Una liturgia fedele al futuro. La rubrica della “Lavanda dei piedi” come “caso serio” di “traduzione della tradizione”
La pubblicazione del Decreto con cui la Congregazione per il Culto divino riforma la rubrica della “Missa in coena domini” relativa al rito della Lavanda dei piedi apre uno sguardo rinnovato sulla tradizione liturgica. La tradizione liturgica, per restare fedele al suo compito di mediazione del Vangelo, deve guardare non solo indietro, ma anche avanti, “alla luce del Vangelo e della esperienza degli uomini” (GS 46).
Non più tardi di alcuni giorni fa papa Francesco, nella sua quotidiana omelia a S. Marta, aveva messo in guardia da coloro che si rifugiano dietro un “si è sempre fatto così”. Questo non è affatto un criterio di “sana tradizione”. E sulla stessa linea già da tempo (forse da troppo tempo?) egli aveva scritto alla Congregazione del culto perché si rivedessero le rubriche della Lavanda dei Piedi, durante la celebrazione serale del Giovedì Santo.
Che cosa è successo, insomma? Il papa, da ormai tre anni, aveva celebrato la solenne messa del giovedì santo “in carcere”, con detenuti e detenute, in mezzo ai peccatori, con un gesto straordinariamente eloquente, ma che le rubriche – in senso stretto – non avrebbero potuto permettere. Inevitabilmente la profezia “trasgredisce”. Questo è un piccolo esempio di una “fedeltà al Vangelo” che non passa attraverso la “obbedienza alle rubriche”, ma attraverso una “obbedienza più grande”, che è potuta apparire – ad occhi poco interessati alla storia biblica e alle storie vissute da uomini e donne – come una “disobbedienza”. Il mormorio (romano e non romano) sugli “abusi del papa” era stato piuttosto guardingo, ma percepibile. Ora la riforma della rubrica adegua la tradizione alla sua profezia e rende accessibile a tutte le comunità – non solo alla Chiesa di Roma e al suo Vescovo – una maggiore libertà nell’interpretare la “Lavanda” secondo profezia evangelica.
Perché il “segno” possa essere “pienamente significativo”, nel corso della storia, è inevitabile che le rubriche vengano sottoposte ad una revisione. Non c’è nulla di strano in tutto ciò. Strano sarebbe invece un irrigidimento irragionevole (ma comodo e rassicurante) su rubriche non più giustificate, né dal Vangelo né dalla esperienza degli uomini.
A me pare che, sulla scia di questo esempio, possiamo trovare altri casi in cui dovremo, prima o poi, “uscire dall’angolo”. Infatti, non solo il papa ha la possibilità di essere profeta, nella Chiesa. La profezia compete ad ogni battezzato, Se il papa ha anticipato profeticamente una rubrica che non c’era, con il suo comportamento rituale, altrettanto accade in determinati casi al “popolo di Dio” e al suo “buon istinto”. Molte comunità, da tempo, vivono una piccola “profezia ecclesiale” per il modo come recepiscono e celebrano il “rito della pace”. Una certa “libertà” di movimento e una certa “ispirazione” nel canto – quando tenuta entro limiti ragionevoli e accompagnata da sapienza e da lungimiranza – sono “novità” che, se guardate con occhio indifferente da un Ufficio, possono sempre essere ridotte ad “abusi”. Ci si può addirittura lamentare che “non si obbedisca alle rubriche”, come si faceva – a mezza voce – anche con il papa.
Anche qui le rubriche sono molto più indietro della realtà vissuta dalla Chiesa. Rimettere in asse le rubriche con il sensus fidei e con la tradizione viva del popolo di Dio è un lavoro inesauribile, nel quale siamo tutti implicati. Sia chi deve “registrare” il cambiamento, sia chi deve “assumerlo”, sia chi deve “viverlo”. E non è affatto detto che sia sempre necessario un “primato della ufficialità”, che si debba sempre e solo cominciare dall’alto, e che si debba ricevere la autorizzazione per ogni cosa… Moltissima della ufficialità che oggi consideriamo “normale” è nata da una novità, da una trasgressione, da una profezia, da una anticipazione. Così cammina la Chiesa, con i suoi Pastori talvolta davanti a tutti, talvolta in mezzo a tutti e talvolta dietro a tutti. E non è nemmeno sempre detto che chi sta davanti veda meglio degli altri o che chi sta dietro voglia semplicemente frenare o “lasciarsi portare”…































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Se Nostro Signore avesse voluto lavare i piedi alle donne, l’avrebbe fatto; se avesse voluto donne all’Ultima Cena, avrebbe potuto invitarle e avrebbe lavato loro i piedi; se nella liturgia della Lavanda dei piedi si sono sempre scelti degli uomini non era per una questione di rubriche, ma era per imitare ciò che fece Gesù: nei tempi passati la Chiesa non si preoccupava del politicamente corretto. Se Gesù non lavò i piedi alle donne, perché bisognerebbe farlo ora, se non per farsi un po’ di facile pubblicità?
