concilio di Trento, hanno iniziato ad assumere un ruolo di “corporazione” all’interno della Chiesa romana, plasmando in qualche modo la tradizione a partire dalla loro percezione particolare, e molto unilaterale, della vita ecclesiale. Per questo non è possibile comprendere le parole della lettera di Sarah se non mettendole in successione con le “forme di vita” che la Curia romana ha di fatto imposto ai propri membri, da molti secoli. Sia chiaro: vi è una pressione che l’ambiente esercita proprio per il fine istituzionale che persegue, e che incide direttamente sui vissuti dei soggetti che ne fanno parte. E’ la “forma di vita” a strutturare la comprensione e la pratica. Già a partire dal Medioevo si racconta, infatti, che la preghiera “secundum usum Romanae Curiae” si è imposta su tutti i chierici, di fatto creando quella forma del “breviario” che è diventato, per secoli, la forma ordinaria di preghiera di tutti i chierici. C’è da notare che questa forma era “alleggerita” nel carico di salmi e di preghiere, a causa del lavoro burocratico cui erano tenuti gli ufficiali di Curia. In modo simile la Curia Romana, con le sue forme di vita inevitabilmente burocratiche – ossia in ragione degli uffici da svolgere da parte dei suoi membri – ha profondamente segnato l’esperienza di celebrazione eucaristica, spesso riducendola a “messa privata” prima dell’inizio dei lavori di ufficio. Accade ancora oggi, infatti, che molti “ufficiali” – prima di iniziare la giornata di lavoro – accedano alla preghiera e alla messa in forma rigorosamente privata, senza comunità, senza popolo, da soli. Mi hanno raccontato che anche tra i più giovani membri della Curia Romana – ad esempio i numerosi giovani presbiteri che servono nella Congregazione dei Vescovi, per istruire le pratiche per le diverse Chiese nazionali – spesso vivano la loro esperienza di preghiera e di eucaristia in forma rigorosamente individuale, senza comunità e senza popolo. Devono contribuire alla scelta dei pastrori, ma non vivono per nulla una vita pastorale. Questo rappresenta un limite antropologico, pastorale, spirituale e teologico che segna profondamente la Curia Romana e che informa di sé, almeno potenzialmente, tutte le diverse Curie sparse per la Chiesa Universale. Non è un caso che uno dei risvolti più preoccupanti di questa tendenza sia stata l’idea – che la Curia Romana ha audacemente concepito e proposto – che si possa parlare di un “diritto di ogni presbitero a decidere liberamente con quale rito (NO o VO) celebrare la messa senza popolo”. Questo articolo, che sta all’inizio del MP Summorum Pontificum, è una sorta di premessa necessaria per capire le reazioni ai divieti di “messa individuale” imposti dalla Segreteria di Stato. Su questo punto, così delicato, ogni presbitero – leggi ogni ufficiale della Curia Romana – si è convinto di non dover rispondere a nessuno. E siamo pienamente all’interno di quella lettura, certamente più alta, ma sintonica, con cui della messa si parla, da 1300 anni, come di “ecclesiasticum officium”: questa è la distorsione di sguardo e di prospettiva che negli ultimi 100 anni si è caricata di una apologetica prima antimoderna e poi anticonciliare. Così una norma che nasce dall’ambiente particolare della Curia Romana – e che porta con sé tutte le caratteristiche antropologiche e ecclesiologiche che quel mondo inevitabilmente conosce e determina – rischia di interferire con la norma pastorale, spirituale e teologica che fa della “messa individuale” un caso estremo, raro e eccezionale, e che guarda invece come normale, salutare e benefico per il nutrimento spirituale e personale la messa celebrata e concelebrata con il popolo, intesa come “atto comunitario” e non come “atto individuale”. Non stupisce che R. Sarah, in quanto cardinale di Curia, si sia mosso sulla scia di altri tre cardinali di curia (Burke, Mueller, Brandmueller): la forza dell’”usum Romanae Curiae” supera ogni ragionevole teologia, spiritualità o antropologia. E può inventare gli argomenti più strani e strampalati pur di aver ragione, per custodire gelosamente quei privilegi che la pratica burocratica ha imposto agli “homines curiae”. Se Dio vuole, non tutta la Curia Romana corrisponde a queste idee estreme. Ci sono esempi ragguardevoli che si muovono in senso diverso e anche opposto. Ma le messe agli altari laterali di S. Pietro sono diventate, nei decenni, quasi dei “simboli” di affidabilità e di lealtà di curiali obbedienti. E questo è potuto avvenire nel silenzio generale, alimentando una sorta di “vita parallela” sul piano liturgico, che ha lasciato il segno. Ed è inevitabile che anche la Riforma Liturgica, letta dalla Curia Romana, appaia come un “apparato simbolico-rituale” sovrabbondante, non necessario, eventuale e accessorio, rispetto alla prassi normale per un ufficiale, che è fatta di atti individuali, in una lingua non più in uso, nei quali egli rischia di identificare non tanto il suo “mestiere curiale”, ma la sua “identità cristiana e ministeriale”. Per questo non è importante con quanta fragilità e ingenuità teologica si cerchi di difendere l’antico privilegio, ma il fatto di usare tutti gli argomenti a disposizione – anche quelli meno ragionevoli – pur di non uscire dal bozzolo. Fino a sostenere che sarebbe molto meglio che ogni ufficiale celebrasse una messa privata diversa, piuttosto che due o dieci curiali si incontrino e concelebrino insieme, per non “diminuire il dono di grazia” e così produrre un “danno incommensurabile”. Ma la grazia qui non c’entra. Qui è in gioco solo la libertà di restare come si è: piccoli o grandi principi, che “dicono messa” da soli, in latino, magari in VO, senza rispondere ad altri che a Dio. Nel cuore della Curia Romana, da secoli, la più alta obbedienza si sposa con la più radicale e indifferente anarchia. Far entrare lo spirito della Riforma Liturgica nella Curia Romana è la prima grande riforma della Curia, che riguarda la radice più delicata – ossia quella simbolica e rituale – di una diversa autocomprensione ecclesiale e pastorale, perché la piramide diventi realmente “capovolta”. Finché la piramide non si capovolge, la messa più pura, più intensa e più pia apparirà sempre e solo quella privata. E si troverà sempre un teologo spensierato, disposto a dimostrare che una messa privata può essere più pubblica e partecipata di una messa con folla di popolo. E così si potrà continuare a pensare di poter dormire tranquilli e in grazia di Dio, nella più grande delle 7 stanze del proprio appartamento di 300 metri quadrati:  perché lo stile curiale, almeno ai suoi gradi più ragguardevoli, non è fatto solo di messa individuale.

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