4 nodi al pettine: vocazione ecclesiale e procedura magisteriale


viadelconcilio

Sabato scorso, 18 novembre, a Villa Nazareth, all’interno del Convegno su  Farsi prossimi e avviare processi: forme e stili di servizio nel mondo, impossibilitato a partecipare, ho inviato la mia relazi0ne dal titolo Iniziare, partecipare, servire: per avviare processi dinamici e condivisi. Vocazione ecclesiale e procedura magisteriale. Nel contesto pastorale contemporaneo, sollecitato da papa Francesco alla “uscita” da schemi regressivi, emergono con forza alcuni profili decisivi per un rilancio di “processi dinamici” nella pastorale e nel pensiero teologico, orientati ad una forma più radicale e fedele di comprensione della prossimità.  Un nuovo modo di leggere tre verbi – iniziare, partecipare, servire – trasformano la pastorale e il magistero, facendolo uscire da uno stile immunizzante e riduttivo, che prova a resistere, sulla linea prevalente degli ultimi 30 anni, prima del 2013. Gli esempi che vorrei fare di questa resistenza sono palesi, evidenti, quasi sfacciati. Ho pensato di dare titoli ad effetto, per dar modo di considerare del tutto i rischi che si corrono nel non arginare questa logica immunizzante: la traduzione impraticabile, la liturgia mummificata, la donna dis-ordinata, il nichilismo canonico. Una breve riflessione dedicata ad ognuna di queste gravi forme di immunizzazione dai processi dinamici di discernimento della tradizione dovrebbe farci riflettere sulla urgenza di attivare, su ognuno di questi punti, una accelerazione dinamica, come di fatto sta accadendo, non senza resistenze, negli ultimi 5 anni. Ecco il testo

 

Iniziare, partecipare, servire: per avviare processi dinamici e condivisi. Vocazione ecclesiale e procedura magisteriale.

 

                   “Ciò che non muore e ciò che può morire…” (Dante Alighieri)

 

Il discepolato cristiano, se ha il coraggio di declinare se stesso nella “società aperta”, deve fare i conti apertamente con ciò che è vivo e ciò che è morto della propria tradizione. L’avviamento di “processi dinamici e condivisi” – nel contesto di una società ad alta differenziazione – richiede un profondo ripensamento di alcune “categorie-chiave” con cui abbiamo mediato il contenuto di fede. Potremmo dire che in questo passaggio fondamentale è in gioco una relazione delicatissima, ma preziosissima e inaggirabile, tra “forma” e “contenuto”. Come ha detto Papa Giovanni XXIII, in Gaudet mater Ecclesia, in apertura del Concilio Vaticano II, il cuore dello stile “pastorale” è la relazione non immediata tra “sostanza della antica dottrina” e “formulazione del suo rivestimento”. In questo processo vorrei mettere in luce il ruolo di raccordo, prezioso proprio nella sua necessità e nella sua insufficienza, che il magistero ecclesiale vi esercita. Premetto, tuttavia, una serie di osservazioni, quasi solo lessicali, a proposito dei termini che intitolano il mio intervento, e che scaturiscono, come è evidente, dall’originale concezione che il magistero ha di sé sotto il pontificato di Francesco, in evidente e quasi scandalosa continuità con il coraggio conciliare di recupero di una rapporto fruttuoso tra Chiesa e mondo. La struttura del mio discorso avrà pertanto il seguente andamento: presenterò alcune questioni preliminari intorno alle parole-chiave di questa riflessione (§.1) , per poi mettere a fuoco la “procedura magisteriale” come servizio e come condizione della vocazione cristiana (§.2), per illustrare infine, mediate anche alcuni esempi finali, le opportunità e i limiti della fase post-conciliare, segnata non marginalmente da evidenti sintomi di “immunizzazione dalla tradizione” (§.3).

