Nuove meditazioni di teologia eucaristica (/5). Campanello, incenso o rito di comunione? Risposta ad una lettera sul suono del gong
Campanello, incenso o rito di comunione?
Già mi è capitato in passato di rispondere a questioni intorno alle “pratiche” che accompagnano la celebrazione della messa. La lettera che ieri mi è arrivata mi ha fatto riflettere a fondo. Eccone qui il testo, al quale credo sia utile dare una risposta con un minimo di articolazione storica e sistematica:
Caro Professor Grillo,
seguo sempre con molto interesse i suoi interventi, nonostante io sia un dilettante in questioni liturgiche. La mia formazione risale a un paio di corsi di “Introduzione alla Teologia” in Università Cattolica a Milano tenuti da p. Rinaldo Falsini. Vorrei sottoporle una questione forse marginale. Da diversi anni nella mia parrocchia è stato introdotto l’uso del gong al momento della consacrazione (se non vado errato viene fatto rimbombare per ben 7 volte!); di recente, poi ,all’elevazione vengono fatte suonare le campane all’esterno della chiesa. Avevo sentito dire che con la liturgia in italiano il campanello non fosse più utile per richiamare l’attenzione dei fedeli (prima con la messa in latino ricordo che le donne recitavano il rosario, mentre gli uomini stavano in fondo alla chiesa, o addirittura fuori a chiacchierare o a fumare una sigaretta). Chiedo: sono state forse introdotte nuove norme liturgiche per il suono della campanella (o addirittura del gong)? Ancora: ma se si festeggia l’eucaristia, allora non bisognerebbe fare altrettanto alla lettura del Vangelo, che è Parola di Dio?
Scusi la mia ignoranza, ma nella vita mi sono sempre occupato di questioni amministrative.
Distinti saluti, Marco Antonio Maria Marozzi
La domanda è precisa e merita una risposta altrettanto precisa. Andiamo per ordine.
Il regime preconciliare
Il Messale del 1570, successivo al Concilio di Trento, ha inserito una serie di indicazioni all’inizio del testo, che hanno avuto il titolo di RITUS SERVANDUS. Tra di esse si legge questa norma.
“Quindi mentre il celebrante eleva l’Ostia, il ministro con la mano sinistra alza l’estremità posteriore della pianeta (perché non impedisca al Celebrante l’elevazione delle braccia), la stessa cosa fa anche nell’elevazione del Calice; e con la mano destra suona il campanello tre volte a ciascuna elevazione o in maniera continua fino a quando il Sacerdote abbia deposto l’Ostia sul Corporale, e fa la stessa cosa dopo, all’elevazione del Calice. “ (Ritus Servandus, VIII, 6)
Questa norma è stata osservata nei secoli e applicata, più o meno precisamente, nei diversi contesti celebrativi. Si tenga conto che il suono del campanello avveniva nel contesto di una celebrazione in cui tutte le parole della Preghiera eucaristica venivano pronunciate “in segreto” e “submissa voce”. Il silenzio veniva rotto dal suono del campanello, in modo piuttosto insistito e addirittura prolungato, quasi come un sottofondo sonoro dell’atto di adorazione di fronte al Corpo di Cristo sacramentale. Questa normativa è ripresa integralmente dall’ultima versione del Messale Tridentino, approvata nel 1962 e che ha esercitato la sua autorità fino al nuovo Messale Romano pubblicato nel 1969.
Il nuovo Messale
Il nuovo Messale, successivo al Concilio Vaticano II, propone una rilettura della celebrazione eucaristica in cui emergono tre dati nuovi: – l’intera azione viene pensata come “celebrazione di Cristo e della Chiesa”, non come un atto dell’unico celebrante – Tutto il Canone viene pronunciato a voce alta e la parole della istituzione vengono concepite con una trasformazione della “formula”, che comprende in sé l’atto del “prendere” e del “mangiare/bere” – la sequenza della preghiera viene raccordata in modo diretto al rito di comunione, superando la separazione precedente e la teoria che distingueva il sacramento dal suo uso. Perciò dal 1969 al 2002 le norme che accompagnano la celebrazione cambiano. Si supera il “ritus servandus” e si costruisce una “Institutio Generalis Messalis Romani”, che guida la celebrazione in modo complessivo, come atto di tutta la assemblea e non del solo “celebrante”. In questa IGMR scompare, ovviamente, ogni riferimento normale a “campanelli da suonare”, essendo superata la posizione isolata e autosufficiente della Consacrazione. Non ha senso suonare il campanello in una sequenza rituale che offre all’assemblea una partecipazione attiva all’intera sequenza rituale, e non solo in un punto. Ciononostante il Messale del 1973, che resterà in vigore fino al 2002, inserirà nell’IGMR una norma diversa, che suona così:
“Poco prima della consacrazione, il ministro avverte, se ne è il caso, i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice secondo le consuetudini locali” (IGMR 109)
Non senza discernimento
Questa “avvertenza” sembra garantire la inerzia del modello precedente dentro il nuovo modello di comprensione della celebrazione. In che senso il ministro dovrebbe “avvertire i fedeli”? Si presuppone una condizione di “disattenzione” come normale, nonostante ora tutte le parola della anafora siano dette o cantate a voce alta? Prudentemente la norma non è tassativa, ma subordinata ad un discernimento fondamentale. Vale solo “se ne è il caso”.
