“Ite missa non est”: conoscenza per contatto e profilassi dal contagio


Assemblea-liturgica

Le vicende degli ultimi giorni, legate alla prevenzione sanitaria contro la possibile epidemia del “COVID 19″, hanno coinvolto anche la Chiesa cattolica, che ha assunto decisioni importanti a riguardo delle proprie “azioni rituali”, in particolare della eucaristia. Di fronte a queste decisioni, dovute a responsabilità, alcuni hanno reagito, denunciando la “arrendevolezza” ecclesiale alla pressione della opinione pubblica. Qualcuno è arrivato a dire, rievocando il passato, che in caso di epidemia le messe dovrebbero moltiplicarsi, non ridursi o sospendersi. E si pensa così, spesso a causa di un immaginario ecclesiale profondamente clericale (i preti dicono messa per difendere il popolo dal contagio) e per una devozione cristiana del tutto individuale (dispensata dal partecipare al rito, ma solo destinataria dei suoi effetti).

Credo, però, che sia giusto considerare un aspetto diverso della questione. Come è noto, dove la messa non è stata sospesa, si è disposto, tra l’altro, che la comunione sia distribuita “sulla mano” e non “in bocca”. Mi ha colpito che nessuno abbia fatto alcun riferimento alla “comunione sotto le due specie”. Anche per sospenderne la esecuzione – che in questo caso pare del tutto ragionevole – forse un riferimento sarebbe stato necessario.   Provo a spiegare perché.

La prozia igienista e il tatto liturgico

Le recenti vicende, che impongono un regime eccezionale, sono una occasione per riflettere su quanto facciamo ordinariamente, “nella distrazione”. Proviamo a considerare i tre “punti-chiave” delle normative eccezionali, che si riferiscono alla pila dell’acqua benedetta, al segno di pace, alla forma della comunione. Tutti e tre questi “momenti” della celebrazione sono avvertiti come “contagiosi”. E questo è vero. Tuttavia la domanda da porre, in vista della ripresa ordinaria della vita cristiana, è questa:  ma lo sono davvero? Stabiliscono davvero quel contatto che può degenerare in contagio?

Racconto un episodio legato alla prassi “ossessiva” di una mia lontana prozia. Lei diceva, con orgoglio, che la prima cosa che faceva, tornando dalla messa, era “lavarsi le mani”: perché aveva toccato quelle di sconosciuti durante il rito della pace. La stessa cosa potremmo dire della forma della comunione. La forma “piena” – mangiare dell’unico pane spezzato e bere dell’unico calice condiviso – è la forma “tattile” della identità cristiana, che non solo escludiamo in caso di contagio, ma proscriviamo ordinariamente dalla nostra prassi ordinaria, quando non ci sono all’orizzonte contagi o epidemie, ma per mancanza di tatto e contatto ecclesiale. Come se temessimo il contatto, prima del contagio.

La messa come conoscenza per contatto

La resistenza alle normative eccezionali non ha alcun senso. Purché sia, appunto, una forma straordinaria di “sospensione del contatto”, per ragioni di sanità pubblica. Una Chiesa che “sospendesse il contatto” per comodità, per velocità, per economia, sarebbe invece il caso serio da affrontare, anche grazie a questa contingenza sanitaria.

La messa, infatti, è “conoscenza per contatto”. Così l’ha definita, già negli anni 50, il grande teologo Cipriano Vagaggini. Quello che in essa viviamo è un “diventare corpo di Cristo” nella parola ascoltata e nella mensa condivisa. La intimità ecclesiale trova nei gesti eucaristici il proprio codice più antico e più prezioso. Che è codice primitivo e primordiale, di parola e di pasto. Ogni famiglia sa di costruire la propria communitas vitae come “communitas victus”, come comunità di cibo. Ma anche le famiglie sanno bene che, in caso di epidemia influenzale, il “malato” avrà, per qualche tempo, anche in famiglia, mensa separata e “bicchiere isolato”. Per tornare, poi, a quella comunità di pane e di calice che rende felice la comunione e feconda la intimità.

Una occasione da non perdere

La messa è una forma “trasgressiva” di comunione, che scopre di potere condividere parola e pasto con logiche non di parentela: possiamo mangiare allo stesso piatto e bere allo stesso bicchiere anche se non siamo “parenti”. Ma così confessiamo di essere “figli di un unico padre” e “fratelli e sorelle in Cristo”, proprio in questa scandalosa forma comunitaria di parola e di pasto. Una comunione “corporea” e “tattile”, “carnale” e “sensibile” è originaria per i cristiani. Che possono sospenderla per qualche tempo, in caso di crisi sanitaria. Come è giusto e responsabile che sia. Ma per tornarvi con una nuova evidenza e una nuova urgenza, dopo la crisi. Forse il digiuno eucaristico imposto dalla profilassi dal contagio potrà portarci a riscoprire la “conoscenza per contatto”, le cui forme più piene attendono dai cristiani cattolici un investimento di cura e di sollecitudine che non può essere tradotto nelle categorie classiche del “precetto” o della “assistenza alla messa”. In gioco vi è, piuttosto, un atto simbolico primordiale, che costituisce la Chiesa nella sua verità di “discepolato del Signore”. La sua caratteristica “comunitaria”, proprio quando deve essere sospesa per motivi pubblici, alimenta un desiderio che può riscoprire, dopo la crisi, la sua forma più piena e più forte. Purché il contagio possibile non blocchi sempre il contatto necessario.

 

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