 1. Un nuovo lessico per un nuovo canone

 Ciascuna delle tre parole che sono state poste a titolo di questo mio intervento meritano una attenzione preliminare, quasi un chiarimento terminologico. E’ chiaro che esse derivano, non nascostamente, dal lessico che Evangelii Gaudium ha introdotto nel discorso ecclesiale da più di 4 anni: esse riprendono l’immaginario conciliare e lo declinano due generazioni dopo. Vediamole una per una:

- iniziare è, nello stesso tempo, da comprendersi all’attivo e al passivo. Si tratta di “prendere la iniziativa” – cosa urgente e pressante – ma anche di percorrere le strade della iniziazione. Il coraggio di “iniziare” significa, naturalmente, non giocare soltanto di rimessa, non confidare semplicemente nel passato, ma aver motivo di assumere una iniziativa, che consideri i limiti dello status quo, extra- ed intra-ecclesiale. Uscire dallo stereotipo “educativo”, come se la Chiesa dovesse solo educare, e non lasciarsi educare, come se il mondo fosse il luogo della dimenticanza della formazione e la Chiesa fosse rimasta l’unica “agenzia educativa”; come se, nel rapporto con il mondo, la Chiesa non dovesse anche sempre “lasciarsi iniziare” e “cominciare  qualcosa ex-novo”. Iniziare significa che anche in teologia “licet quiddam cognoscere novi”!

- partecipare è il segno, tangibile, non tanto di una “logica democratica” entrata, finalmente, anche nella Chiesa, ma piuttosto la logica intrinseca del mistero cristiano stesso. Avere scoperto che è il mistero stesso del Dio uno e trino ad esigere, in radice, che non vi sia solo “differenza” tra Signore e Chiesa, ma anche comunione e partecipazione, diviene il motivo stesso di una identificazione provocatoria: al fondo della “participatio” vi è la consapevolezza che l’assemblea celebrante è e deve essere parte del mistero celebrato. Essere parte del mistero, non averlo semplicemente di fronte, come un “pubblico”, ma esserci dentro, come una “comunione”, come un “debito reciproco”: ecco il punto nodale di una lettura che infrange, uno dopo l’altro, tutti i punti di resistenza di quella “struttura gerarchica” che non è – come deve essere – servizio alla comunione della assemblea, ma sequestro e privilegio degno non di una Chiesa, ma di una casta o di una setta.

- servire è infine non solo “imitazione di Cristo”, ma principio di comunione ecclesiale. Lo stile del servizio non è soltanto dotato di ottime funzioni burocratiche, di diplomazie navigate, di equilibrismi sociali e politici, di opportunismi tattici o strategici; lo stile del servizio risuona  di Parola e di sacramento, impara l’arte del disinteresse, della lungimiranza, la apertura di credito invincibile della vigilanza evangelica: sa di dover aspettare il bene che viene come un ladro. E per vigilare davvero sperimenta non “serrature” né serrande, ma “aperture” e “attese”. E’ vero: la ideologia del servizio può diventare pericolosamente “autoreferenziale”. Ma in tal caso è evidente che essa serve solo se stessa e ultimamente confonde il servire con l’essere serviti.

Alla luce delle tre parole, così come le abbiamo brevemente delineate, emerge una questione, sulla quale voglio ora soffermarmi: quale ruolo gioca la “procedura magisteriale” al fine di rinnovare con decisione questa vocazione cristiana all’iniziare, al partecipare e al servire? In altri termini, quale contributo essenziale dà una funzione del magistero che si sintonizza sull’”prendere l’iniziativa” piuttosto che sul “diffidare di ogni iniziativa”? Che incoraggia le “competenze differenziate” piuttosto che requisire per sé ogni competenza? Che pensa in grande il “servizio”, senza desumerlo pedissequamente e autoritariamente soltanto dal passato? Ecco allora diretto lo sguardo sul secondo punto del mio ragionamento, sul ruolo della procedura magisteriale in questa ripresa della risposta ecclesiale alla propria vocazione.