La stessa logica è quella che guida la nuova edizione dell’IGMR, del 2002, tuttora vigente.
150. Poco prima della consacrazione, il ministro, se è opportuno, avverte i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice secondo le consuetudini locali.
Alla norma del 1973 si aggiunge però questo inciso:
Se si usa l’incenso, quando, dopo la consacrazione, si mostrano al popolo l’ostia e il calice, il ministro li incensa.
Campanello e incenso: due registri
Se pertanto tiriamo le somme possiamo osservare quanto segue:
a) la disposizione tridentina sottolinea con suono ripetuto la elevazione del pane e del calice;
b) la ripresa dopo il Vaticano II riduce il suono del campanello ad avvertenza e lo subordina al discernimento;
c) la aggiunta della incensazione è un dato esplicitato soltanto del messale del 2002, mentre le tradizione precedente lo aveva riservato alla “messa solenne”;
In relazione a questo ultimo dato, la concomitanza tra campanello e incenso, che oggi può caratterizzare la esperienza celebrativa, si deve notare che, storicamente, si tratta di due registri diversi: – l’uso del campanello interviene, secondo il Messale tridentino, nel caso della messa “detta”, e assume la forma di sottolineatura della elevazione, con tre rintocchi (o in forma continuata) – l’uso dell’incenso invece interviene in caso di messa solenne, è perciò alternativo al campanello, e segue il medesimo andamento di “tre incensazioni”. Diverso è il registro adottato nel post-concilio, che riduce il campanello a “avvertenza” dei fedeli, ma aggiunge, solo dal 2002, il riferimento all’incenso come eventualità da sottoporre, però, ad analogo discernimento.
Osservazioni conclusive
Per rispondere alla domanda di Marco, perciò, posso indicare queste brevi conclusioni
a) Le pratiche ecclesiali hanno esercitato diversamente il discernimento negli ultimi 50 anni. Da un lato, hanno evidentemente superato il regime precedente, evitando di ricorrere al campanello, non essendoci più fedeli da “avvertire” rispetto ad una azione che essi riconoscono come “ordinaria”. Non vi è più un agire silenzioso e nascosto del ministro all’altare, ma una azione comunitaria. Il discenimento dovrebbe mirare a rendere superfluo ogni campanello.
b) Uno dei limiti delle nostre pratiche è quello di “accumulare” le esperienze precedenti, senza discernere: oggi possiamo suonare il campanello come solennizzazione della elevazione, ma suonarlo anche come “avvertenza” ai fedeli, ma celebrare il rito di comunione come “pienezza di devozione e di adorazione”. Se sommiamo tutto ciò che la Chiesa cattolica ha fatto in 500 anni, otteniamo facilmente non una esperienza viva, ma un monumento vuoto. Senza discernimento (come chiesto dal Messale) la tradizione declina.
c) La incensazione dell’altare, della Parola e delle oblate dovrebbe costituire la premessa dell’agire eucaristico, che inizia dopo l’ultima incensazione e non ha bisogno di “segnalare” (con suono o con l’incenso) la consacrazione come proprio culmine. La incensazione delle specie eucaristiche, al momento della elevazione, potrebbe essere il frutto di una “pratica di benedizione eucaristica”, che non avendo “oblate”, sposta sulle “specie” il comportamento che la tradizione riferisce alle oblate. Anche la espressione di “presentazione al popolo dell’ostia e del calice” risente di una comprensione inadeguata dell’azione eucaristica, di cui nessuno è “spettatore”.
d) Il cammino della Riforma Liturgica appare evidentemente sospeso se e nella misura in cui il discernimento ecclesiale non riesce ad uscire dall’isolamento della consacrazione dalla preghiera eucaristica, da un lato, e della consacrazione dalla comunione, dall’altro;
e) Guardando la sequenza rituale dal punto di vista non del campanello, ma dell’incenso, potremmo dire che la sequenza di incensazioni (altare, Evangeliario, oblate e assemblea) arriva nel percorso orante della preghiera eucaristica al doppio passaggio al Corpo di Cristo sacramentale e al Corpo di Cristo ecclesiale, come duplice effetto di grazia della celebrazione eucaristica. Suonare il campanello e incensare soltanto alla elevazione/consacrazione mette in ombra il dono dello spirito sulla assemblea e la qualità di Corpo di Cristo che la comunione realizza nel corpo ecclesiale di cui si riconosce membro ogni fedele. La preghiera eucaristica ha come risultato non la incensazione delle specie o il campanello, ma il rito di comunione: il rito di comunione realizza l’atto di devozione e di adorazione più alto. Il discernimento ecclesiale è oggi più importante che mai. Mentre l’accumulo di prassi, senza distinzione, alimenta solo la confusione.































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