QUESTIONE LITURGICA E CUSTODIA DELLA TRADIZIONE


Le recenti pressioni che il mondo tradizionalista sta esercitando sulla opinione pubblica ecclesiale si fondano su un presupposto del tutto errato. Esse dimenticano che la cosiddetta “questione liturgica” (QL) , così definita da Romano Guardini negli anni 20 del 900, esordisce da una constatazione che appare oggi del tutto dimenticata e rimossa, spesso anche dai leali difensori della riforma liturgica: i cattolici degli anni 10 e 20 del 900, se erano lucidi, riconoscevano di non saper più celebrare. Tutto comincia da questa consapevolezza e dalla necessità di reimpostare correttamente una nuova teologia della liturgia e una più autentica prassi rituale: questo vale per Guardini come per Festugière, per Casel come per Parsch. Al fine di rispondere alla QL e quindi per uscire dalla condizione di crisi ecclesiale che essa determinava, occorreva lavorare contemporaneamente su due fronti: quello della formazione e quello della riforma.

La formazione e la riforma

Lo sviluppo del Movimento Liturgico, che tentava di rispondere alla QL, attesta un primato della via della formazione almeno fino agli anni 40, ma, prima con Pio XII e poi con il Vaticano II, si manifesta il passaggio necessario, tra il 1965 e il 1988, con la riforma dell’intero quadro degli Ordines rituali. Tuttavia con la fine del II millennio, appare chiara la necessità di tornare, grazie alla riforma dei riti, alla coscienza della sua insufficienza, con una chiara ripresa del primato della formazione: formazione non tanto alla liturgia, ma da parte della liturgia. Così appare chiaro che la riforma è necessaria, ma non sufficiente: questo reca una possibilità di avanzamento, ma anche una tentazione di nostalgia e di illusione che il passato avesse la formula magica della liturgia ecclesiale.

Se si osserva bene la storia degli ultimi 25 anni si nota, in seguito a ciò, una grave sfasatura: la fine del primato della riforma accade con la fine del 2 millennio, ma la chiara assunzione di un nuovo compito di formazione appare solo con Desiderio Desideravi di papa Francesco, un anno dopo Traditiones Custodes. Che cosa è successo in quei 20 anni tra il 2000 e il 2021? Il magistero ecclesiale ha attraversato una crisi profonda e una fase di grave regressione: Liturgiam Authenticam (2001), Redemptionis sacramentum (2004) e Summorum Pontificum (2007) sono i testi chiave di questo smarrimento e di questa crisi di autorità. Infine, la polemica sul pro multis (2012) è l’ultimo segno di questo grave disagio. La liturgia torna ad essere considerata come occasione di abusi, non come opportunità di apprendere nuovi usi. In questo contesto il documento più pericoloso, sul piano teologico, istituzionale e pastorale è stato Summorum Pontificum.

La negazione della Riforma liturgica

Di fatto SP nega la questione liturgica, smentisce il ML e svuota la Riforma liturgica di autorità. Se si può essere cattolici romani continuando a celebrare come se il Concilio non ci fosse mai stato, si esce dalla tradizione. Perché la tradizione resta viva solo se sa ancora cambiare. Se si paralizza il cambiamento, rendendolo superfluo, si blocca la vita della Chiesa. Solo se si esce da questa concorrenza sleale tra due forme parallele e contraddittorie dello stesso rito, si rende significativa e preziosa una nuova fase di formazione. La ideologia della “pace liturgica” è un sofisma pericoloso: non si fa pace liturgica autorizzando a considerare opzionale la riforma liturgica. Questo alimenta solo la guerra.

L’ultimo documento che attesta la rappresentazione distorta della tradizione che ho appena ricordato è quel Giudizio Conclusivo – in questi giorni riesumato dal cestino dalla giornalista Diane Montagna – che papa, Francesco ha cestinato nel 2021, per scrivere Traditionis custodes. La custodia della tradizione non può sopportare in alcun modo un regime parallelo tra forme rituali contraddittorie. Chi considera questa come una soluzione è privo di logica teologica, istituzionale e pastorale. Vuole affermare ciecamente una identità, senza considerazioni ecclesiali sufficienti.

L’unica lex orandi e il sofisma di Siri e Lefebvre

Il cammino liturgico del futuro può avere come base l’unica lex orandi. Chi ha la passione per il latino può usare la Editio Typica degli Ordines vigenti. Chi vuole uscire verso il passato, non solo nella lingua, ma anche nei testi, pretendendo di usare gli Ordines che il Concilio e la sua recezione ha deliberato di riformare, deve assumersi la responsabilità di prendere la via della porta. Come fece, a suo tempo, Marcel Lefebvre. Mostrando bene che il suo problema non era la liturgia, ma la Chiesa e il suo rapporto con il mondo e con la storia. E bisogna ricordare che fu proprio lui, subito dopo il Concilio, a riprendere quell’argomento, che 15 anni prima era già stato introdotto dal Card. Siri di Genova, in occasione della prima grande riforma liturgica: quella della Veglia Pasquale, promossa da Pio XII. “Se il papa decide una riforma (della Veglia Pasquale o del Messale), la renda raccomandabile, ma non obbligatoria. Di modo che, chi vuole, possa continuare come se nulla fosse”. Questo argomento, prima di Siri, poi di Lefebvre, oggi vorrebbe essere proposto come “regola” della pace liturgica? Potremmo forse fidarci di questi sofismi vuoti e arroganti? E non ha fatto molto bene Francesco a rifiutarli in radice, essendo ancora pesantemente presenti nel Giudizio conclusivo che pretendeva di svuotare ideologicamente un sondaggio su SP, rendendolo superfluo? E’ evidente che la questione liturgica non è finita: per questo il compito di difendere la unicità della lex orandi non è questione da sacrestie, ma esercizio prezioso di ragione teologica e di comunione ecclesiale.

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