2. La procedura magisteriale come chiave del processo ecclesiale

 Se un processo ecclesiale deve essere assunto e promosso, occorre elaborare nuove procedure di magistero, centrale e periferico, che escano dagli stili bloccati e stilizzati della stagione recente. Vedremo, più avanti, il cuore di questo “stile apparentemente rinunciatario”, che in realtà garantiva solo la conservazione ottusa dello “status quo”. Apparentemente si rinunciava, per non rinunciare sostanzialmente a nulla.

Ma più importante è reperire, nello stile del magistero di Evangelii Gaudium, Laudato Sì e di Amoris Laetitia, una nuova importante riacquisizione: ossia la coscienza di dover superare le letture riduttive del reale, la proiezione dei propri fantasmi sulle esistenze, la ideologia antimodernista e regressiva, nostalgica e accigliata sui mondi della vita e della speranza.

In effetti, nel dibattito ecclesiale scaturito dalle parole profetiche di papa Francesco sulla “Chiesa in uscita” e sul “superamento della autoreferenzialità” forse non si è ancora chiaramente compreso quanto questa priorità, che giustamente il papa ha enunciato fin dai primi giorni del suo ministero – e che già era chiaramente presente nel suo testo presentato alla Congregazione dei Cardinali in conclave – richieda una profonda revisione dello stile con cui la Chiesa pensa e agisce rispetto al tema del “potere”  e della “autorità”.

Potremmo dire cosi: per poter “uscire dalla autoreferenzialità” e diventare davvero “eteroreferenziale” – ossia per non mettere al centro sé, ma l’Altro e l’altro – la Chiesa deve anzitutto riconoscere di essere investita di una reale ed efficace autorità. In altri termini, essa deve poter confidare nella possibilità di intervenire autorevolmente sulla propria dottrina e disciplina – su ciò che pensa di sé e su ciò che fa di sé, per usare la bella espressione di papa Paolo VI in apertura della II Sessione del Concilio, nel settembre del 1963 – senza cedere alla tentazione di “impedirsi un ripensamento”, magari in nome della fedeltà alla tradizione. Questa via, che è spesso una scappatoia, resta infatti, anche oggi, molto praticata e non poco seducente. Sembra una virtù quasi eroica, ma spesso si trasforma solo in una forma di retorica e in un alibi.

Se la Chiesa pensa che l’unico modo di essere fedele al Vangelo sia continuare in tutto e per tutto come prima – sia dottrinalmente sia disciplinarmente – si convincerà subito di dover restare assolutamente immobile per essere pienamente se stessa. Farà dell’immobilismo – talora ridotto soltanto alla conservazione dei beni immobili – la sua ossessione. A questa tentazione Francesco ha voluto rispondere con quattro anni di una parola profetica, che vuole anzitutto persuadere la Chiesa e il mondo di due cose:

che la fedeltà è mediata dal movimento, dalla conversione, dall’uscire per strada, non dalla stasi, dalla paura e dal chiudersi tra le mura;

- che per muoversi occorre riconoscersi la autorità di stare nella storia della Chiesa e della salvezza in modo partecipe e attivo, non come spettatori muti e passivi o come semplici “notai”.

L’autorità necessaria per uscire dalla autoreferenzialità appare un concetto controverso, non solo perché obiettivamente osteggiato, ma anche perché soggettivamente non chiarito.