Già J.Ratzinger spiegava che con questi ragionamenti di fatto non si fa teologia…non c’erano donne ma erano tutti uomini ebrei…come mai già Pietro e Paolo hanno cambiato? Sarebbero loro i primi traditori secondo il suo criterio fondamentalista? Quanto alla “pubblicità”, Gesù, secondo il suo metro, era un campione di pubblicità. Per far parlare di sé infrangeva persino il divieto del sabato…, parlava con le donne al pozzo, si avvicinava ai lebbrosi e li toccava, scacciava i mercanti dal tempio…che scandalo! Tutta pubblicità!
Buongiorno, non voglio entrare nel merito della questione della lavanda dei piedi perché non la conosco.
Penso che in generale presentare Gesù come un ribelle che infrangeva divieti è scorretto. Essendo lui il Legislatore, tecnicamente non poteva infrangere la legge, e il pio ebreo doveva obbedire a Lui.
Altre tradizioni invece erano norme inventate dagli uomini che trasgredivano la legge di Dio sostituendola con tradizioni umane. Anche questi casi tuttavia non sono sufficienti a rispondere a Gabriele, visto che stava supponendo una precisa indicazione divina.
Comunque, anche se il Papa non seguisse le norme scritte questo non autorizzerebbe gli altri a fare altrettanto. Il Papa finché rispetta il diritto divino può fare quello che vuole, visto che è lui l’autore delle leggi ecclesiastiche.
Mentre osservo che la metafora del “legislatore” attribuita a Gesù rimane una metafora molto rischiosa e piena di equivoci, non mi pare che la questione della “lavanda” possa essere colta adeguatamente lungo questa via. Certo, ci sono norme, che richiedono obbedienza. Ma quando le norme impoveriscono la esperienza, vanno cambiate, con prudenza e determinazione. Così è sempre successo nella lunga storia della Chiesa e non vedo perché oggi non dovrebbe essere così. Un irrigidimento su queste cose è sintomo di un grave disagio, della fede e della esperienza ecclesiale. Grazie per il suo commento
Buonasera, grazie della risposta.
Chiamare Gesù Legislatore forse suona male allo spirito del tempo, ma non è affatto una metafora.
Il mio argomento principale è che alla Chiesa si deve obbedire; e mi stupisco di doverlo dire, perché dovrebbe essere pacifico fra i cattolici.
Per fare un esempio, non ho la più pallida idea della ragione per cui non si possa eseguire un “canto della pace”. Se il Papa lo permettesse non avrei nulla in contrario; le comunità che cita lei, se pensano di contribuire alla liturgia cattolica, lo propongano al Papa. Se vogliano una certa “libertà” di movimento la chiedano. Se il Papa lo permette, per quanto mi riguarda, si può iniziare anche domani a fare questo canto.
Il mio argomento secondario è che le norme sono sopra di noi, e potrebbero essere dovute a motivi che ci sfuggono; per quanto ne so la ratio di certe norme potrei capirla fra altri 50 anni di liturgia cattolica.
Per esempio, attualmente non capisco le motivazioni del divieto di cantare alla pace; magari in futuro approfondirò la comprensione del rito romano e lo capirò.
Tra l’altro, il modo migliore per capire il rito è viverlo, mentre se si continuano a commettere degli abusi ovvio che non si capirà mai.
“Moltissima della ufficialità che oggi consideriamo “normale” è nata da una novità, da una trasgressione, da una profezia, da una anticipazione. Così cammina la Chiesa, con i suoi Pastori talvolta davanti a tutti, talvolta in mezzo a tutti e talvolta dietro a tutti. E non è nemmeno sempre detto che chi sta davanti veda meglio degli altri o che chi sta dietro voglia semplicemente frenare o “lasciarsi portare”…”
Grazie professore Andrea: una bellissima riflessione! Saluti dal Brasile
Un cato saluto Gabriel
Egregio Professore, ho l’impressione che eseguire un canto durante lo scambio della pace potrebbe portare ad una sovrapposizione con il “confractorium” rischiando di mettere ancora più “all’angolo” il gesto della frazione del pane. Forse è per questo che la circolare della congregazione del culto ha puntualizzato “l’estraneità” di un simile canto rispetto al rito romano.
Non sarebbe meglio incoraggiare il canto dell’agnello di Dio che concludendosi con “dona a noi la pace” sarebbe una buona saldatura tra rito della pace e frazione del pane?
Certo sono possibili valutazioni diverse. Ma lo sviluppo di un canto non è detto che emargini ciò che segue. Anzi potrebbe addirittura valorizzarlo. E comunque la via di giudicare abuso ciò che non è previsto è in questo caso poco lungimirante.
Egregio prof. Grillo,
so che lei in passato si è occupato dei confronti da Messa “antica” e Messa “moderna”. Ho da poco avuto modo di leggere un libro da poco uscito (“Le forme del sacro”) che confronta proprio le due liturgie facendo un’analisi antropologica. Mi piacerebbe sapere cosa pensa di un tale confronto e delle tesi sostenute in quel testo, l’autore l’ha anche citata più volte.
Grazie per il suo lavoro!