Ma, appunto, questa considerazione trova più di una resistenza non soltanto nella inevitabile inerzia del modello da superare, ma anche in alcuni “luoghi comuni”, di cui vorrei considerare quello che potrei esprimere come la riduzione della autorità alla “rinuncia alla autorità”. Si tratta di un luogo comune molto affascinante, che assume talvolta una notevole rilevanza nella esperienza ecclesiale e che il magistero può e deve utilizzare in passaggi complessi. Si traduce, formalmente, in una dichiarazione di “non possumus”. E’ questo uno dei punti chiave del “magistero negativo”, che la tradizione antica, medievale e moderna ha coltivato con attenzione e con cura. Si tratta, in ultima analisi, di una preziosa “autolimitazione del magistero”. Ma tale autolimitazione, che di per sé è a garanzia di “altro”, e che dunque dovrebbe arginare e ostacolare le forme della autoreferenzialità ecclesiale, è entrata con grande forza nella esperienza ecclesiale degli ultimi decenni, in particolare a partire dagli anni ’90.

Una serie di documenti, che vanno dal 1994 al 2007, segnano una sorta di “basso continuo” nel quale, mediante questa autolimitazione della autorità ecclesiale, si è lasciata in vigore la comprensione e la pratica precedente come “unica autorità possibile”. Questo, infatti, è il limite di tale “luogo comune” dell’esercizio del Magistero. Il Magistero, in tutti i casi che ora brevemente esamineremo, nell’affermare di “non avere l’autorità”, non si spoglia della autorità, ma conferma la autorità nella sua formulazione precedente e classica. Ed è proprio qui che la “autolimitazione” – anche contro le intenzioni – rischia di avere come esito la “autoreferenzialita”, e che la “resistenza” autoreferenziale del potere ecclesiastico si dia la forma accattivante di una strutturale paralisi, presentata come rinuncia al potere.

 3. La resistenza della “immunizzazione dalla tradizione” (detta anche autoreferenzialità)

 Diverse sono le forme della “immunizzazione dalla prossimità”. La più usata e abusata negli ultimi decenni è una strategia che ottiene, simbolicamente, il massimo dei vantaggi con il minimo sforzo: è sufficiente affermare che “la Chiesa non ha l’autorità”, per conservare tutta la autorità! I processi dinamici sono impossibili se la Chiesa non ha alcun potere sul ministero, nessun potere sulla liturgia, nessun potere sulla migrazione…Lo stereotipo della “rinuncia alla autorità” permette alla Chiesa una buona via di fuga: appare umile e disinteressata, mentre conserva intatte competenze e poteri.

Gli esempi che vorrei farvi sono palesi, quasi sfacciati. Ho pensato di dare loro titoli ad effetto, per darvi modo di considerare del tutto i rischi che si corrono nel non arginare questa logica immunizzante: la traduzione impraticabile, la liturgia mummificata, la donna dis-ordinata, il nichilismo canonico. Una breve riflessione dedicata ad ognuna di queste gravi forme di immunizzazione dai processi dinamici di discernimento della tradizione dovrebbe farci riflettere sulla urgenza di attivare, su ognuno di questi punti, una accelerazione dinamica, come di fatto sta accadendo, non senza resistenze, negli ultimi 5 anni:

- la traduzione impraticabile

Abbiamo ascoltato, da 20 anni, parole irresponsabili, grette, infondate, sul senso del tradurre e sulla sua pratica. Si è preteso, addirittura , che le lingue moderne, le lingue vernacole e parlate, per essere degne della liturgia “romana” dovessero imitare persino le figure retoriche del latino! Questo, perdonatemi, non è un ragionamento di filologia. Questo è un delirio di nostalgia. Che era diventato, fino all’altro ieri, parola ufficiale, tronfia di una autorità ridotta all’autoritarismo che pretende vanamente la imposizione dell’assurdo. Una simile distorsione, di fronte alla realtà complessa delle lingue, può far danni per qualche lustro, come è stato in effetti. Da un lato vi era chi provava a tradurre “secondo ragione”, ma si vedeva puntualmente bocciate le traduzioni da Roma. Vi era invece chi traduceva “secondo le nuove regole”, producendo testi che erano sì fedeli a Roma, ma non alla lingua dei popoli cui erano destinate. Oggi, su questo piano, non senza resistenze ai più alti livelli, abbiamo di nuovo la possibilità di riaprire “processi dinamici”, restituire la parola ai soggetti parlanti, confidare su un semplice fatto: il latino, pur con tutta la sua giusta esperienza ecclesiale di 17 secoli, è una lingua di Babele, come tutte le altre; in Italia sono 700 anni che Dante ha sentenziato: la espressione poetica non passa più di lì. D’altra parte, le lingue parlate, non solo perdono qualcosa di ciò che il latino può dire, ma sanno anche dire cose che il latino non sa esprimere. Ci dobbiamo rassegnare alla libertà con cui lo Spirito può dare il meglio di sé non solo ai nostri nonni, ma ai nostri pronipoti, nelle lingue che allora potranno e sapranno parlare.

- la liturgia mummificata

Con una mossa a sorpresa, tratta fuori dal cappello a cilindro di 10 anni fa, ci è stato detto che quella forma rituale, che la Riforma liturgica conciliare aveva ufficialmente dichiarato limitata e bisognosa di revisione, e che quindi aveva superato, emendato e cambiato, restava intatta, intoccabile e inossidabile, come prima e più di prima, accanto alla nuova forma rituale. Mummificare il Vetus Ordo e farlo rinascere, d’un tratto, accanto al suo figlio, per assicurare un eterno paternalismo ad oltranza sul Novus Ordo, non è affatto un gesto di stile “tipicamente cattolico”, bensì una grave forma di umiliazione per la tradizione cattolica vera, quella che non ha paura della storia, dei processi irreversibili, e che sa riconoscere il nuovo e l’inatteso. Fare la riforma e insieme fare come se nulla fosse non è cattolico, ma meschino. E come è meschino pretendere di giudicare un soggetto solo sulla base della legge oggettiva, altrettanto lo è dire di difendere la Riforma Liturgica con una mano e liberalizzare con l’altra contemporaneamente quel rito che era stato oggetto di riforma. Basti dire che si inaugura un “sistema liturgico” in cui contemporaneamente sono vigenti due calendari liturgici tra loro contraddittori. E vai a capire tu se Cristo Re si celebra a fine ottobre o a fine novembre!

- la donna dis-ordinata

In terzo luogo, la esclusione della donna da ogni grado del ministero ordinato sembra un vero gioiello di immunizzazione, forse uno dei suoi capolavori. Nel ripetere gli argomenti che provengono dalla società chiusa, siamo tutti campioni. Vinciamo il campionato dei luoghi comuni e ci sembra di aver fatto tacere ogni obiezione? La teologia, se vuole essere seria, e non ridursi ad una patina ideologica a copertura dei vecchi pregiudizi sessisti, deve, se ne è capace, non rifugiarsi nel passato, ma proporre argomenti per l’oggi. Dire che nel passato la donna non è mai stata ordinata – cosa che peraltro non è vera – non risponde alla domanda che oggi nasce dalla Chiesa e dal mondo, dalla teologia e dalla cultura. Il punto dolente, di questa richiesta di “processualità”, sta nell’accettare l’inversione dell’onere della prova. Non è chi propone la ordinazione al femminile, almeno sul piano del diaconato, a dover offrire motivazioni degne. Già questa richiesta è fuori dal tempo e capovolge le cose. E’ chi nega questa possibilità a dover fornire argomenti con un minimo di plausibilità. E non finti argomenti, tirati fuori dagli armadi medioevali, pieni di ragnatele e di muffa! O dagli scaffali antimodernisti, sempre pronti a fornire ragioni per restare fermi al passato. Perché se qualcuno argomenta oggi sulla base della “incapacità di esercitare il potere da parte della donna” non fa un servizio alla Chiesa, ma dimostra di essere sfasato all’indietro rispetto al mondo ambiente di almeno 200 anni. E ci sono teologi che continuano ad accreditare queste parole come “argomenti”, squalificando la ragione teologica e la dignità del suo sapere.

- il nichilsmo canonico

Un ultimo aspetto che merita di essere illustrato, come luogo di un necessario sviluppo processuale, è la “fragilità matrimoniale”: qui mi pare che si debba affermare che i “processi dinamici ecclesiali” di recupero della “realtà coniugale” possono avvenire solo attraverso un ridimensionamento drastico e deciso del ruolo del “processo giudiziario”. I canonisti non solo devono farse una ragione, ma restano largamente inadempienti nel non progettare un sistema nuovo. Se il vincolo coniugale continua ad essere pensato mediante categorie “che non conoscono la storia”, ogni possibilità di recuperare la comunione ecclesiale potrà essere garantita soltanto dalla classica logica degli “impedimenti”, che si è trasformata in “capi di nullità” e che elabora esclusivamente un “rimedio retrotopico”. Se il vincolo può essere solo due cose – fin dall’origine o esistente o non esistente – questo nega al vincolo ogni esperienza, ogni sviluppo, ogni storia. Questa forma mentis – fatti salvi i pochi casi di effettiva “invalidità originaria – dovrà essere radicalmente superata. Essa non corrisponde più né alla esperienza dei coniugi – supposto che si sia disposti a riconoscerla rilevante – né alle esigenze ecclesiali – che non sono più quelle della ottocentesca lotta allo stato liberale usurpatore –  né alla comprensione culturale e sociale – che non è solo abisso modernista di egoismo. Resta vero ciò che P. Sequeri ha affermato, durante il Sinodo: “Non è mai come se non fosse accaduto nulla”. Questo resta, almeno per larga parte dei canonisti, l’impensato. Amoris Laetitia è qui solo “inizio di un inizio”. Benedetto, necessario, ma insufficiente. Il resto è affidato alla capacità procedurale del magistero ecclesiale e canonico a venire.

Conclusioni

Per onorare il reale, con un gesto di fedeltà alla tradizione che non diventi mai autoreferenziale, occorre accuratamente discernere tra “ciò che non muore e ciò che può morire”: se non si opera con forza e con coraggio questo atto di distinzione e di discernimento, si rischia di compromettere “ciò che non muore”, confondendolo e mescolandolo con “ciò che può morire”. Il compito del magistero appare oggi, come sempre, investito di un compito di discernimento decisivo per non confondere la “vocazione ecclesiale” con il “mantenimento dello status quo”. Negli ultimi decenni, come abbiamo visto, dopo la grande stagione di rinnovamento conciliare, la tentazione di ritornare alla facile identificazione della tradizione con il passato è tornata a insidiare i “processi dinamici” introdotti dal Concilio. Da circa 5 anni il magistero ecclesiale, grazie alla salutare “scossa” introdotta dal pontificato di Francesco, ha ripreso il fecondo rapporto tra “procedura magisteriale” e “vocazione ecclesiale”: un magistero che apre nuovi spazi alla vocazione ecclesiale, sfugge alla tentazione di una autorità che bloccca la libertà, ma introduce la “misericordia” come criterio della autorità e quindi anche come senso ultimo della libertà.

Un magistero che, con onestà ed equilibrio, sappia indicare, finalmente, anche “ciò che può morire” negli stili sacramentali e nelle forme retoriche, nella pastorale familiare e nelle strutture di curia, nelle forme celebrative e nelle autorità caritative, individua molto facilmente ciò che è divenuto ostacolo e zavorra, e deve essere lasciato morire, senza alcun accanimento terapeutico.

Finché non sapremo far morire ciò che di caduco accompagna la pastorale, non sapremo far brillare, con tutta la forza e la efficacia necessaria, ciò che non muore e non deve morire. In questo equilibrato sistema di resistenza e resa si fa avanti, efficacemente, la recezione del Concilio Vaticano II e lo spazio per una risposta nuova, e per questo fedele, alla vocazione cristiana. Solo così la fedeltà non sarà solo verso il passato, ma anche verso il futuro.

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